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16 dicembre, 2011

Pensare di più

Veniamo da anni orribili, per quanto riguarda fatti, linguaggi e messaggi di chiusura, odio e paura per gli altri. Sì, gli altri. Perché siamo tutti uguali e, per fortuna, diversi. Eppure pare che ce ne siamo dimenticati. Che abbiamo digerito senza tanti problemi le immagini dei barconi a fondo a largo di Lampedusa, le notizie di pestaggi, caccia alle streghe contro immigrati e rom nelle nostre città- l’ultima di queste proprio in questi giorni, a Torino (due anni e mezzo fa, a Ponticelli) . Pensando a quel che è accaduto a Firenze, mi viene in mente che ha ragione Adriano Sofri quando chiede di non appellarci alla follia per spiegare i fatti. Nell’essere contro gli altri in modo estremo, certo, c’è sempre un “tratto di follia”- Una follia specifica- la paranoia. La follia non può essere negata, ma non aiuta a capire, a guardare oltre la superficie, a ragionare sul collettivo, sulla comunità in cui matura e poi esplode il gesto tremendo.

Ed è troppo facile spiegare il tutto con le categorie degli estremi: estrema destra, in questo caso.
In Italia c’è un humus razzista che si riproduce tra antichi pregiudizi e una nuova paura di fronte alla crisi economica globale e anche al “senso di retrocessione” del Paese a confronto con i vicini europei. Alla paura più antica del mondo, quella del diverso da noi, si somma il senso di vertigine per una caduta che ci allontana dall’Europa e forse evoca dentro ciascuno il fantasma di essere schiacciati contro l’altra sponda del Mediterraneo, proprio là da dove arrivano i disperati e diversi. Le paure prendono strade loro proprie: “Non è che chi arriva cerca futuro e noi qui lo stiamo perdendo?”. I gesti tremendi sono frutto di follia e di perfidi convincimenti- ideologie malate e orrende. Che salgono come rigurgiti dal “secolo breve”. Ma sono anche nutriti dalla paura.

Casapound è espressione di questo humus: luoghi in cui condividere ed esprimere la predica fanatica e il linguaggio dell’odio, contro le banche, la finanza, le razze “nemiche”.Luoghi della paura e delle semplificazioni che servono a rimuoverla. Scrivevo qui della necessità di entrare nelle sedi di Casapound per aprire un dialogo, per quanto difficile. Chiedevo anche che quelle sedi si aprissero per moto proprio. Sono ancora convinto di quel che affermavo. Ma oggi Casapound deve scusarsi. Non basta dichiarare folle un loro militante oggi omicida, né incontrare la comunità senegalese, seppure sia un gesto apprezzabile. Sarebbe il momento per loro di aprire una seria riflessione sui linguaggi e sui messaggi. Accettare la complessità del mondo in cui viviamo. E aprire un dialogo, per quanto le posizioni di partenza siano lontane fra loro. Questo Paese ha bisogno di una riflessione profonda sui diritti dell’uomo e sui principi fondanti della comunità. Fatti come quello di Firenze non possono semplicemente essere archiviati con la retorica dei buoni sentimenti, nell’assenza della politica e nella semplificazione mediatica. Occorre pensare e discutere. Molto di più. Pensare a quali parole, occasioni, esperienze servono per guardare diversamente, sì agli altri, ma innanzitutto a noi stessi.

04 dicembre, 2011

Un po' sottosegretario

Eccomi qui finalmente. Scusate.

Ho letto tutti i vostri commenti, come ho letto gli sms e le email. Tanti, che mi sono arrivati in questi giorni di frenetico lavoro, inatteso e di cui mi sento onorato.
Grazie. capisco che le attese sono tante, anche io le ho. Ma la situazione è veramente difficile, il tempo è poco.
Capisco che bisogna concentrarsi sulle cose possibili e essenziali. Perché sotto sotto sono anche un po' sottosegretario.
Direi così: nessun ulteriore taglio al budget della scuola (se la manovra non lo intacca, sarà già un buon segnale), riprendere la strada dell'autonomia delle scuole e ascoltarle. E poi pensare ai ragazzi, a come e se imparano e a quelli che partono con meno.

Proverò a raccontare, di questo e anche di alcune cose divertenti che accadono a uno come me. Ancora grazie

21 novembre, 2011

Changes a Napoli


Changes Napoli si terrà domenica prossima, una occasione per riflettere sui cambiamenti possibili e la politica.
Ecco luogo, tempi, programma:

Domenica 27 novembre 2011
Palazzo Forum Universale delle Culture, ex asilo Filangeri, Vico Maffei 4 (nei pressi di S.Gregorio Armeno)


Questi i temi:
Il cambiamento è cultura: Ricerca, sapere, giovani: le fondamenta del cambiamento

Il cambiamento è partecipazione: Partiti, persone, cittadinanza: i soggetti del cambiamento

Il cambiamento è politica: Il mezzogiorno, l'Italia, le cose da fare: le leve del cambiamento

13 novembre, 2011

Passaggio


Passaggio: è il momento del cambiamento, il variare di stato, di condizione, di prospettiva. Come quando in una sinfonia si passa da una tonalità all’altra. Sentiremo altri suoni. Vedremo le stesse e altre cose in una scena cambiata e in un’atmosfera mutata. Ieri B. ha attraversato Piazza del Quirinale tra i fischi. I clacson hanno suonato a festa: “e da quel suon diresti che il cor si riconforta”. Ma non è una liberazione e non è ancora finita questa storia. Può esserci una bruttissima musica o una musica necessariamente molto seria. Al contempo, è stato rimosso un peso grandissimo, un impedimento che interrompeva ogni strada futura e che ci ha angosciato ogni giorno nel quotidiano dell’anima oltre che nelle relazioni sociali e nell’ecomomia reale. Nel passaggio della vicenda comune non è male ragionare ad alta voce. Con gli altri e più del solito. Ragionare e non aderire e semplificare. Cosa non facile, opera incerta. Con molti dubbi.

