È morto Giorgio Bocca. Partigiano. E azionista. Come mio padre. E cuneese. Con un’idea del Sud forse utilmente impietosa ma ferma nel tempo. E sovente incapace di cogliere le promesse che pure nel Sud resistono, provano, fanno…
Una volta con lui ho avuto un dialogo nel merito, che proprio oggi viene ripreso da Micromega, che lo pubblicò. Ero nel bel mezzo della campagna elettorale per sindaco di Napoli. Era uscito il suo ultimo libro sul Sud, Napoli siamo noi, e la “società civile” si divideva: ha ragione, ha torto.
Oggi, nel ricordarne la grande dirittura, mi piace segnalare questo nostro dialogo. Perché è grazie alla nettezza della posizione di Bocca che si è potuto parlar chiaro tra noi.
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27 dicembre, 2011
21 dicembre, 2011
La terza buona notizia
Le prime reazioni alla proposta di riaprire i concorsi per docenti dopo 13 anni di blocco mi sembrano complessivamente buone.
Nel merito ho risposto ieri alle domande de L’Unità. Certo, sono comprensibili le preoccupazioni di chi lavora in modo precario da tanti anni, in attesa del passaggio in ruolo. Come è comprensibile la cautela sulle cifre, su cui è impossibile fare stime accurate prima che i tecnici abbiano studiato gli effetti delle nuove norme sul pensionamento.
Resta il fatto che il mondo della scuola sente con forza la necessità di dare accesso all’insegnamento a una nuova generazione. Anche nella vita capita spesso di dover tenere insieme due principi. Non per rispettare chissà quale equilibrio, ma perché in cattedra serve sia l’esperienza, sia le energie nuove. Sia la tradizione pedagogica, sia una nuova missione educativa adatta al nostro tempo. Sia carta e penna, sia computer e lavagne multimediali.
Dobbiamo anche pensare a chi ha subito anni di precariato, suo malgrado. Sono decine di migliaia di insegnanti che hanno maturato pratica ed esperienza anche in contesti difficili, bisogna tenerne conto. Per questo la metà dei posti disponibili verrà coperta dalle Graduatorie ad esaurimento. L’orizzonte a cui guardare è la stabilità sia per i docenti sia per i ragazzi. La formazione e l’aggiornamento. Non vogliamo creare false speranze o dare inizio al balletto delle cifre sui posti disponibili: il mondo della scuola è un mondo complesso e adulto. Sa quanto sia difficile oggi rimettere in moto il sistema. Ma è almeno altrettanto necessario.
I nuovi concorsi sono la terza buona notizia in pochi giorni: le altre due sono lampanti, perché per ora non si parla più di tagli. Anzi. Con il Piano Coesione si recuperano fondi per l’edilizia scolastica e la lotta alla dispersione. Proprio domani vado a parlarne con gli assessori campani.
Nel merito ho risposto ieri alle domande de L’Unità. Certo, sono comprensibili le preoccupazioni di chi lavora in modo precario da tanti anni, in attesa del passaggio in ruolo. Come è comprensibile la cautela sulle cifre, su cui è impossibile fare stime accurate prima che i tecnici abbiano studiato gli effetti delle nuove norme sul pensionamento.
Resta il fatto che il mondo della scuola sente con forza la necessità di dare accesso all’insegnamento a una nuova generazione. Anche nella vita capita spesso di dover tenere insieme due principi. Non per rispettare chissà quale equilibrio, ma perché in cattedra serve sia l’esperienza, sia le energie nuove. Sia la tradizione pedagogica, sia una nuova missione educativa adatta al nostro tempo. Sia carta e penna, sia computer e lavagne multimediali.
Dobbiamo anche pensare a chi ha subito anni di precariato, suo malgrado. Sono decine di migliaia di insegnanti che hanno maturato pratica ed esperienza anche in contesti difficili, bisogna tenerne conto. Per questo la metà dei posti disponibili verrà coperta dalle Graduatorie ad esaurimento. L’orizzonte a cui guardare è la stabilità sia per i docenti sia per i ragazzi. La formazione e l’aggiornamento. Non vogliamo creare false speranze o dare inizio al balletto delle cifre sui posti disponibili: il mondo della scuola è un mondo complesso e adulto. Sa quanto sia difficile oggi rimettere in moto il sistema. Ma è almeno altrettanto necessario.
I nuovi concorsi sono la terza buona notizia in pochi giorni: le altre due sono lampanti, perché per ora non si parla più di tagli. Anzi. Con il Piano Coesione si recuperano fondi per l’edilizia scolastica e la lotta alla dispersione. Proprio domani vado a parlarne con gli assessori campani.
15 dicembre, 2011
Istantanee
Sanzioni disciplinari come per l’hockey: per punire un’infrazione grave, si va in panchina per un breve tempo in cui accogliere la regola e poi di nuovo in classe, dopo aver riflettuto e svolto qualche attività “riparatrice”. Lunedì il Corriere della Sera ha riportato quello che penso sulle sospensioni degli studenti. Se ne è parlato ben più ampiamente nel convegno della rete Context tenuto a Trento. Martedì Giorgio Israel mi risponde sul Giornale, definendo allarmanti le mie idee e dandomi del “tecno-buonista”. Credo nel ruolo educativo della sanzione, a patto che non sia una scusa comoda per restare a casa a dormire.Poi in serata a Genova, per parlare con Cesare Moreno e Andrea Ranieri di lotta alla dispersione scolastica. Ho incontrato alcune maestre che qualche settimana fa hanno portato in salvo dall’acqua qualche centinaio di alunni: l’acqua scendeva da un lato dell’edificio, giù per le scale, dal tetto che dava sul lato del fiume in esondazione. Hanno messo i bimbi in fila. Controllato che le altre scale fossero sicure. E sono andati in cima all’ala opposta, ancora sicura. In pochissimi minuti. Sono situazioni complesse. Sono da valutare anche queste.
Gli insegnanti hanno tanti dubbi e poca fiducia nel Governo, ed è su questo che occorre fare subito qualcosa. Primo, cambiare il nostro linguaggio e abbandonare il nostro atteggiamento giudicante.
Davvero, non è facile far scuola tutti i giorni. Il rispetto per chi svolge un ruolo difficile, complesso e prezioso è la precondizione per poter migliorare questo bel lavoro.
Martedì notte ho partecipato a Crash, una trasmissione del canale educativo della Rai: abbiamo discusso di inclusione, integrazione e apprendimento. Su Rai Educational il video; le repliche in TV a partire da Domenica, ore 23 su Rai Storia.
Queste sono alcune fotografie istantanee degli ultimi giorni: tante cose affollano il mio nuovo incarico. Posso soltanto cercare di elencarle in modo breve e un po’ didascalico, quando trovo il tempo. E non dimenticare nessuno. Perché ogni aspetto di questa responsabilità ha la sua importanza.
11 dicembre, 2011
Muoversi
C'è da insistere sul cambiare, in meglio, la scuola.
La sua funzione pubblica è difendibile solo se migliora, se sta sull'agenda vera. Venerdì su questo è uscita una mia intervista a Repubblica Napoli. Sabato mattina sono stato con il ministro a Napoli, ho incontrato il presidente della Campania, Caldoro e il sindaco di Napoli, de Magistris.
Si è parlato di cose concrete: ottimizzare l'uso dei pochi soldi che ci sono per ricerca e università, rimettere in moto un po' di soldi per l'edilizia scolastica, partire da ciò che funziona e migliorarlo, aggredire povertà minorile e dispersione scolastica.
La strada non è facile ma è ora di muoversi, dare segnali, presto. Poi bisogna vigilare che le cose vengano attuate e sui tempi. Muoversi.
La sua funzione pubblica è difendibile solo se migliora, se sta sull'agenda vera. Venerdì su questo è uscita una mia intervista a Repubblica Napoli. Sabato mattina sono stato con il ministro a Napoli, ho incontrato il presidente della Campania, Caldoro e il sindaco di Napoli, de Magistris.
Si è parlato di cose concrete: ottimizzare l'uso dei pochi soldi che ci sono per ricerca e università, rimettere in moto un po' di soldi per l'edilizia scolastica, partire da ciò che funziona e migliorarlo, aggredire povertà minorile e dispersione scolastica.
La strada non è facile ma è ora di muoversi, dare segnali, presto. Poi bisogna vigilare che le cose vengano attuate e sui tempi. Muoversi.
20 novembre, 2011
Giornata mondiale dei diritti dei bambini e adolescenti – appello a Monti
Oggi esce questo mio articolo-invito al nuovo governo, su La Stampa.