Giustino Fortunato
Un po’ la crisi mostra meglio le cose; le distilla.
La crisi politica nasce dall’economia oltre che dal logoramento della politica degli ultimi tempi. E’ il segno di una mancata autonomia e di una marcata incapacità della politica. La roba economica non è una macchinazione, non si tratta di un trucco.
Il capitale e i suoi cicli determinano le cose, spingono alle scelte, soprattutto nei passaggi più critici. La crisi della finanza oggi punisce l’Italia per il suo debito abnorme e per le sue debolezze specifiche e la grave stagnazione economica europea e italiana sono cose vere. Poi determina anche e accellera la vicenda politica. Ma non accettare il dato di fatto di dover dare risposte alla situazione economica con un nuovo assetto della politica, con un senso della straordinarietà della situazione vuole dire fingere di non capire la portata concreta delle cose, il peso del debito e i pericoli effettivi delle speculazioni, della concorrenza accanitissima, della forte recessione che è in atto.
Chi, a sinistra, fa questo errore e continua in giocarelli di bottega non vuole proprio capire; chi, poi, racconta che il default vero e proprio è cosa gestibile sottovaluta colpevolmente il fatto che il peggio davvero non è mai morto in questi casi.

09 novembre, 2011

Italian politics


Squilla il cellulare. “Can you explane all this to me, I really can’t grasp Italian politics” – “Che sta succedendo, davvero non riesco ad afferrare la politica italiana”. Così mi dice l’informatissimo Jack, avvocato, studi in scienze politiche e amico americano.
Gli racconto che sì, mister B. si è dimesso, anche se tecnicamente è un sospeso, il Capo dello stato ha le sue prerogative, vi è un tempo intermedio…
Jack capisce fino a un certo punto: nel mondo o ti dimetti o non ti dimetti. Parto da un altro argomento, che si intreccia con quello sulle procedure e le loro italiche interpretazioni. Gli dico che l’uomo è folle. In due sensi. Continuerà manovre, dilazioni, trappole e colpi di coda. Per provare la rivincita, che è il suo demone profondo. E per ridurre i danni, salvaguardare i suoi fortilizi e interessi, da qui in avanti, anche con l’uso di un eventuale ruolo di “capo anziano” e manovratore indiscusso dell’opposizione (se vincesse l’opposizione di ora), con i suoi deputati eletti con la vecchia legge elettorale, suoi servi, nella prossima legislatura, schierati assieme alle tv per non fare toccare, neanche se perdesse le elezioni, i suoi personali lucri e potentati. Ma è folle anche nel senso che la realtà coincide con il suo sé, come Gheddafi e dunque può anche fare cose per lui non utili…
Chi governerà? – mi chiede Jack. Gli spiego del governo tecnico che se fosse vero sarebbe utile… Ma che è improbabile. E più mi avviluppo nei meandri dei nostri tatticismi, meno capisce. A un certo punto taglia corto: “What are the issues, the debt and then? What would be your political agenda… the nine (not ten) things that you think should be done?” – “Quali sono i punti di merito, il debito sì, e poi? Quale sarebbe la tua agenda politica… le nove (non dieci) cose che tu pensi che andrebbero fatte…”
Venti secondi di silenzio. Poi enumero, uno in fila all’altro i punti, come so che piace a Jack:
1. un anti-trust contro il monopolio in tutto il sistema di informazione;
2. un provvedimento anti-evasione draconiano per chi evade e premiante per imprese e cittadini virtuosi, dedicata direttamente a coprire il debito e se necessario, l’Iva sulle case, secondo ragionevole misura;
3. una patrimoniale sui grandi patrimoni per cinque anni da utilizzare per allentare la pressione fiscale su imprese e lavoro, per riportare al 2006 il budget per la scuola e per politiche contro la povertà e a sostegno dell’auto-impresa vera, per i ragazzi del Mezzogiorno in particolare;
4. l’aumento dell’età pensionabile tranne per i lavori usuranti, con maggiore flessibilità nella sua gestione e un patto tra generazioni che ridia il diritto a una vecchiaia protetta a chi entra oggi al lavoro;
5. una seria flex-security anzicché il brutale diritto di licenziare;
6. un piano di dismissioni pubbliche che contribuisca a coprire il debito ma anche a creare un fondo per valorizzare il patrimonio e difendere terriorio e ambiente;
7. il superamento del bicameralismo perfetto, il senato delle autonomie locali, la diminuzione dei parlamentari nazionali e ragionali e l’abbassamento dei loro stipendi al 10 per cento sotto la media europea;
8. una legge elettorale a doppio turno, con collegi uninominali e le primarie per legge;
9. e due diritti subito esigibili: i pat e una norma di fine vita decente.

25 ottobre, 2011

Povertà e politica


Dieci giorni fa la Caritas, nel suo annuale rapporto, ha documentato ancora una volta l’aumento costante della povertà in Italia.
Nel 2010, 8 milioni e 272 mila persone erano povere (13,8%), contro i 7,8 milioni del 2009 (13,1%). E’ l’11 % di tutti i nuclei famigliari. Ma le famiglie di 5 o più componenti che sono povere passano dal 24,9% al 29,9% e le famiglie monogenitoriali povere – le mamme sole! – dall’11,8 al 14,1%. Invece l’investimento per le politiche della famiglia si riduce e passerà da 185,3 milioni di euro nel 2010, 51,5 milioni nel 2011, 52,5 milioni nel 2012 e 31,4 milioni nel 2013.
Poiché le famiglie numerose sono concentrate nel Sud, il tasso di aumento della povertà in famiglia nelle nostre regioni è passato dal 36,7 al 47,3%! La povertà è poi aumentata lì dove le donne meno lavorano, sempre nel Sud: tra le famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro sono passate dal 13,7 al 17,1%.
La povertà è sempre in rapporto diretto con il mercato del lavoro. In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito sono 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. E diminuisce.
Ovunque i più colpiti sono le donne e i giovani. Lavora solo il 47 percento delle donne e 1 ragazzo su 3 è senza lavoro. Ma nel Sud si scende sotto il 30 percento delle donne al lavoro e a 2 ragazzi su 3 a spasso (solo il 31,7 % degli under 34 lavora) - secondo il rapporto Svimez. Così, la Svimez profetizza che il Mezzogiorno perderà un giovane su cinque nei prossimi vent’anni. Un trend che è già cominciato, infatti negli ultimi dieci anni il numero di emigrati dal Sud verso il Nord è stato di 600mila persone.
Ma ovunque in Italia le prospettive dei giovani peggiorano. Per i giovani l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010. E i giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni Novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
Di tutto ciò la politica non parla e non parlerà: non esiste una lobby dei poveri né una vocazione a difendere i deboli da parte delle forze sindacali e politiche.
Eppure se votassero farebbero la differenza, se li si riportasse a votare sarebbe un’altra storia…

24 ottobre, 2011

A Bologna parlando di scuola e di Sud

Sono andato a Bologna. Ho tenuto una delle relazioni al congresso di Legambiente scuola e formazione su: "I nuovi modi di apprendere dei ragazzi, dentro e fuori scuola".

Poi sono stato invitato a parlare di scuola e di Mezzogiorno all’evento “Il Nostro Tempo - Convention organizzata da Giuseppe Civati, Debora Serracchiani e Prossima Italia”, insieme anche ad altri.

E se avete pazienza, potete vedere/sentire il mio intervento nel pomeriggio su Radio Radicale. Vi ho incontrato anche il sindaco Luigi de Magistris e con lui ho brevemente parlato degli stessi temi.

17 ottobre, 2011

Roma di sabato


Sabato sono stato agli indignatos. Nella serata ho visto riunirsi gruppi pacifici e altri no nel centro di Roma. Mi sono chiesto molte cose dopo avere molto parlato in giro nel corteo e ai bordi. Prima e dopo di quel che è accaduto. Tra le quali: è possibile, finalmente, un “gandhismo occidentale” in questo paese? Oggi La Stampa di Torino ha pubblicato questo mio articolo, col titolo "Lo strappo delle minoranze violente".

Il corteo si sta formando. Giovani dottori e infermieri da anni a contratto. Docenti precari e non. Disabili a cui tolgono aiuto. Operai in cassa integrazione da mesi. Donne giovani e non giovani, spesso con i figli, che stanno perdendo il lavoro e la dignità. Immigrati che lavorano al nero nei campi e nell’edilizia. E tanti ragazzi, universitari e lavoratori. Da Nord e da Sud. E non sono venuti con i bus e i treni speciali pagati dalle grandi organizzazioni ma a spese proprie.
Ci sono i suoni e i colori come gli altri 900 cortei del mondo. Bande, bongos, striscioni costruiti in proprio, teatro di strada. Colpisce l’assenza di astio e faziosità. Non è una piazza anti-berlusconiana. E’ un giorno nel quale nessuno s’interessa più a quel anziano signore del tv color, come se finalmente si sapesse che abbiamo altro da fare.
Cos’è questa piazza? C’è la richiesta di poter fare bene il proprio lavoro o di poterne fare uno. Ma il tema è il mondo che vogliamo. Attenzione: non quello che non vogliamo, cosa più facile. Così, quando parli in giro le parole sono sul come tenere in piedi la cooperativa, come garantire la qualità dei servizi, come inventare lavoro, a chi può servire la cosa che hai imparato all’università. E c’è il chiedersi di mercato, competizione, produzione, senza questa finanza però. E con in testa i vincoli del pianeta, i consumi possibili, un altro modo di lavorare, le conoscenze e le tecnologie che lo rendono possibile. E c’è anche il desiderio o la richiesta o l’attesa di un’altra politica.
Poi ci sono anche le bandiere e gli spezzoni organizzati con i simboli del secolo breve. Mentre li guardo, incontro un’educatrice che conosco. Ha venticinque anni. “Non li guardare troppo – mi dice – sono fatti così, anche oggi devono mettere il loro bollino. Li trovi in ogni città. Vengono alle assemblee. Stanno sul web. Non ascoltano e riportano tutto alle loro ricette”. Sì, in Italia è più difficile che altrove ricercare nuove risposte alle domande comuni. Perché ogni nuovo moto che nasce nel mondo deve fare i conti con la presenza di chi riconduce le cose alle categorie, ai segni e al lessico del secolo scorso, come non accade in altre parti del mondo. Presto la tristezza sparisce però. Il corteo è troppo più grande.
Ma ecco che - fuori da ogni rapporto con le diverse anime della piazza - piccoli gruppi si preparano. Vestiti di nero. Senza alcuna manifestazione di rabbia, in modo preordinato. Tutti con tascapane e casco. Alcuni sono più vecchi. Molti giovanissimi. E’ fuorviante chiamarli black block. Ci rassicura ma non spiega. Forse si deve finalmente dire che si ritrovano insieme professionisti della guerriglia urbana legati all’eco dei brutti miti degli anni settanta e piccole fraternità marginali, fondate sull’esaltazione del gesto distruttivo, giovani che cercano l’identità così, nelle curve degli stadi, nella rissa di quartiere, nell’occasione di piazza. A sera, calata l’adrenalina, li trovi ai soliti bar.
Sulla piazza ancora in formazione si capisce il pericolo. Lo capiamo in molti. Ma non c’è un servizio d’ordine che possa intervenire e la polizia non viene a chiedergli conto. Sarebbe anche difficile farlo. In poche decine di minuti la giornata va a finire male. L’energia positiva viene violentemente scippata nonostante gli sforzi di tanti. Solo qualche spezzone di corteo pacifico, indomito, ce la fa. La frustrazione è enorme. Molte persone piangono. In tanti riconoscono che la polizia non ha attaccato in modo indistinto e che i manifestanti hanno creato un solco profondo con chi ha violato la giornata. Queste due cose hanno evitato esiti ancora peggiori e sono una promessa di possibilità.
Restano le domande. Perché dopo decenni tornano sempre le minoranze violente che tolgono potere ai tanti? Quali lunghe rimozioni permettono ancora questa cosa terribile? Il governo nazionale e una politica bloccate – così chiaramente incapaci di dare risposte alle domande del Paese - non contribuiscono a farci ritornare ogni volta indietro?
Delle cose si possono fare. I processi rapidi e rigorosi, che sapppiano inchiodare chi è stato alle sue responsabilità. Il sostegno - da parte di un movimento che voglia continuare a pensare e a manifestare - della necessità, per chi è stato violento, di scontare la pena. E un dibattito politico che per una volta eviti di avvitarsi intorno ai soliti cliché e dia spazio ai temi di questa piazza. Perché sono preziosi.

17 luglio, 2011

Changes’ week end


Sono stato a Changes questo week end. Nella riserva naturale del Monte Rufeno.