Il 20 novembre ricorre l’anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Che stabilisce che ogni persona che nasce deve avere uguali possibilità di riuscita nella vita. In queste giornate il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha più volte rivolto al Parlamento della Repubblica l’impegno di combattere iniquità e privilegi e di dedicare forti energie alle giovani generazioni del nostro Paese, a partire da chi sta peggio.
Milioni di persone – nella scuola, nelle famiglie, nel privato sociale – si occupano del benessere di bambini e adolescenti. Abbiamo posizioni politiche spesso divergenti. Ma condividiamo le stesse crescenti preoccupazioni. Innanzitutto per la piaga della povertà minorile in un grande paese qual è l’Italia.
Infatti l’Istat conta 2 milioni e 734 mila famiglie povere, l’11%, di cui, però, 1 milione e 829 mila nel Sud, il 23% delle famiglie meridionali. E se le persone povere sono 8 milioni e 272, pari al 13,8% della popolazione, i minori poveri sono 1 milione 876 mila, il 18,2% di tutti i minori! E, secondo i parametri dell’UE, i nostri bambini e ragazzi a rischio di povertà sono il 24,4% del totale, il tasso più elevato della UE. Tanto è vero che, in Italia, più fai figli e più questi rischiano la povertà: il 30,5% delle famiglie con tre o più figli è povera. E – anche qui – il 70 % dei bambini e adolescenti poveri vive nel Mezzogiorno: 1 milione 266 mila persone in crescita, un terzo dei minori di anni 18 che vivono nel nostro Sud. Sono cifre terribili.
I bambini e ragazzi poveri sono la parte più debole, meno protetta della popolazione; e non votano. Ogni bolletta e ogni piccola spesa imprevista che capita nelle loro case sono un dramma, l’affitto o il mutuo sono spesso a rischio, insieme al lavoro dei genitori, quasi sempre precario. E sono a rischio le ormai brevissime vacanze estive, i vocabolari per la scuola, le rate del computer, l’invito agli amichetti per il compleanno. Lo racconta sempre l’Istat. E i quartieri dove vivono hanno meno verde, palestre, piscine, tempo pieno a scuola, asili nido.
L’Italia ha, al contempo, una grande risorsa: le persone che si occupano di infanzia e adolescenza in difficoltà sono molto esperte, le meno inclini a buttarla in protesta e le meno litigiose. Perché devono poter aiutare. Perché sono il front office di chi se la passa male, conoscono le persone, sanno trovare soluzioni perché tante volte si sono cimentate in questa opera. E oggi sono anche disposte ad abbandonare posizioni rigide e modelli vecchi pur di riequilibrare le cose a favore di chi parte con meno nella vita.
Perciò – per la giornata del 20 novembre - verrebbe da fare un appello semplice al Presidente Monti, al ministro dell’istruzione, a quello del welfare, al ministro della coesione territoriale. Si crei subito una camera di regia a Palazzo Chigi. Come quella che oltre dieci anni fa fu costituita a Downing street. Si metta su una squadra di persone che pensi - sulla base sì dei conti pubblici ma anche dell’urgenza del riequilibrio e sulla scorta dell’esperienza vasta che l’Italia possiede in questo campo - al come costruire un nuovo grande sforzo a favore dei bambini e ragazzi poveri. Uno sforzo insieme pubblico e privato. Da metter in campo entro due mesi. Per ridare sostegno all’auto-impresa dei giovani, agli asili nido e alle mense, alle famiglie e alle donne sole e alle scuole, innanzitutto quelle di base, nelle aree dove si concentra la povertà minorile. Programmi snelli, rigorose procedure di controllo. Cose realistiche affidate a chi sa fare, secondo i modelli che hanno funzionato meglio in questi anni. D’accordo con la Conferenza stato-regioni, per concentrare bene tutte le risorse. Un segnale forte dal nuovo governo. Subito.
Il 20 novembre ricorre l’anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Che stabilisce che ogni persona che nasce deve avere uguali possibilità di riuscita nella vita. In queste giornate il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha più volte rivolto al Parlamento della Repubblica l’impegno di combattere iniquità e privilegi e di dedicare forti energie alle giovani generazioni del nostro Paese, a partire da chi sta peggio.
Milioni di persone – nella scuola, nelle famiglie, nel privato sociale – si occupano del benessere di bambini e adolescenti. Abbiamo posizioni politiche spesso divergenti. Ma condividiamo le stesse crescenti preoccupazioni. Innanzitutto per la piaga della povertà minorile in un grande paese qual è l’Italia.
Infatti l’Istat conta 2 milioni e 734 mila famiglie povere, l’11%, di cui, però, 1 milione e 829 mila nel Sud, il 23% delle famiglie meridionali. E se le persone povere sono 8 milioni e 272, pari al 13,8% della popolazione, i minori poveri sono 1 milione 876 mila, il 18,2% di tutti i minori! E, secondo i parametri dell’UE, i nostri bambini e ragazzi a rischio di povertà sono il 24,4% del totale, il tasso più elevato della UE. Tanto è vero che, in Italia, più fai figli e più questi rischiano la povertà: il 30,5% delle famiglie con tre o più figli è povera. E – anche qui – il 70 % dei bambini e adolescenti poveri vive nel Mezzogiorno: 1 milione 266 mila persone in crescita, un terzo dei minori di anni 18 che vivono nel nostro Sud. Sono cifre terribili.
I bambini e ragazzi poveri sono la parte più debole, meno protetta della popolazione; e non votano. Ogni bolletta e ogni piccola spesa imprevista che capita nelle loro case sono un dramma, l’affitto o il mutuo sono spesso a rischio, insieme al lavoro dei genitori, quasi sempre precario. E sono a rischio le ormai brevissime vacanze estive, i vocabolari per la scuola, le rate del computer, l’invito agli amichetti per il compleanno. Lo racconta sempre l’Istat. E i quartieri dove vivono hanno meno verde, palestre, piscine, tempo pieno a scuola, asili nido.
L’Italia ha, al contempo, una grande risorsa: le persone che si occupano di infanzia e adolescenza in difficoltà sono molto esperte, le meno inclini a buttarla in protesta e le meno litigiose. Perché devono poter aiutare. Perché sono il front office di chi se la passa male, conoscono le persone, sanno trovare soluzioni perché tante volte si sono cimentate in questa opera. E oggi sono anche disposte ad abbandonare posizioni rigide e modelli vecchi pur di riequilibrare le cose a favore di chi parte con meno nella vita.
Perciò – per la giornata del 20 novembre - verrebbe da fare un appello semplice al Presidente Monti, al ministro dell’istruzione, a quello del welfare, al ministro della coesione territoriale. Si crei subito una camera di regia a Palazzo Chigi. Come quella che oltre dieci anni fa fu costituita a Downing street. Si metta su una squadra di persone che pensi - sulla base sì dei conti pubblici ma anche dell’urgenza del riequilibrio e sulla scorta dell’esperienza vasta che l’Italia possiede in questo campo - al come costruire un nuovo grande sforzo a favore dei bambini e ragazzi poveri. Uno sforzo insieme pubblico e privato. Da metter in campo entro due mesi. Per ridare sostegno all’auto-impresa dei giovani, agli asili nido e alle mense, alle famiglie e alle donne sole e alle scuole, innanzitutto quelle di base, nelle aree dove si concentra la povertà minorile. Programmi snelli, rigorose procedure di controllo. Cose realistiche affidate a chi sa fare, secondo i modelli che hanno funzionato meglio in questi anni. D’accordo con la Conferenza stato-regioni, per concentrare bene tutte le risorse. Un segnale forte dal nuovo governo. Subito.
17 ottobre, 2011
Roma di sabato
Sabato sono stato agli indignatos. Nella serata ho visto riunirsi gruppi pacifici e altri no nel centro di Roma. Mi sono chiesto molte cose dopo avere molto parlato in giro nel corteo e ai bordi. Prima e dopo di quel che è accaduto. Tra le quali: è possibile, finalmente, un “gandhismo occidentale” in questo paese? Oggi La Stampa di Torino ha pubblicato questo mio articolo, col titolo "Lo strappo delle minoranze violente".

Il corteo si sta formando. Giovani dottori e infermieri da anni a contratto. Docenti precari e non. Disabili a cui tolgono aiuto. Operai in cassa integrazione da mesi. Donne giovani e non giovani, spesso con i figli, che stanno perdendo il lavoro e la dignità. Immigrati che lavorano al nero nei campi e nell’edilizia. E tanti ragazzi, universitari e lavoratori. Da Nord e da Sud. E non sono venuti con i bus e i treni speciali pagati dalle grandi organizzazioni ma a spese proprie.