"un’occasione per fare politica guardando alle cose che ci sono da fare nel (e per il) nostro paese con una prospettiva panoramica: tralasciando per una volta l’urgenza del dettaglio e discutendo del quadro nel suo insieme. Parlando del cambiamento come metodo e anche delle cose da cambiare. Una conversazione intorno al fuoco di cui ciascuno e tutti siano i protagonisti. Un luogo di riflessione e di discussione per mettere insieme idee, proposte e materiali per incoraggiare gli italiani a mettersi in gioco. E l’Italia, a credere di più in se stessa."


Qui il programma.

L’intervento di Ignazio Marino lo consiglio.

14 luglio, 2011

Ribellarsi!

Sono angosciato e infuriato per la legge sul "fine vita". La quale mi
espropria della mia dignità di persona e del mio rapporto civile, filosofico e
anche religioso con la morte e con la vita. Come non avviene in nessun paese
civile.
In modo, in più, ignobilmente sguaiato, volgare e violento, il che emerge da
un linguaggio non consono alla pena e al mistero del nostro destino. Ha un
carattere ideologico, una cosa propria di uno stato teocratico. Con, in più –
per chi è credente - un evidente delirio di onnipotenza contrario anche al
primo comandamento.
Certo che si dovrà reagire!
Bisogna ribellarsi!

21 giugno, 2011

Lettere ai sindaci

Penso che sia un tempo per fare proposte. Che vengono dall’esperienza. Chiare. In positivo.
Sul prossimo numero del settimanale Vita, dedicato al settore non profit, ci saranno alcune lettere, sulle questioni dell’inclusione sociale, rivolte ai nuovi sindaci.
Per Milano ci sarà la scrittrice italo-egiziana Randa Gazhi.
Per Torino, il sociologo e ex presidente della commissione povertà Marco Revelli.
Per Napoli ci sarò io.

Ecco la mia lettera:

Caro Sindaco Luigi,

Tu e la tua giunta venite da una cultura e da esperienze anche personali profondamente vicine ai problemi di una città martoriata dall’esclusione sociale.
Ma la scena entro la quale siete chiamati – e siamo tutti chiamati - al compito va ben oltre le competenze e possibilità di un’amministrazione comunale. E chiama alla responsabilità nazionale. Questa è una verità incontrovertibile. Perché la quantità di famiglie e minori che vivono sotto la linea di povertà, di donne completamente escluse dal mercato del lavoro, di disoccupati uomini, di nuclei famigliari sostenuti da un solo reddito raggiunge percentuali doppie rispetto a una città del Nord. Perché i livelli di dispersione scolastica precoce sono tra i più elevati d’Europa. Perché il lavoro in nero ha numeri pari ai lavori precari e entrambi riguardano sia i giovani che le altre età. Perché ogni anno dell’ultimo decennio sei ragazzi su mille sono partiti per lavorare lontano, spesso per salari bassissimi. Perché il welfare è stato ridotto all’osso; e l’associazionismo, le reti di sostegno a disagio e esclusione, i progetti che avevano fatto scuola come buone pratiche sono stati costretti o a chiudere o a vivere sul crinale della sopravvivenza.
Il sindaco della terza città d’Italia può affrontare problemi così strutturali e macroscopici solo facendosi carico di mostrare la valenza nazionale del compito, facendo pesare il valore politico e simbolico del suo ruolo e, al contempo, attuando alcuni passi concreti che assumano una valenza di “segnale di riscossa”.
Così oggi siamo tutti chiamati a sostenere la tua fatica non su una cosa sola ma su tre compiti insieme:

1. va ripresa la battaglia culturale e politica tesa a chiedere al governo di interrompere il drenaggio di fondi per il welfare, di recuperare i fondi FAS, di ri-modulare i fondi europei e considerare finalmente la spesa sociale improrogabile, pena l’apertura di una stagione di vera rottura della coesione sociale a Napoli;
2. vanno ripristinati fondi e concertate linee-guida per usarli bene e rapidamente, convincendo regione e provincia ad uscire dallo stallo e farsi valere a Roma insieme al sindaco, per il bene comune, ben al di là dell’appartenenza politica;
3. vanno riaperti i cantieri sociali, riprese le cose che hanno funzionato, garantite le prime urgenze, favoriti il confronto e la partecipazione.

Su questo ultimo fronte, in particolare bisogna:
• mettere le organizzazioni non profit in condizioni di riprendere a lavorare, concordando il rientro dei fondi 328 con la regione, restituendo in poche rate l’insieme del debito vantato dal terzo settore, costituendo un fondo unico comunale protetto da altre spese, facendo del comune il garante presso le banche degli anticipi sulle spese già approvate per permettere a chi lavora nel sociale di essere pagato regolarmente;
• rendere trasparente e razionalizzare la spesa sociale attraverso un albo pubblico e concorsi specchiati per dirigenti e consulenti, costituire un luogo permanente di confronto su indirizzi e priorità delle politiche sociali (con pratiche di democrazia deliberativa che coinvolgano anche chi beneficia dei servizi), fare piani di priorità per zone, rilanciare le competenze dei servizi sociali comunali utilizzando subito i nuovi assistenti sociali;
• ricostruire le esperienze pilota a favore dei giovani esclusi legando il sostegno alla persona alla formazione e a esperienze di vero auto-impiego;
• attivare misure urgenti per i senza fissa dimora, le povertà estreme, le comunità rom.

Sappiamo quanto sia difficile riprendere il cammino. Ma possiamo farcela.