Ci sono i suoni e i colori come gli altri 900 cortei del mondo. Bande, bongos, striscioni costruiti in proprio, teatro di strada. Colpisce l’assenza di astio e faziosità. Non è una piazza anti-berlusconiana. E’ un giorno nel quale nessuno s’interessa più a quel anziano signore del tv color, come se finalmente si sapesse che abbiamo altro da fare.
Cos’è questa piazza? C’è la richiesta di poter fare bene il proprio lavoro o di poterne fare uno. Ma il tema è il mondo che vogliamo. Attenzione: non quello che non vogliamo, cosa più facile. Così, quando parli in giro le parole sono sul come tenere in piedi la cooperativa, come garantire la qualità dei servizi, come inventare lavoro, a chi può servire la cosa che hai imparato all’università. E c’è il chiedersi di mercato, competizione, produzione, senza questa finanza però. E con in testa i vincoli del pianeta, i consumi possibili, un altro modo di lavorare, le conoscenze e le tecnologie che lo rendono possibile. E c’è anche il desiderio o la richiesta o l’attesa di un’altra politica.
Poi ci sono anche le bandiere e gli spezzoni organizzati con i simboli del secolo breve. Mentre li guardo, incontro un’educatrice che conosco. Ha venticinque anni. “Non li guardare troppo – mi dice – sono fatti così, anche oggi devono mettere il loro bollino. Li trovi in ogni città. Vengono alle assemblee. Stanno sul web. Non ascoltano e riportano tutto alle loro ricette”. Sì, in Italia è più difficile che altrove ricercare nuove risposte alle domande comuni. Perché ogni nuovo moto che nasce nel mondo deve fare i conti con la presenza di chi riconduce le cose alle categorie, ai segni e al lessico del secolo scorso, come non accade in altre parti del mondo. Presto la tristezza sparisce però. Il corteo è troppo più grande.
Ma ecco che - fuori da ogni rapporto con le diverse anime della piazza - piccoli gruppi si preparano. Vestiti di nero. Senza alcuna manifestazione di rabbia, in modo preordinato. Tutti con tascapane e casco. Alcuni sono più vecchi. Molti giovanissimi. E’ fuorviante chiamarli black block. Ci rassicura ma non spiega. Forse si deve finalmente dire che si ritrovano insieme professionisti della guerriglia urbana legati all’eco dei brutti miti degli anni settanta e piccole fraternità marginali, fondate sull’esaltazione del gesto distruttivo, giovani che cercano l’identità così, nelle curve degli stadi, nella rissa di quartiere, nell’occasione di piazza. A sera, calata l’adrenalina, li trovi ai soliti bar.
Sulla piazza ancora in formazione si capisce il pericolo. Lo capiamo in molti. Ma non c’è un servizio d’ordine che possa intervenire e la polizia non viene a chiedergli conto. Sarebbe anche difficile farlo. In poche decine di minuti la giornata va a finire male. L’energia positiva viene violentemente scippata nonostante gli sforzi di tanti. Solo qualche spezzone di corteo pacifico, indomito, ce la fa. La frustrazione è enorme. Molte persone piangono. In tanti riconoscono che la polizia non ha attaccato in modo indistinto e che i manifestanti hanno creato un solco profondo con chi ha violato la giornata. Queste due cose hanno evitato esiti ancora peggiori e sono una promessa di possibilità.
Restano le domande. Perché dopo decenni tornano sempre le minoranze violente che tolgono potere ai tanti? Quali lunghe rimozioni permettono ancora questa cosa terribile? Il governo nazionale e una politica bloccate – così chiaramente incapaci di dare risposte alle domande del Paese - non contribuiscono a farci ritornare ogni volta indietro?
Delle cose si possono fare. I processi rapidi e rigorosi, che sapppiano inchiodare chi è stato alle sue responsabilità. Il sostegno - da parte di un movimento che voglia continuare a pensare e a manifestare - della necessità, per chi è stato violento, di scontare la pena. E un dibattito politico che per una volta eviti di avvitarsi intorno ai soliti cliché e dia spazio ai temi di questa piazza. Perché sono preziosi.
04 ottobre, 2011
Ancora per la scuola e per i ragazzini del Sud
Venerdì, nel Quartiere Sanità a Napoli ho lavorato con Fondazione con il Sud e Save the children su un possibile programma concreto di contrasto della esclusione precoce nel Mezzogiorno.
Nei prossimi giorni intendo tornare proprio sui punti programmatici sul settimanale Vita.
Intanto si è conclusa la mia inchiesta sulla scuola che sa proporre su La Stampa. Ecco qui l’ultima puntata, riassuntiva, apparsa lunedì, 3 ottobre.
Abbiamo raccolto, in questo avvio di anno, le voci dalle scuole. E non abbiamo sentito solo lamentele. Anzi, sta prendendo forma la convinzione che la scuola è una cosa importantissima e che per salvarla va cambiata da subito, come si può. Per questo quando chiedi in giro, a sud come a nord, a docenti, genitori, ragazzi, dirigenti, esperti, nessuno nega i limiti della scuola. E anche i suoi fallimenti, il primo dei quali è la perdita di un quinto dei ragazzi – quasi un terzo nelle aree più povere del Paese. Insomma sta forse finendo il lungo tempo nel quale i docenti lavoravano con abnegazione ma chi criticava la scuola era percepito come nemico della sua funzione pubblica e l’autocensura impediva di parlare di quel che va cambiato. Beninteso: oggi chiunque faccia scuola - che voti a destra o a sinistra - si indigna per i tagli che mortificano il proprio operare, tagli sconosciuti negli altri paesi – un dato questo che è incontestabile in quanto siamo al ventinovesimo posto su 34 paesi OCSE per il investimenti in istruzione. Ma, al contempo, cresce la persuasione che si possono fare delle concrete cose utili “e che noi – noi che la scuola la facciamo – sappiamo pure quali possono essere, anche con relativamente poco denaro in più e combattendo gli sprechi”. Così, abbiamo potuto raccoglie indicazioni preziose per un suo nuovo governo: un’agenda utile per chiunque vorrà governare questo Paese nella fase di rinascita che prima o poi dovrà esserci.
Mettere in sicurezza e rendere più belle le scuole, con investimenti che tra l’altro incentivano la crescita, come propone il presidente Obama. Dedicare energie “per ragionare e pattuire con i genitori, mettendo ciascuno la sua competenza ma d’accordo” – come ci ha ricordato Piteropolli Charmet. Perché il patto implicito tra adulti che presiede all’educare non c’è più e la scuola è il luogo dove è possibile riformularlo in modo esplicito. Estendere a tutte le scuole le ore di progettazione e riflessione comune tra docenti, come si fa da decenni nella scuola primaria, una cosa che più di ogni altra ha creato formazione continua e rafforzato la cooperazione tra chi insegna e che tutte le ricerche dicono che è condizione decisiva per la tenuta educativa e il miglioramento della didattica. Fermare i tagli al numero dei docenti e dare un organico funzionale alle scuole in modo da favorire le indispensabili flessibilità di uso del tempo e degli spazi dato che la scuola non può più essere rigidamente standardizzata ma deve coniugare il lavoro comune di tutti i ragazzi con l’attenzione alle debolezze e alle forze di ciascuno. Sì, un organico che vada oltre l’ora-cattedra, che permetta di estendere le esperienze che superano la corrispondenza rigida tra classe e aula, sostenendo in modo diverso anche la grande tradizione italiana dell’inclusione dei ragazzi disabili e in difficoltà – che viene ammirata in tutto il mondo ma che ha bisogno di nuova linfa, come ci ha detto Andrea Gavosto. Favorire tutte le azioni, già in atto, che mettono insieme apprendimento formale e informale, on line e in laboratorio. E che coniugano il fuori e il dentro scuola grazie a esperienze significative, che sono un antidoto all’isolamento, alla tv peggiore, ai modelli che tutti – dal mondo laico alla CEI – riconoscono come anti-educativi. E che avvicinano vita e scuola. Al tempo stesso tornare a dare priorità assoluta alla cura precoce delle competenze irrinunciabili a partire daparlare, leggere, e scrivere. Come ripete Clotilde Pontecorvo, citando John Dewey: aumentare scuole materne e nidi e dare solide basi presto. Il che vuol dire dare più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire da Mezzogiorno e periferie povere, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica.
Sono queste le cose che abbiamo ascoltato. E non come idee da “tradurre in pratica”. Al contrario: come pratiche già operanti, come cantiere imperfetto certamente ma già in azione nonostante gli stipendi bassi, le scuole prive di manutenzione, il perdurare dello scandalo del precariato, l’assenza di investimenti per la formazione dei docenti e le classi affollate. Idee nate nel lavoro quotidiano, frutto di una passione civile di tipo operativo e di un’affezione al proprio mestiere, che sono cose diffuse tra i docenti italiani. Idee da tradurre in politiche pubbliche: non libro dei sogni, cose possibili e sostenibili anche in tempo di crisi. E non l’ennesima riforma della riforma della riforma ché, francamente, non se ne può più. È questo semplice ma decisivo cambiamento di prospettiva che sta diventando possibile. Ed è tempo che la politica – che i leader dei partiti – si mettano in posizione di ascolto e di rispetto verso tutto questo.