13 giugno, 2011

La giunta e la città

Non è solo la giunta a mettere nuovamente in gioco una città. Ci vuole la città intera a rimettere in moto le cose. E penso che ognuno deve ri-imparare a farlo e proporre e partecipare e inventare cose. E studiare soluzioni nuove. Studiare.
Ciò detto, la giunta è importante. E la giunta eccola, è fatta.
Sono persone che fanno parte di una cultura politica e anche tecnica che non è la mia. Ma non sono persone della casta. E esprimono volontà di azione. A Napoli non è poca cosa.
Vi sono stati e vi saranno commenti critici su talune scelte, come quella del magistrato Narducci, di D'Angelo  e commenti distaccati e d’insieme.
I commenti non omologati, in democrazia, vanno letti con cura da chi governa e da tutti. Perché dobbiamo tutti, in questa città, ri-abituarci a un senso critico da cittadini, tanto diretto quanto propositivo; e dismettere rapidamente i toni da tifoseria, che poco hanno a che vedere con le fatiche necessarie ad un’autentica democrazia partecipativa, cosa seria e difficile da costruire e mantenere nel tempo.
Però, con franchezza, non condivido gli eccessi di critica. E non mi piace, neanche dentro di me, lo storcere il naso. Perché la giunta ha un grande pregio: rappresenta la città e il suo voto. Ed è del tutto naturale che il sindaco costruisca una squadra a sua misura: in ciò vi è una forza e una coerenza.
Mi dicono: avrebbe potuto aprire di più alle differenti voci e capacità della città, come a Milano. A me, invece, pare inutile e anche sbagliato fare raffronti. La giunta non è quella milanese e non ha il pluralismo promesso. Ma Napoli e il voto napoletano non sono Milano e il voto milanese. Questa è la nostra città ed è così e non in altra maniera che siamo potuti uscire da oltre quindici anni di devastante regime bassoliniano. Punto.
Perciò: va bene così. E’ giusto che il nuovo sindaco voglia cimentarsi col compito a partire dalla proposta che ha fatto e intorno alla quale ha vinto.
Inoltre, va pur detto che abbiamo subìto una sequela di giunte negli ultimi dieci anni e passa davvero insopportabili. Dunque, non è bene parlare male di questa ancor prima che si misuri col compito. Che è di quelli da fare tremare i polsi. E che richiede le sue concretezze, che sono già lì.
Perciò: da me oggi viene un augurio vero di buon lavoro.

02 giugno, 2011

L’ignominia di Rosetta e i compiti di Luigi

Gigino “ha scassato”. Ma ora per Luigi c’è da fare. E il tempo stringe.
Però la colpa prima dei tempi stretti che piombono addosso a Luigi de Magistris è di Iervolino Russo Rosa.
Ho tante volte detto che Rosetta ha governato male, tanto che mi sono candidato contro, a suo tempo. E che l’ho fatto mentre molti, compresi taluni odierni esponenti dell’inner circle del nuovo sindaco, continuavano a sostenerla e guai a chi la criticava…
Ho di recente scritto – Rosa triste  – che Iervolino Russo Rosa se ne è anche andata via male: con astio e senza stile – caratteristiche che, purtroppo, l’hanno spesso accompagnata – e soprattutto senza un bilancio del suo operare, che fosse pubblico, serio, ben composto. Un atto, questo, di raro malcostume politico.

18 maggio, 2011

Sostenere De Magistris e…

Ho, insieme a tanti, sostenuto Morcone. Che ha perso. C’è tanta gente niente affatto legata al cattivo centro-sinistra di Napoli che l’ha fatto. L’ho chiamato al telefono Morcone, a urne ancora aperte. Era tranquillo. Torna al suo lavoro. Una persona brava, concreta, equilibrata. Niente a che fare con il ceto politico. Che ora – ci possiamo giurare – lo lascerà da solo. Per salire su un carro, o l’uno o l’altro.
Poi, ha perso il Pd; e ben gli sta. E su questo si dovrà tornare. E tornare ancora.
Ma di valutazioni argomentate su come andava a finire il pd napoletano forse nessuno ne ha fatte, negli ultimi anni, più di chi scrive, sui giornali e qui. Non c’è peggiore sordo di chi non vuol sentire, chi è causa del suo mal… ecc.

Soprattutto ha vinto De Magistris. Bene così. E si va avanti. Il doppio turno è bello e serve per questo. De Magistris lo ha fatto usando bene, molto bene, il sentire profondo e indignato della città. Di questo gli va dato merito. La città ha voluto un capo, che desse voce a questo. Era una condizione necessaria. E De Magistris ha avuto ragione politica a sostenerla. “Amma scassà” – così ha gridato al comizio finale. E questo che serve a tanti cittadini e cittadine di Napoli oggi. Che, intanto, hanno bisogno di reagire e uscire dal pantano depressivo nel quale il ceto politico e l’amministrazione Iervolino ci hanno gettato. Perciò: il voto gli dà ragione. E gli consiglia di non apparentarsi con i partiti e di continuare su questa onda. E lo farà. E lo stesso voto dà torto a chi, come me, aveva sostenuto la necessità di una squadra guidata da una personalità sobria e operosa e non trascinante, più che di un capo capace di galvanizzare e ha argomentato che la ripresa di Napoli si fondasse, da subito, sulla ricostruzione più che sulla rabbia. Il voto sancisce, senza ombra di dubbio, che non è così. Avevo usato la metafora del capo-cantiere. Invece il voto dice che la domanda e il bisogno profondo erano quelle del capo-popolo.
E’ un risultato chiaro. Che va accolto. E poi ci sarà il poi… E ci vorrà anche il cantiere e le sue funzioni e un dibattito civico su come fare le cose, quando, con chi, con quali priorità e reperendo come i soldi. Ma questo sarà. E dovranno maturare le condizioni e i convincimenti profondi perché ciò sia.
Ora è evidente che si tratta di sostenere Luigi De Magistris. Darsi da fare. E davvero. Perché questo centro-destra va fermato.

Ho sostenuto anche Fernanda Tuccillo. Riporto qui di seguito alcune parti di quel che ci ha scritto:

Carissime/i,
i dati non sono ancora definitivi ma appare ormai evidente un risultato negativo per la lista nella quale ero candidata. C’è stato un chiaro voto di protesta; non spetta a me analizzare il voto e l’altissima percentuale di astensionismo… C´è un elemento su cui riflettere: lo scarso numero di preferenze espresse per me nei seggi del quartiere. Abbiamo sicuramente sbagliato qualcosa che, al momento, non si riesce a cogliere del tutto. Tuttavia, ripensando agli episodi di malcostume ai quali abbiamo assistito durante i giorni delle elezioni, mi sento di affermare che forse è stato chiesto troppo alla coscienza civica delle mamme del quartiere. La spiegazione del dato negativo potrebbe proprio essere spiegato con l´impossibilità, da parte di molti, a resistere alle pressioni e alle vessazioni cui sono state sottoposti.
E allora si riparte: avevo detto che, se eletta, avrei continuato a fare la preside, figuriamoci ora! Adesso l´impegno di tutti deve essere quello di consentire ai bambini e alle bambine di Napoli, quando saranno adulti, di esprimere il proprio voto in assoluta libertà. Grazie ancora!


Fernanda

12 maggio, 2011

Votare persone

Anche questa volta le elezioni amministrative porteranno nel consiglio comunale di Napoli molte persone che sanno fare poco nella vita e hanno fatto della politica un business personale; che non dialogano con la città reale e sono distanti dalla fatica dei processi autenticamente partecipativi; che costruiscono consenso sulla base di scambio, di potere o peggio; che non studiano i problemi, non fanno proposte in modo disinteressato e competente; che appartengono a gruppi fondati su interessi e fedeltà a capi; che, inoltre, sono spesso molto provinciali, sciatti e anche dai modi privi di qualsiasi garbo, a dir poco.
E’ così. Lo sappiamo. Dobbiamo ricordarcene.

E’ per questo che ho deciso che, nei miei limiti, sosterrò delle persone che si sono, nella vita, opposte veramente a tutto questo. E che – perciò - sono portatrici di competenze, continuano a studiare, sono propositive perché sanno fare cose e conservano, inoltre, modi e metodi capaci di favorire dialogo pubblico e incontro tra cittadini e idee, anche nella diversità di vedute. Sono persone che rappresentano una città diversa. Che esiste ma non è stata rappresentata in questi anni se non da pochissimi.

Ce ne sono di persone così; io segnalo queste.

Ho già scritto qui che, per sindaco di Napoli, sostengo MARIO MORCONE. Anche per le sue competenze e le sue qualità umane. E più lo conosco e più di ciò sono convinto. Non sono ingenuo né ho cambiato idea su certo centro-sinistra. Non mi piacciono affatto molti che sostengono Morcone. Ma chi mi conosce sa che non mi bastano le questioni di schieramento basate sull’essere contro. Mario Morcone ha le doti per essere un buon sindaco.
Poi, mi hanno sollecitato, anche qui, a dire perché sono contro gli altri candidati. L’ho fatto per quello di destra, con ragionamenti inerenti a politica e legalità. Ma oltre non sono proprio voluto andare. Perché non c’è sempre bisogno di dire, in negativo, perché non votare per gli altri e non è sempre politicamente intelligente farlo, dato che si vota con due turni.



Per il Consiglio comunale, sostengo innanzitutto FERNANDA TUCCILLO. Che è candidata per la lista civica di Morcone.

Conosco Fernanda dal 1994. Ero appena stato comandato a fare il maestro di strada nei Quartieri Spagnoli, presso l'Associazione Quartieri Spagnoli, dall'allora Ministro Giovanni Berlinguer e lei insegnava in una scuola del Quartiere.
Parlavamo per ore di come aiutare ogni singolo ragazza e ragazzo. Per arrivare a costruire strategie educative operative, equilibrate, possibili. Tra scuola e fuori scuola. Coinvolgendo ogni volta il ragazzo innanzitutto. E la famiglia, le forze vive del quartiere, gli insegnanti.
Chi sa di queste cose sa anche quanto sia questo l'importante.
E sa, soprattutto, che nel fare per anni queste cose e nel studiare come farle si costruisce un metodo capace di guardare alla complessità, un metodo di studio, azione e partecipazione che è il più adatto a trovare soluzioni per la città insieme ai cittadini della città. In ogni campo.
Quel modo in Fernanda non è mai venuto meno.

Tra le persone che conosco il Pd a Napoli è considerato male. Perché ha fatto male e ha fatto male a lungo. Ma tra chi comunque decide di sostenerlo segnalo, per il consiglio comunale, GIULIANO LACCETTI, della rinnovata componente di Ignazio Marino.
Giuliano proviene dall'associazionismo; è professore ordinario di Informatica alla Federico II. Il suo contributo sui temi della ricerca e dell'innovazione culturale si coniuga con un'idea di città fondata sui diritti delle persone.

Per le Municipalità sostengo, in luoghi diversi, 3 candidati.

Per la Municipalità 1 invito a votare ANDREA FURGIUELE - che è candidato capolista del PD, entro l'area di Ignazio Marino. Andrea è radicale. Ha una storia di autentica rottura con il modo di fare politica che ci ha oppresso in questi anni, è una persona disinteressata ed aperta, impegnata da sempre con l'Associazione Ernesto Rossi di cui è segretario, che si batte attivamente per la legalità, la laicità, la civiltà democratica e la partecipazione, i diritti delle persone.

Nella Municipalità 8 invito a votare ERNESTO MOSTARDI nella lista del Partito Democratico. Ernesto è insegnante di filosofia alle scuole superiori, impegnato per la difesa e l'innovazione della scuola pubblica. La politica, per lui, non è un mestiere o l'occasione per accumulare vantaggi personali. Con il periodico on line Fuoricentroscampia.it mette in rete le esperienze e i linguaggi dell’Area Nord di Napoli.


Nella Municipalità 2 invito a votare ARTURO CASTALDI, nella lista Sinistra ecologia e libertà. Arturo è un giovane giurista colto e cosmopolita, impegnato per la legalità; è avvocato penalista docente di diritti umani. Ha passato l’ultimo anno e mezzo a Kabul nella Missione di RuleofLaw.

25 marzo, 2011

Cose delle ultime settimane


Alcune segnalazioni su cose delle ultime settimane.

Ho parlato in Piazza del popolo a Roma. Non per dire, ma era per la scuola pubblica e la Costituzione. La mia performance è qui. So che devo imparare, anche a modulare la voce.

Ho risposto anche ad alcune domande che mi hanno fatto gli amici del Movimento di cooperazione educativa della Sardegna sul recente libro sulla scuola di Paola Mastrocola, molto dibattuto in giro – ne avevo parlato anche su Il Corriere della Sera qualche settimana fa.

A proposito di libri sulla scuola: dalla settimana prossima conto di fare alcune recensioni.