Nei prossimi giorni intendo tornare proprio sui punti programmatici sul settimanale Vita.
Intanto si è conclusa la mia inchiesta sulla scuola che sa proporre su La Stampa. Ecco qui l’ultima puntata, riassuntiva, apparsa lunedì, 3 ottobre.
Abbiamo raccolto, in questo avvio di anno, le voci dalle scuole. E non abbiamo sentito solo lamentele. Anzi, sta prendendo forma la convinzione che la scuola è una cosa importantissima e che per salvarla va cambiata da subito, come si può. Per questo quando chiedi in giro, a sud come a nord, a docenti, genitori, ragazzi, dirigenti, esperti, nessuno nega i limiti della scuola. E anche i suoi fallimenti, il primo dei quali è la perdita di un quinto dei ragazzi – quasi un terzo nelle aree più povere del Paese. Insomma sta forse finendo il lungo tempo nel quale i docenti lavoravano con abnegazione ma chi criticava la scuola era percepito come nemico della sua funzione pubblica e l’autocensura impediva di parlare di quel che va cambiato. Beninteso: oggi chiunque faccia scuola - che voti a destra o a sinistra - si indigna per i tagli che mortificano il proprio operare, tagli sconosciuti negli altri paesi – un dato questo che è incontestabile in quanto siamo al ventinovesimo posto su 34 paesi OCSE per il investimenti in istruzione. Ma, al contempo, cresce la persuasione che si possono fare delle concrete cose utili “e che noi – noi che la scuola la facciamo – sappiamo pure quali possono essere, anche con relativamente poco denaro in più e combattendo gli sprechi”. Così, abbiamo potuto raccoglie indicazioni preziose per un suo nuovo governo: un’agenda utile per chiunque vorrà governare questo Paese nella fase di rinascita che prima o poi dovrà esserci.
Mettere in sicurezza e rendere più belle le scuole, con investimenti che tra l’altro incentivano la crescita, come propone il presidente Obama. Dedicare energie “per ragionare e pattuire con i genitori, mettendo ciascuno la sua competenza ma d’accordo” – come ci ha ricordato Piteropolli Charmet. Perché il patto implicito tra adulti che presiede all’educare non c’è più e la scuola è il luogo dove è possibile riformularlo in modo esplicito. Estendere a tutte le scuole le ore di progettazione e riflessione comune tra docenti, come si fa da decenni nella scuola primaria, una cosa che più di ogni altra ha creato formazione continua e rafforzato la cooperazione tra chi insegna e che tutte le ricerche dicono che è condizione decisiva per la tenuta educativa e il miglioramento della didattica. Fermare i tagli al numero dei docenti e dare un organico funzionale alle scuole in modo da favorire le indispensabili flessibilità di uso del tempo e degli spazi dato che la scuola non può più essere rigidamente standardizzata ma deve coniugare il lavoro comune di tutti i ragazzi con l’attenzione alle debolezze e alle forze di ciascuno. Sì, un organico che vada oltre l’ora-cattedra, che permetta di estendere le esperienze che superano la corrispondenza rigida tra classe e aula, sostenendo in modo diverso anche la grande tradizione italiana dell’inclusione dei ragazzi disabili e in difficoltà – che viene ammirata in tutto il mondo ma che ha bisogno di nuova linfa, come ci ha detto Andrea Gavosto. Favorire tutte le azioni, già in atto, che mettono insieme apprendimento formale e informale, on line e in laboratorio. E che coniugano il fuori e il dentro scuola grazie a esperienze significative, che sono un antidoto all’isolamento, alla tv peggiore, ai modelli che tutti – dal mondo laico alla CEI – riconoscono come anti-educativi. E che avvicinano vita e scuola. Al tempo stesso tornare a dare priorità assoluta alla cura precoce delle competenze irrinunciabili a partire daparlare, leggere, e scrivere. Come ripete Clotilde Pontecorvo, citando John Dewey: aumentare scuole materne e nidi e dare solide basi presto. Il che vuol dire dare più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire da Mezzogiorno e periferie povere, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica.
Sono queste le cose che abbiamo ascoltato. E non come idee da “tradurre in pratica”. Al contrario: come pratiche già operanti, come cantiere imperfetto certamente ma già in azione nonostante gli stipendi bassi, le scuole prive di manutenzione, il perdurare dello scandalo del precariato, l’assenza di investimenti per la formazione dei docenti e le classi affollate. Idee nate nel lavoro quotidiano, frutto di una passione civile di tipo operativo e di un’affezione al proprio mestiere, che sono cose diffuse tra i docenti italiani. Idee da tradurre in politiche pubbliche: non libro dei sogni, cose possibili e sostenibili anche in tempo di crisi. E non l’ennesima riforma della riforma della riforma ché, francamente, non se ne può più. È questo semplice ma decisivo cambiamento di prospettiva che sta diventando possibile. Ed è tempo che la politica – che i leader dei partiti – si mettano in posizione di ascolto e di rispetto verso tutto questo.
03 ottobre, 2011
Favorire cambiamenti
Nei giorni scorsi è uscita la penultima puntata dell’inchiesta sulla scuola che ho curato per La Stampa.
Lo chiedo al prof. Gustavo Piteropolli Charmet, che è un’autorità sui modelli educativi e sulle nuove fragilità durante la crescita e lavora da anni con le scuole.
“Tra gli indirizzi educativi che tante scuole stanno sperimentando ne elenco tre. Accogliere il bisogno di socializzazione e lavorare a una sua evoluzione costruttiva. Presiedere il limite con costanza e pacatezza, ma parlandone con i ragazzi e mettendo la questione delle regole in diretta relazione con avventure di apprendimento anche impegnative, da fare insieme. Dedicare spazi e tempi per ragionare e pattuire con i genitori il cosa e come fare, ognuno per la sua competenza ma d’accordo”.
Trentino
Andrea Schelfi è dirigente dell’Istituto professionale provinciale Pertini di Trento, 600 alunni che perseguono la qualifica di falegname o quella di parrucchiere o estetista. Insieme a altri 7 istituti professionali del Trentino ha dato vita al progetto Campus: molte attività socializzanti dallo sport alla musica al teatro, patti con le famiglie, tutor per ogni ragazzo il primo anno, nuove misure contenitive, capaci di ricostruire dialogo e consapevolezza.
“Questi ragazzi spesso sono troppo soli e troppo protetti. Altre volte conoscono realtà difficili. La prima regola è differenziare gli interventi, guardare alla persona. I consigli di classe sono la cellula che fa funzionare la relazione educativa e l’apprendimento. Di fronte alle nuove fragilità c’è da lavorare sul gruppo docente, scommettendo sulla sua capacità di coniugare attenzione all’apprendimento e attenzione alla crescita. Non è facile. Ma un gruppo adulto coeso e che riflette aiuta a costruire un gruppo di ragazzi, una classe che sa ugualmente lavorare insieme. Intorno a obiettivi, a sfide formative chiaramente definite. Poi c’è il limite da mantenere. Non esiste accoglienza senza limite. E noi stiamo imparando che, di fronte alle distruttività ma anche ai silenzi ci vuole uno spazio-tempo dedicati. Dove fermarsi, riparare, ricevere attenzione per poi ripartire. La sospensione e la nota da soli non consentono questo. Dobbiamo favorire cambiamenti, puntare sulle trasformazioni dei gruppi e dei singoli adolescenti.”
Calabria
Dall’altro capo dell’Italia e in tutt’altro tipo di scuola Saverio Pazzano non dice cose dissimili. Docente di Italiano, Greco e Latino nel liceo classico paritario San Vincenzo di Reggio Calabria, è educatore e formatore nazionale scout. “Il patto con le famiglie esiste da noi come in tante scuole pubbliche. Noi lo sottolineiamo come un prendere un impegno. Come nelle amicizie tra persone diverse, di età diverse. Nello scoutismo come nella vita si impara che l’amicizia è esigente”. Gli dico che molte scuole hanno ricominciato a chiedere. E funziona. “Noi chiediamo ai ragazzi di fare volontariato e uscire dal loro mondo protetto. Andiamo insieme nelle mense per poveri. Si creano impegni e soprattutto relazioni, ci si interroga. Andiamo poi a Napoli, quartiere Sanità. E lì tengono un doposcuola per periodi estivi. E questo apprendere si riversa anche sull’apprendimento disciplinare, non è un’altra cosa. Anzi, gli ridà senso.”