28 febbraio, 2011

B. Silvio contro la scuola. Ora basta!

Si sa, fa sempre così: B. Silvio dice, smentisce ma non smentisce. I bambini che al giardinetto da piccoli si volevano evitare erano quelli che avevano sempre ragione. Lui è così. E ha uno stuolo di servi, però - che gli devono molto - che, al contrario di quanto si fa da bambini quando si è liberi, gli danno ragione.
Non tutti sono servi, per fortuna. E questa è una di quelle volte che ha fatto levare gli scudi da molti lati. Infatti, ha innervosito oltre la cerchia già all’opposizione. Il fatto è che egli è pateticamente intrappolato nel secolo scorso – l’uomo va per gli ottanta – e si è impantanato nelle questione scuola statale – altra scuola. Ma non ha ripassato quanto dice la Costituzione sulla scuola statale. E poi offende gratuitamente i docenti italiani di tutte le tendenze che non fanno ideologia in classe e che provano a trovare unità di intenti con i genitori, non senza difficoltà, visti i modelli educativi in giro, B. Silvio in primis. Inoltre si è mostrato ignaro degli ultimi dieci anni di leggi che equiparano largamente le parificate. Insomma, per raddolcire il vaticano dopo i mesi scorsi, ha fatto lo stantìo pistolotto ideologico e estremista, citando sue frasi del 1994, diciassette anni fa. Ma non convince. E qualche esperto di comunicazione glielo ha fatto notare… da cui la solita marcia indietro.
Tuttavia – nel merito (esiste il merito) - ha detto testualmente che le famiglie e la scuola non sono in accordo e che la colpa è della scuola. Questo è grave davvero. Perché tutto il mondo adulto fa oggi fatica ad educare. E istigare alla divisione è atto di irresponsabilità politica molto seria. Alla quale si deve rispondere con forza.
Perciò, ho aderito all’appello a una mobilitazione, lanciato da L’Unità.

E ho scritto l’articolo che riporto qui sotto, che prova a rispondere nel merito, riferendosi ai problemi reali sul tappeto, oltre gli antichi steccati. Che è apparso oggi sulla prima de La Stampa.

Le palestre della vita
di Marco Rossi-Doria - La Stampa 28 febbraio 2011


Il presidente del consiglio ha affermato che “la scuola pubblica insegna principi contrari a quelli delle famiglie”. Poiché egli è tenuto, nella sua qualità di capo del governo nazionale, a favorire l’unità degli italiani, questa affermazione (seguita dalla rituale smentita) dovrebbe fondarsi sui problemi educativi comuni a tutti gli adulti responsabili. E non lo fa. Inoltre essa appare molto distante dalle questioni educative che sono oggi sul campo.

Gabrio Casati, ministro della destra storica,
che istituì le scuole pubbliche in Italia
Infatti, nell’Italia di ogni giorno, genitori di famiglie unite o separate, docenti delle scuole pubbliche o di quelle private, educatori del privato sociale laico o di quello cattolico, allenatori sportivi, capi-scout, genitori volontari degli oratori o uomini e donne consacrati che assolvono a funzioni educative stanno tutti affrontando, da diversi punti di vista, la crescente, comune difficoltà di una crisi di valori e di modelli che rende davvero faticoso educare.

Vi è stato, infatti – negli ultimi decenni – un mutamento radicale del paesaggio antropologico entro il quale si educa. I modelli adulti – nei media, nella politica, nel mercato, nel costume – stanno mettendo a dura prova, anche di recente, i principi dell’educare. Perché le parole in famiglia e a scuola vengono smentite in modo potente. Lo sa bene chi opera ogni giorno. Lo ha scritto la CEI nel suo prezioso documento dell’anno scorso. E soprattutto lo ripetono i ragazzi, delusi e spaesati.
Ma ancor prima di questo, due possenti mutamenti hanno cambiato la posizione della scuola e la relazione tra scuola e famiglie.

Il primo mutamento riguarda il fatto che, a differenza di oggi, fino a una generazione e mezzo fa, ogni bambino veniva affidato dalla famiglia a un gruppo di altri bambini, coetanei o poco più grandi entro cui provarsi, specchiarsi, riconoscersi. E insieme ai quali si condividevano i tempi ripetuti e i luoghi oltre le mura di casa e anche diversi dalla scuola: quartiere, paese, cortile, rione, piazzetta, condominio, campagna. Era la prima palestra della socialità. Che abituava a funzionare entro una comunità di coetanei regolata intorno al gioco ma anche intorno all’essere progressivamente capaci di… Tanto che ogni nuovo venuto imparava a vivere il riscontro giornaliero “di fare parte di”, le piacevolezze proprie delle relazioni e costruzioni progettuali comuni e anche le sue prove e frustrazioni. Era un sistema accettato di regole, prove e ritualità tra coetanei. Con gli adulti in posizione presente ma distante, non intrusiva. Così, la scuola ha rappresentato, fino a poco fa, la seconda palestra della socialità, ulteriore e diversa dalla prima. Perché era il luogo che ha sì una dimensione sociale ma modificata dal fatto che era deputata a altro rispetto a quella prima socialità e, dunque, regolata per imparare le cose che non si possono imparare a casa o con gli amici. Dunque, la scuola era pienamente riconosciuta dalla famiglia per questa sua specificità e per le leggi, esterne a sé, che la presidiavano, sorvegliate dagli adulti docenti che erano altro dalla famiglia. La quale, però, ne garantiva la funzionalità sulla base di un riconoscimento implicito, tale da delegare funzioni educative.
Il secondo mutamento riguarda il fatto che i confini e le regole, a differenza di oggi, venivano rimarcati dai genitori entro una definizione codificata di ruoli e liturgie di presidio. Le rigidità e gli arbitri potevano essere parti dolorose di questo assetto. Tuttavia il codice implicito era universalmente riconosciuto da una comunità più larga della singola famiglia e ciò la sosteneva nelle funzioni strutturanti e mitigava l’eccesso di soggettività. Era la prima palestra della legge. Che aveva luogo, anche essa, prima della scuola. E che favoriva un insieme graduato di trasferimenti di consegne, attese di comportamenti, riti di passaggio, catene di comando, regole e sanzioni prevedibili. La scuola era in una posizione di continuità anche con questo apprendistato precoce. E poteva contare su di esso per fare valere le proprie regole.

Oggi sono fortemente indeboliti questi fondamentali retroterra di ogni società educante. Tanto che ogni giorno le scuole sia pubbliche che private e le famiglie, insieme, stanno faticosamente lavorando a ritessere la rete educativa adulta comune, entro le mutate condizioni. Il che implica la ricostruzione del patto tra adulti, che da implicito si deve rendere esplicito. Un’opera tanto complessa, lunga, faticosa, delicata quanto irrinunciabile. Che ha bisogno di forte sostegno e di parole e azioni che uniscono e non che dividono.

Istigare alla divisione tra scuole e scuole, tra genitori e genitori, tra scuole e famiglie – come hanno fatto le parole del presidente del consiglio – sono, perciò, un atto di estremismo politico e di irresponsabilità civile che, per il bene di tutti i nostri figli, l’Italia, già fin troppo divisa, non si può né si deve permettere.