21 settembre, 2011
Una patrimoniale dedicata ai ragazzi poveri
Sulla prima pagina de l’Unità del 21 settembre è uscito questo mio articolo, titolato “La scuola non può escludere” ma che prosegue all’interno con il titolo “L’esclusione si può battere con cinque mosse”. È la proposta di una patrimoniale utilizzata per sostenere i giovani poveri. E mette in campo proposte concrete. Eccolo:
Mentre la metà dei giovani italiani - anche quando diplomati e laureati - ha un lavoro incerto o non lo ha, vi è il 20% di tutti i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che non hanno completato la scuola superiore né hanno ottenuto una qualifica professionale spendibile.
Il loro fallimento a scuola è precoce, si vede presto. Ha bisogno, per essere vinto, di supporto speciale e costante lungo gli anni – dalla prima infanzia fino a tutta l’adolescenza. Un supporto che oggi non c’è. Anche perché l’offerta di istruzione è troppo standardizzata per poter affrontare un’esclusione sociale e culturale multi-dimensionale, che ha bisogno di azioni flessibili, mirate, innovative e concordate tra le scuole e fuori.
Sono tutti ragazzi poveri che vengono da famiglie povere. Sono due milioni. Sono spesso analfabeti funzionali: parlano, scrivono, leggono male, non conoscono i loro diritti; pur esposti ai media non hanno strumenti di lettura del mondo, delle informazioni, delle opportunità. Sono concentrati nelle aree urbane, nelle periferie sempre più abbandonate soprattutto del Mezzogiorno, ma non solo. Spesso hanno alle spalle storie di profonda frustrazione vissuta in modo ripetuto a casa, nel quartiere, a scuola. Una storia senza conferme positive.
Cosa fanno? Cercano vie di uscita, si parlano sul cosa e come fare, nutrono sogni nonostante tutto. Fanno prove eroiche di emancipazione. Provano ad emigrare al Nord. Alla mercé di nuovi caporalati fanno tentativi faticosi di indipendenza e entrano e escono dal lavoro incerto o al nero. Provano a crescere, così, entro un girotondo di esperienze le cui costanti sono l’estrema brevità del rapporto di lavoro, il bassissimo reddito, le condizioni di lavoro non protetto e il grado basso di competenza e apprendimento richiesto per le mansioni svolte. Ovunque sono a un passo dall’alcool e dalle droghe alle quali devono saper dire di no. Ovunque circondati dal piccolo crimine di sussistenza nei quali cadono in una minoranza. In quattro grandi regioni sono anche nella immediata prossimità della criminalità organizzata, alla quale, in maggioranza, sanno resistere. Non hanno rappresentanza politica né sindacale.
Non hanno banche o forme di credito solidale su cui contare per mettere su una qualche storia di auto-promozione e di rinascita personale. Vengono aiutati da un privato sociale che, però, è ormai stremato in un paese privo di welfare.
Senza via di riscatto né supporto che sia tale pesano sulle famiglie più povere d’Italia. Lì dove la crisi pesa trenta, cinquanta volte di più. Di fronte alla scena dei giovani poveri d’Italia, noi - che ci candidiamo alla guida del Paese – dobbiamo a loro e a noi stessi una presa di posizione. Che sia chiara, concreta. Che sia impegno politico, civile e etico insieme.
Che si faccia una patrimoniale subito. Le cui risorse siano utilizzate, in modo diretto, a ridare la speranza innanzitutto a questi ragazzi e ragazze. I soldi vengano dati alle regioni e alla grandi città. Come è stato per la 285 del primo governo Prodi. Sappiamo dove: le grandi aree urbane del Sud e le periferie povere delle città in generale. Si mettano su dispositivi semplici, che già hanno funzionato. Ci si concentri su 5 cose che tutte le esperienze mondiali ci ripetono che sono le cose da fare:
Mentre la metà dei giovani italiani - anche quando diplomati e laureati - ha un lavoro incerto o non lo ha, vi è il 20% di tutti i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che non hanno completato la scuola superiore né hanno ottenuto una qualifica professionale spendibile.
Il loro fallimento a scuola è precoce, si vede presto. Ha bisogno, per essere vinto, di supporto speciale e costante lungo gli anni – dalla prima infanzia fino a tutta l’adolescenza. Un supporto che oggi non c’è. Anche perché l’offerta di istruzione è troppo standardizzata per poter affrontare un’esclusione sociale e culturale multi-dimensionale, che ha bisogno di azioni flessibili, mirate, innovative e concordate tra le scuole e fuori.
Sono tutti ragazzi poveri che vengono da famiglie povere. Sono due milioni. Sono spesso analfabeti funzionali: parlano, scrivono, leggono male, non conoscono i loro diritti; pur esposti ai media non hanno strumenti di lettura del mondo, delle informazioni, delle opportunità. Sono concentrati nelle aree urbane, nelle periferie sempre più abbandonate soprattutto del Mezzogiorno, ma non solo. Spesso hanno alle spalle storie di profonda frustrazione vissuta in modo ripetuto a casa, nel quartiere, a scuola. Una storia senza conferme positive.
Cosa fanno? Cercano vie di uscita, si parlano sul cosa e come fare, nutrono sogni nonostante tutto. Fanno prove eroiche di emancipazione. Provano ad emigrare al Nord. Alla mercé di nuovi caporalati fanno tentativi faticosi di indipendenza e entrano e escono dal lavoro incerto o al nero. Provano a crescere, così, entro un girotondo di esperienze le cui costanti sono l’estrema brevità del rapporto di lavoro, il bassissimo reddito, le condizioni di lavoro non protetto e il grado basso di competenza e apprendimento richiesto per le mansioni svolte. Ovunque sono a un passo dall’alcool e dalle droghe alle quali devono saper dire di no. Ovunque circondati dal piccolo crimine di sussistenza nei quali cadono in una minoranza. In quattro grandi regioni sono anche nella immediata prossimità della criminalità organizzata, alla quale, in maggioranza, sanno resistere. Non hanno rappresentanza politica né sindacale.
Non hanno banche o forme di credito solidale su cui contare per mettere su una qualche storia di auto-promozione e di rinascita personale. Vengono aiutati da un privato sociale che, però, è ormai stremato in un paese privo di welfare.
Senza via di riscatto né supporto che sia tale pesano sulle famiglie più povere d’Italia. Lì dove la crisi pesa trenta, cinquanta volte di più. Di fronte alla scena dei giovani poveri d’Italia, noi - che ci candidiamo alla guida del Paese – dobbiamo a loro e a noi stessi una presa di posizione. Che sia chiara, concreta. Che sia impegno politico, civile e etico insieme.
Che si faccia una patrimoniale subito. Le cui risorse siano utilizzate, in modo diretto, a ridare la speranza innanzitutto a questi ragazzi e ragazze. I soldi vengano dati alle regioni e alla grandi città. Come è stato per la 285 del primo governo Prodi. Sappiamo dove: le grandi aree urbane del Sud e le periferie povere delle città in generale. Si mettano su dispositivi semplici, che già hanno funzionato. Ci si concentri su 5 cose che tutte le esperienze mondiali ci ripetono che sono le cose da fare:
- aumentare scuole materne e nidi e soprattutto rafforzare l’istruzione di base negli istituti comprensivi, dando più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire dalle aree metropolitane del Sud, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica;
- puntare sul sistema di formazione professionale - che in alcune aree già argina questa specifica crisi - con al centro un triennio di intenso lavoro intorno al sapere fare, ai mestieri, con l’aggiunta di ore ben dedicate alle competenze di cittadinanza - saper leggere e scrivere, capire discorsi, seguire procedure logiche, usare i nuovi media;
- creare task-force in tutte le aree più depresse, che coinvolgano, in progetti ad personam, scuole, imprese, parrocchie, centri sportivi, sindacati;
- rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’apprendistato e offrire un pacchetto di 300 ore annue personalizzate ai giovani adulti tra i 18 e i 28 anni, per acquisire le competenze minime necessarie per stare al mondo;
- avviare un piano di sostegno al micro-credito - d’accordo con banche, fondazioni e responsabilità sociale di impresa - per progetti di vera promozione di impresa, con procedure rigorose, controlli severi ma anche forte sostegno educativo. C’è da buttare giù questo governo. Ma c’è anche da dare subito speranza a chi ne ha più bisogno.
20 settembre, 2011
Proposte dalla scuola
Sta continuando la mia inchiesta su La Stampa.
Ecco la seconda puntata uscita il 15 settembre – con voci da Basilicata e Torino.
Al di là dell’interpretazione delle cifre, i soldi investiti nella scuola scendono da anni. Non c’è dirigente, docente o genitore che non lo avverta. Ma c’è una novità nell’aria: le scuole si domandano se questo non sia comunque il tempo di smettere di lamentarsi e innovare coi mezzi che ci sono. Da dove partire?
Basilicata Lo chiedo a Pancrazio Toscano. Da poco in pensione. Maestro elementare fin da giovane e ricercatore di geografia. E’ di Tricarico, Basilicata, paese del quale è stato anche sindaco. Da maestro aveva inventato, negli anni settanta, la classe itinerante. Portava i bimbi a esplorare e studiare i territori dal punto di vista geografico, storico, scientifico, letterario. Con un accordo con l’Alitalia li ha persino portati gratuitamente a volare “per vedere e disegnare l’Italia dall’alto”. E’ stato dirigente scolastico a Como, in una difficile periferia romana, nei paesini e nelle città lucane. “Si parte da cos’è la scuola dell’obbligo, che è 'il luogo intenzionalmente organizzato per apprendere insieme ad altri, non consanguinei’. Il che significa che anche noi che insegniamo dobbiamo farlo. Il fulcro è il gruppo docente in azione, che riflette sul da farsi. Questo è al contempo formazione. Certo, ci vuole una manutenzione culturale, un accompagnamento. E il dirigente deve tornare ad essere - insieme ad altri facilitatori rispettosi - innanzitutto persona di scuola, attenta alla postura delle risorse umane. Sì, postura: guardare in alto per non cadere. E poi dedicarsi artigianalmente al come e al cosa si fa, ogni giorno. Con tutti i docenti. Perché solo il 5% non lo farà mai. Ed è assurdo che solo la scuola primaria faccia due ore a settimana nelle quali ci si confronta su quel che si fa. Prima proposta: estendere questa esperienza a medie e superiori. Anche la formazione iniziale va fatta sul cosa e il come, stando a scuola, con docenti più esperti. Ci vuole molta cura delle relazioni, tempi lenti e procedure costanti. Quel che vale per i ragazzi vale anche per gli adulti. Bisogna tutti tornare a imparare. C’è un evidente calo di motivazione? Per rimotivare bisogna anche differenziare. Ma – attenzione! - tenendo i gruppi uniti. Lo skipper deve tenere uniti tutti usando bene ogni differenza. Ma poi annusa il vento. Ci siano singoli docenti bravi e cattivi. Ma fermarsi a questo significa non sapere come è una scuola e non dà spazio alle parti promettenti di ognuno e alla forza pacata di un gruppo. E io ho visto che più c’è costruzione di laboratori, di invenzioni comuni, di ricerca di rigore dentro ogni novità più c’è coinvolgimento dei ragazzi e più crescono anche i docenti”.
Torino Giulia Guglielmini è dirigente da 5 anni. Prima aveva insegnato in ogni ordine di scuola, dalle primarie all’università. “Sì, ci sono incerte risorse economiche e nell’organico, mobilità degli alunni, ecc. Ma qui - zona di Porta Palazzo, Torino - sento che si è in un punto strategico, un centro vero, che induce cambiamenti. Perché apre alla multi cultura, al mondo globale. E questo spinge a cambiare i modi della scuola e alla riflessione, alla creatività: apprendimento cooperativo, laboratori, azioni personalizzate, differenziazioni senza escludere, lavoro con i genitori, sinergie continue con il volontariato. Le nostre vive pratiche sono altrettante riforme messe già in campo. Ma il confronto nazionale tra tante esperienze così – ecco il sogno nel cassetto – può avvenire grazie a un forte sviluppo delle reti professionali di chi insegna, del confronto tra gruppi docenti e scuole attraverso il web 2.0, gratuito, comunitario, fondato sul lavoro svolto, sulle idee attuate. Vorrei scuole con più soldi perché siano sicure ed accoglienti. E per fortuna ci sono i genitori che si attivano, ridipingono le aule, tengono su la scuola. Perché la scuola pubblica è sentita come luogo di costruzione di futuro. E oggi regge alla crisi perché ci sono docenti, bidelli, genitori, dirigenti che ci credono”.
E qui c’è il terza puntata, uscita il 19, con voci da Cagliari, Napoli, Roma:
Chi fa scuola ogni giorno può anche protestare ma poi si rimbocca le maniche.
Cagliari “Anche se senti falsi o lontani i comunicati del Ministero, quello che conta all’avvio di anno è rispondere agli alunni, è la relazione educativa, il legame con chi impara, l’artigianato della didattica riscoperto con i tuoi colleghi. Non è rassegnazione, siamo indignati. Ma sentiamo la responsabilità civile. E anche un’altra cosa: l’attaccamento al lavoro, la non rinuncia”. Insegnante di ruolo da 29 anni, esperta di didattiche attive del movimento di cooperazione educativo, Luisanna Ardu è maestra in una scuola del centro di Cagliari con 900 alunni. “Stiamo riprovando di fare le classi aperte, come negli anni settanta, mettendo insieme 40 bambini per poi fare gruppi, ricomporli, riorganizzarsi per difendere la scuola attiva, quella che non incolla nei banchi ma crea azione, entusiasmo, possibilità, favorendo le compresenze rese difficili dal taglio delle ore. Non possiamo rinunciare al nostro saper fare scuola, alle esperienze, ai risultati di tanti anni. Sarebbe un rinnegare se stessi, una dignità”.
Napoli Il senso di queste parole lo conferma Paola Carretta. Ha insegnato lettere nella difficilissima periferia orientale di Napoli. Poi è stata dirigente nelle scuole difficili del centro storico e poi a Piscinola, Pianura, Soccavo. La scuola Pirandello a ordinamento musicale - che ha appena lasciato per andare in pensione - ha 700 alunni. “E’ da anni che abbiamo imparato a fare le nozze coi fichi secchi, senza che il dibattito pubblico del Paese se ne occupasse. Qui, nella scuola di base, dove si crea cittadinanza, il progetto su cittadinanza e Costituzione, che ha visto una partecipazione entusiasta dei ragazzi deve cercare oggi i soldi nel pacchetto sulla sicurezza. Scoviamo fondi sempre più scarni ovunque, con difficili negoziazioni. Perché è da tempo che i soldi a sostegno dell’autonomia delle scuole – legge 440 del 1997 – sono una chimera. Qui, fino al 2013, c’è ancora qualcosa dal Fondo sociale europeo per l’obiettivo dedicato al Mezzogiorno. Ma poi? Si fa fatica a fare bene la musica, gli strumenti non possiamo comprarli più per i ragazzini meno fortunati; è faticoso tenere in piedi il progetto sportivo fondato sul canottaggio; bisogna letteralmente inventarsi come curare le competenze cruciali in Italiano, matematica, lingue straniere, quelle misurate dall’OCSE. Eppure a continuare a fare queste cose ci si riesce. Ma solo grazie all’abnegazione dei docenti, alla dedizione. Ce ne sono anche di meno bravi. Ma sono un’esigua minoranza. La scuola tiene grazie a questo attaccamento”.
Roma Paolo Mazzoli, fisico, ha insegnato per 15 anni nella scuola primaria dedicandosi alla sperimentazione della didattica in scienze con i più piccoli. Poi è diventato dirigente e oggi guida la scuola Angelo Mauri di Roma. Gli chiedo nel merito della finanziaria, legge 111 del 2011. “La finanziaria ha l’art. 19 dedicato alla scuola. Il comma 4 riunisce in istituti comprensivi, con minimo mille alunni, le scuole primarie e medie. Oggi sono in atto ricorsi da almeno 3 regioni. Ma ok: diciamo che, grazie all’abnegazione di chi fa scuola, può essere anche un’occasione. Per costruire una scuola di base, come in Danimarca, fondata sulla continuità dai 3 ai 14 anni. Ma questo si fa solo se ci sono dirigenti per tutte le scuole, cosa che non è. E poi il comma 6 vieta che ci siamo docenti esonerati sotto le 55 classi. Ma come si fa a governare una sfida didattica e un’organizzazione complessa senza un team di coordinamento? Mi verrebbe di proporre di cassare il comma o di annullare qualche migliaio di esoneri e darli alle scuole autonome, una misura a costo zero. Intanto i docenti tengono, sì. Ma c’è bisogno di formazione. I bambini e il mondo sono cambiati e pure le discipline. Perché non estendiamo alle scuole medie e superiori le 2 ore pagate per progettare e riflettere insieme, che è la base di ogni formazione: da 18 a 18 + 2 ore; e alla scuola d’infanzia 23 ore di lezione + 2 di progettazione comune. Ma a patto che ci siano spazi contrattuali e soldi anche per guidarla. E poi sul sapere e su come si trasmette ci vuole una formazione che alzi l’asticella per tutti”.