24 febbraio, 2011

Game over

Mentre la crisi della monnezza diventa tristemente maggiorenne e continuano gli scandali, mentre Libertà e Giustizia – l’unica entità cittadina che aveva costruito un dibattito pubblico tra i candidati alle primarie del centro-sinistra a Napoli - ricorre al TAR, simbolicamente e assai paradossalmente contro tutti, per l’esito scandaloso delle primarie…
…Accadono due cose.

La prima è che Raffaele Cantone dirà di no all’offerta di candidarsi a sindaco di Napoli per “salvare” il centro sinistra. E avendo anche avuto occasione di scambiare con lui qualche sincera parola, beh, quel che Cantone dice, con pacata, sofferta argomentazione ai giornali, è esattamente quel che pensa.
Cosa faranno nel centro-sinistra? Ranieri davvero farà la lista civica? Si ritornerà sul nome di Cozzolino, contestato ma formalmente ancora il più votato nelle primarie? Ci saranno candidati delle diverse anime (si fa per dire) del centro-sinistra, in lotta tra loro al primo turno, con De Magistris che fa il matador? Si proporrà – come suggerisce Rosetta - una donna (chi tra quelle già note?), la quale a sua volta fingerà di essere il nuovo che avanza?
Anche chi è preso dal lavoro o dal vento che infuria dall’oasi di Kufra fino al nostro mare e non ama più badare a queste cose, può vedere che a Napoli la politica, nel centro-sinistra, si è incartata.
La seconda cosa che accade è che - nel riordino generale dell’iniziativa berlusconiana (troppo facilmente ci si era illusi della fine di un sistema di potere vero) - si torna a parlare della Carfagna  come candidato unitario a sindaco del centro-destra.
Può darsi che non sia vero, che continueranno le divisioni nel centro-destra. Ma se fosse o diventasse vero, sarebbe vittoria certa della destra, come da tempo segnalano tutti i sondaggi.
Game over, dunque; ben di più di quanto già non lo sia.
E, “comunquemente”, qualsiasi candidato di destra oggi vincerebbe a Napoli. Perché ci sono stati quindici anni terribili. E perché regali  - che diano almeno la speranza di una sfida che abbia senso e raccolga le buone forze della città e faccia cambiare musica davvero – questo centro-sinistra partenopeo non li sa neanche pensare. Mentre, invece, le settimane volano.
E allora?
Allora, una volta subìta la terza sconfitta in fila si dovrà almeno parlare di questi anni. E si potrà fare il bilancio vero delle amministrazioni e della storia civile recente della città. Non sarà neanche un’amara consolazione. Sarà solo un compito improrogabile.

22 febbraio, 2011

Riflettere su 150 anni: la Libia e il Mezzogiorno (1)


Con i 150 anni dell’unità d’Italia, sarebbe bene poter davvero parlare e riflettere. A trecentosessanta gradi. A partire da cosa è stato il nostro colonialismo. Oggi dinanzi alle stragi di Gheddafi viene, infatti, da riguardare i possibili nessi tra le atrocità italiane in Libia e quelle di Gheddafi ora.

Il riconoscimento dei torti del colonialismo italiano in Libia è stato fatto paradossalmente e tardivamente da Berlusconi con una mano. Mentre con l’altra mano il nostro presidente del consiglio condivideva la preparazione di nuovi lucri del clan di Gheddafi ai danni dei libici. C’è, infatti, da chiedersi se e come e da quando l’amicizia con il dittatore libico abbia significato – oltre all’accesso italiano a petrolio e gas naturale in concorrenza con gran parte dell’Europa, alle enormi commesse di Impregilo, agli interessi comuni dentro a Unicredit e Fiat e alla scoperta del bunga bunga – la co-partecipazione personale diretta agli utili del sistema di potere di Gheddafi.

Flores D’Arcais ha recentemente sottolineato la grande vicinanza del berlusconismo e del premier ai modelli di potere accentrato del mondo odierno (Mubarak, Putin, Gheddafi). Ma nel caso dei legami con il dittatore libico, la riflessione va posta in termini più specifici. I lucri di Gheddafi sono stati accentrati entro un sistema di origine arcaica. Come dimostra - nei suoi studi sulla Libia e sul clan di Gheddafi - John Davis, insigne studioso di antropologia sociale e politica anche del nostro Sud e delle società del Mediterraneo in generale. (Gli eventi consigliano di ri-studiare con molta cura l’antropologia politica contemporanea che ha saputo indagare intorno ai sistemi di potere con chiavi di lettura molteplici, più larghi dell’analisi dei sistemi economici e della politologia).

Nel caso libico il sistema di potere, per quanto fondato nella e sulla tradizione, al contempo, è stato per decenni capace di una modernissima gestione globalizzante del capitale finanziario derivato dal petrolio. Ritenendo, tuttavia, una configurazione accentrata entro la famiglia e il clan tribal-amicale. Un modello assai simile a mediastet e alle successive reti berlusconiane. Un terreno di naturale incontro tra i due. Così come accade, per altro verso con Putin.
E’ una roba su cui pensare davvero, fuori dalla tradizione occidentale dell’esercizio del governo entro la democrazia politica ma anche diverso dal fascismo.
E’ questo potere “addensato” che è alla base della rivolta e della repressione orrenda di queste ore. Perché è un potere che non può permettersi di mollare l’osso, pena la perdita di tutto. Diviene perciò incapace di mediazioni, oltranzista, folle, violentissimo quando messo alle strette…

Questa pista di riflessione evoca un po’ il film Il Caimano, mutatis mutandis. E proietta possibili ombre, sia pur diverse ma non poco inquietanti, sui nostri mesi a venire.
E, continuando intorno ai molti nessi - sotterranei, sorprendenti, sbilenchi – che andrebbero esplorati tra Libia e Italia, colpisce come Angelo Del Boca, il massimo e acutissimo storico italiano del colonialismo feroce dell’italietta in Libia, abbia individuato i precedenti di quel modo violento di dominio coloniale nella guerra dei piemontesi contro il brigantaggio meridionale su cui pare, a 150 anni di distanza, finalmente, si possa ritornare a parlare. Sarebbe ora di ritornare ai testi di Settembrini, Bollati, Nitti, Croce, Fortunato, Galasso, andando un po’ oltre il libro “Terroni”, che, però, è molto letto anche al nord.