Al di là dell’interpretazione delle cifre, i soldi investiti nella scuola scendono da anni. Non c’è dirigente, docente o genitore che non lo avverta. Ma c’è una novità nell’aria: le scuole si domandano se questo non sia comunque il tempo di smettere di lamentarsi e innovare coi mezzi che ci sono. Da dove partire?
Basilicata Lo chiedo a Pancrazio Toscano. Da poco in pensione. Maestro elementare fin da giovane e ricercatore di geografia. E’ di Tricarico, Basilicata, paese del quale è stato anche sindaco. Da maestro aveva inventato, negli anni settanta, la classe itinerante. Portava i bimbi a esplorare e studiare i territori dal punto di vista geografico, storico, scientifico, letterario. Con un accordo con l’Alitalia li ha persino portati gratuitamente a volare “per vedere e disegnare l’Italia dall’alto”. E’ stato dirigente scolastico a Como, in una difficile periferia romana, nei paesini e nelle città lucane. “Si parte da cos’è la scuola dell’obbligo, che è 'il luogo intenzionalmente organizzato per apprendere insieme ad altri, non consanguinei’. Il che significa che anche noi che insegniamo dobbiamo farlo. Il fulcro è il gruppo docente in azione, che riflette sul da farsi. Questo è al contempo formazione. Certo, ci vuole una manutenzione culturale, un accompagnamento. E il dirigente deve tornare ad essere - insieme ad altri facilitatori rispettosi - innanzitutto persona di scuola, attenta alla postura delle risorse umane. Sì, postura: guardare in alto per non cadere. E poi dedicarsi artigianalmente al come e al cosa si fa, ogni giorno. Con tutti i docenti. Perché solo il 5% non lo farà mai. Ed è assurdo che solo la scuola primaria faccia due ore a settimana nelle quali ci si confronta su quel che si fa. Prima proposta: estendere questa esperienza a medie e superiori. Anche la formazione iniziale va fatta sul cosa e il come, stando a scuola, con docenti più esperti. Ci vuole molta cura delle relazioni, tempi lenti e procedure costanti. Quel che vale per i ragazzi vale anche per gli adulti. Bisogna tutti tornare a imparare. C’è un evidente calo di motivazione? Per rimotivare bisogna anche differenziare. Ma – attenzione! - tenendo i gruppi uniti. Lo skipper deve tenere uniti tutti usando bene ogni differenza. Ma poi annusa il vento. Ci siano singoli docenti bravi e cattivi. Ma fermarsi a questo significa non sapere come è una scuola e non dà spazio alle parti promettenti di ognuno e alla forza pacata di un gruppo. E io ho visto che più c’è costruzione di laboratori, di invenzioni comuni, di ricerca di rigore dentro ogni novità più c’è coinvolgimento dei ragazzi e più crescono anche i docenti”.
Torino Giulia Guglielmini è dirigente da 5 anni. Prima aveva insegnato in ogni ordine di scuola, dalle primarie all’università. “Sì, ci sono incerte risorse economiche e nell’organico, mobilità degli alunni, ecc. Ma qui - zona di Porta Palazzo, Torino - sento che si è in un punto strategico, un centro vero, che induce cambiamenti. Perché apre alla multi cultura, al mondo globale. E questo spinge a cambiare i modi della scuola e alla riflessione, alla creatività: apprendimento cooperativo, laboratori, azioni personalizzate, differenziazioni senza escludere, lavoro con i genitori, sinergie continue con il volontariato. Le nostre vive pratiche sono altrettante riforme messe già in campo. Ma il confronto nazionale tra tante esperienze così – ecco il sogno nel cassetto – può avvenire grazie a un forte sviluppo delle reti professionali di chi insegna, del confronto tra gruppi docenti e scuole attraverso il web 2.0, gratuito, comunitario, fondato sul lavoro svolto, sulle idee attuate. Vorrei scuole con più soldi perché siano sicure ed accoglienti. E per fortuna ci sono i genitori che si attivano, ridipingono le aule, tengono su la scuola. Perché la scuola pubblica è sentita come luogo di costruzione di futuro. E oggi regge alla crisi perché ci sono docenti, bidelli, genitori, dirigenti che ci credono”.
E qui c’è il terza puntata, uscita il 19, con voci da Cagliari, Napoli, Roma:
Chi fa scuola ogni giorno può anche protestare ma poi si rimbocca le maniche.
Cagliari “Anche se senti falsi o lontani i comunicati del Ministero, quello che conta all’avvio di anno è rispondere agli alunni, è la relazione educativa, il legame con chi impara, l’artigianato della didattica riscoperto con i tuoi colleghi. Non è rassegnazione, siamo indignati. Ma sentiamo la responsabilità civile. E anche un’altra cosa: l’attaccamento al lavoro, la non rinuncia”. Insegnante di ruolo da 29 anni, esperta di didattiche attive del movimento di cooperazione educativo, Luisanna Ardu è maestra in una scuola del centro di Cagliari con 900 alunni. “Stiamo riprovando di fare le classi aperte, come negli anni settanta, mettendo insieme 40 bambini per poi fare gruppi, ricomporli, riorganizzarsi per difendere la scuola attiva, quella che non incolla nei banchi ma crea azione, entusiasmo, possibilità, favorendo le compresenze rese difficili dal taglio delle ore. Non possiamo rinunciare al nostro saper fare scuola, alle esperienze, ai risultati di tanti anni. Sarebbe un rinnegare se stessi, una dignità”.
Napoli Il senso di queste parole lo conferma Paola Carretta. Ha insegnato lettere nella difficilissima periferia orientale di Napoli. Poi è stata dirigente nelle scuole difficili del centro storico e poi a Piscinola, Pianura, Soccavo. La scuola Pirandello a ordinamento musicale - che ha appena lasciato per andare in pensione - ha 700 alunni. “E’ da anni che abbiamo imparato a fare le nozze coi fichi secchi, senza che il dibattito pubblico del Paese se ne occupasse. Qui, nella scuola di base, dove si crea cittadinanza, il progetto su cittadinanza e Costituzione, che ha visto una partecipazione entusiasta dei ragazzi deve cercare oggi i soldi nel pacchetto sulla sicurezza. Scoviamo fondi sempre più scarni ovunque, con difficili negoziazioni. Perché è da tempo che i soldi a sostegno dell’autonomia delle scuole – legge 440 del 1997 – sono una chimera. Qui, fino al 2013, c’è ancora qualcosa dal Fondo sociale europeo per l’obiettivo dedicato al Mezzogiorno. Ma poi? Si fa fatica a fare bene la musica, gli strumenti non possiamo comprarli più per i ragazzini meno fortunati; è faticoso tenere in piedi il progetto sportivo fondato sul canottaggio; bisogna letteralmente inventarsi come curare le competenze cruciali in Italiano, matematica, lingue straniere, quelle misurate dall’OCSE. Eppure a continuare a fare queste cose ci si riesce. Ma solo grazie all’abnegazione dei docenti, alla dedizione. Ce ne sono anche di meno bravi. Ma sono un’esigua minoranza. La scuola tiene grazie a questo attaccamento”.
Roma Paolo Mazzoli, fisico, ha insegnato per 15 anni nella scuola primaria dedicandosi alla sperimentazione della didattica in scienze con i più piccoli. Poi è diventato dirigente e oggi guida la scuola Angelo Mauri di Roma. Gli chiedo nel merito della finanziaria, legge 111 del 2011. “La finanziaria ha l’art. 19 dedicato alla scuola. Il comma 4 riunisce in istituti comprensivi, con minimo mille alunni, le scuole primarie e medie. Oggi sono in atto ricorsi da almeno 3 regioni. Ma ok: diciamo che, grazie all’abnegazione di chi fa scuola, può essere anche un’occasione. Per costruire una scuola di base, come in Danimarca, fondata sulla continuità dai 3 ai 14 anni. Ma questo si fa solo se ci sono dirigenti per tutte le scuole, cosa che non è. E poi il comma 6 vieta che ci siamo docenti esonerati sotto le 55 classi. Ma come si fa a governare una sfida didattica e un’organizzazione complessa senza un team di coordinamento? Mi verrebbe di proporre di cassare il comma o di annullare qualche migliaio di esoneri e darli alle scuole autonome, una misura a costo zero. Intanto i docenti tengono, sì. Ma c’è bisogno di formazione. I bambini e il mondo sono cambiati e pure le discipline. Perché non estendiamo alle scuole medie e superiori le 2 ore pagate per progettare e riflettere insieme, che è la base di ogni formazione: da 18 a 18 + 2 ore; e alla scuola d’infanzia 23 ore di lezione + 2 di progettazione comune. Ma a patto che ci siano spazi contrattuali e soldi anche per guidarla. E poi sul sapere e su come si trasmette ci vuole una formazione che alzi l’asticella per tutti”.
12 settembre, 2011
Apriamo il cantiere della speranza
Riaprono le scuole. E questo che segue è un mio articolo che "la Stampa" ha pubblicato oggi in prima. Dovrebbe essere il primo di una rubrica appunto dedicata alla scuola e che cercherò di raccogliere qui.
Riaprono le scuole. Bisogna dire quel che non va. Ma c’è anche da immaginare possibilità, sogni da costruire, speranze. Parlare di scuola oggi vuol dire immaginare una sua rinascita, un cambiamento. Del resto si apprende solo grazie ai cambiamenti. E se lo fanno i nostri ragazzi lo deve fare il Paese. Bisogna partire da una constatazione: non si può guardare alle generazioni future senza permetterne i sogni. Ed è la scuola ben fatta la prima sorgente di quei sogni. Ovunque nel mondo. Eppure, in questa brutta stagione italiana, due tsunami si stanno abbattendo sulle scuole. Il primo tsunami è partito dai tagli lineari del governo. Otto miliardi in tre anni. Che riducono classi, numero dei dirigenti e docenti, ore di scuola e per l’integrazione dei bambini in difficoltà. Il secondo ci arriverà addosso come diretta conseguenza dei tagli agli enti locali, che li costringerà a ridurre i soldi per asili nido, mense, progetti per i giovani, scuole d’infanzia, assistenza ai disabili, edilizia scolastica e sicurezza. Nessun paese occidentale o emergente lo ha fatto, nonostante la crisi.
Oggi siamo a 4,2 % del PIL investito in istruzione, penultimi in Europa. E il "Documento di economia e finanza" (DEF) approvato a maggio prevede di far scendere gli investimenti alla scuola fino al 3,4 % di PIL. La media OCSE è 5,7%. E tutti conservano o aumentano i soldi per la scuola. Obama ha appena annunciato investimenti per rispondere alla crisi e tra questi vi sono aumenti agli insegnanti ed edilizia scolastica. Il governo ha operato una scelta folle. Che l’Italia non aveva mai fatto. Né quando, poverissima, iniziò la sua vita di nazione cento cinquanta anni fa, né durante le crisi e le guerre dello scorso secolo. Mai. Perché l’investimento in istruzione contribuisce grandemente allo sviluppo. Infatti ha favorito il nostro boom economico e ora quello di India, Cina, Corea, Brasile. Ci sono sprechi da tagliare? Certamente sì. Ma altro è fare una seria disamina degli sprechi e metterci mano e altro sono tagli che rivelano un massiccio disinvestimento e che, inoltre, si sono operati in modo lineare, senza alcun criterio pedagogico, nella mera ottica del risparmio. Quando tiri via cifre così grandi in questo modo, succedono molte cose diverse e gli effetti sono maggiori della loro somma.
Se aumentano gli alunni per classe diminuisce la possibilità di attenzione rivolta a ciascuno, cala la probabilità di differenziare gli approcci didattici e mettere su laboratori, c’è meno tempo per mettere in contatto le competenze da costruire in classe e le tante cose che i ragazzi imparano anche fuori da scuola. Diventa più difficile creare buone situazioni di verifica e correggere i compiti di ognuno ecc.
Se diminuiscono le ore questi effetti negativi si moltiplicano e, inoltre, c’è meno tempo per parlarsi tra scuole e famiglie.
Se, poi, le nuove immissioni in ruolo dei docenti coprono appena i posti di chi è andato in pensione, allora a gestire le nuove difficoltà sono un numero immutato di precari. I quali cambiano scuola quasi ogni anno. Così diminuisce ancor più la possibilità di costruire una relazione e una costanza di lavoro tra docenti e ragazzi.
Se chi ha difficoltà ha meno sostegno, ciò punisce i più deboli ma anche tutti gli altri.
Se, in aggiunta, questa situazione è governata da un dirigente che non si occupa più di una sola scuola ma di tre – un terzo delle scuole è oggi in questa situazione - allora aumenta il caos e il senso di solitudine di scuole, docenti, genitori.
Fino a quando se ne parla così è un conto. Quando si pensa al proprio figlio ne è un altro. “Perché il prof. non ti ha ancora restituito il compito corretto?” “Perché si sono chiusi i laboratori?” “Perché a Angelina hanno tolto le ore nonostante stesse faticosamente affrontando la dislessia?” “Perché si va meno in palestra?” “Perché non fate più i gruppi di livello di inglese?” Sì, è una follia. Ma anche una miseria umana. Perché qualsiasi comunità che non sa puntare sui suoi figli ha poco cervello ma anche poco cuore. E questo è ancor più vero perché le sfide educative sono aumentate e non diminuite. I modelli educativi sono diventati più fragili e cresce il bisogno di accordarsi tra genitori e docenti. I bambini poveri e la dispersione scolastica non diminuiscono. L’uso diffuso dei media, l’aumento delle complessità del sapere, e delle interconnessioni tra discipline una volta ben distinte o tra teorie e costruzioni pratiche sono tutte cose che comportano un più ricco uso di spazi, tempi e modi di apprendimento.
Le rivoluzioni culturali, politiche, tecnologiche in atto richiedono una scuola più ricca e non certo ridotta a meno ore svolte come ai tempi dei nostri padri. Si impone una radicale riflessione su come cambiare a fondo l’idea stessa di scuola. Un esame di sprechi e conservatorismi inaccettabili è urgente. Molti propongono finalmente stimoli all’innovazione. Ma una stagione di tagli lineari non favorisce affatto queste cose. Si deve subito invertire una rotta basata sul disinvestimento e mettersi nel solco delle politiche internazionalmente accreditate: investimenti efficaci e innovazione. Molte idee già ci sono. Molte scuole creano cose promettenti.
E’ tempo di aprire un cantiere che ridia speranza e opportunità ai docenti, ai genitori e soprattutto ai ragazzi. L’agenda-scuola deve ritornare in cima alla lista.
Riaprono le scuole. Bisogna dire quel che non va. Ma c’è anche da immaginare possibilità, sogni da costruire, speranze. Parlare di scuola oggi vuol dire immaginare una sua rinascita, un cambiamento. Del resto si apprende solo grazie ai cambiamenti. E se lo fanno i nostri ragazzi lo deve fare il Paese. Bisogna partire da una constatazione: non si può guardare alle generazioni future senza permetterne i sogni. Ed è la scuola ben fatta la prima sorgente di quei sogni. Ovunque nel mondo. Eppure, in questa brutta stagione italiana, due tsunami si stanno abbattendo sulle scuole. Il primo tsunami è partito dai tagli lineari del governo. Otto miliardi in tre anni. Che riducono classi, numero dei dirigenti e docenti, ore di scuola e per l’integrazione dei bambini in difficoltà. Il secondo ci arriverà addosso come diretta conseguenza dei tagli agli enti locali, che li costringerà a ridurre i soldi per asili nido, mense, progetti per i giovani, scuole d’infanzia, assistenza ai disabili, edilizia scolastica e sicurezza. Nessun paese occidentale o emergente lo ha fatto, nonostante la crisi.
Oggi siamo a 4,2 % del PIL investito in istruzione, penultimi in Europa. E il "Documento di economia e finanza" (DEF) approvato a maggio prevede di far scendere gli investimenti alla scuola fino al 3,4 % di PIL. La media OCSE è 5,7%. E tutti conservano o aumentano i soldi per la scuola. Obama ha appena annunciato investimenti per rispondere alla crisi e tra questi vi sono aumenti agli insegnanti ed edilizia scolastica. Il governo ha operato una scelta folle. Che l’Italia non aveva mai fatto. Né quando, poverissima, iniziò la sua vita di nazione cento cinquanta anni fa, né durante le crisi e le guerre dello scorso secolo. Mai. Perché l’investimento in istruzione contribuisce grandemente allo sviluppo. Infatti ha favorito il nostro boom economico e ora quello di India, Cina, Corea, Brasile. Ci sono sprechi da tagliare? Certamente sì. Ma altro è fare una seria disamina degli sprechi e metterci mano e altro sono tagli che rivelano un massiccio disinvestimento e che, inoltre, si sono operati in modo lineare, senza alcun criterio pedagogico, nella mera ottica del risparmio. Quando tiri via cifre così grandi in questo modo, succedono molte cose diverse e gli effetti sono maggiori della loro somma.
Se aumentano gli alunni per classe diminuisce la possibilità di attenzione rivolta a ciascuno, cala la probabilità di differenziare gli approcci didattici e mettere su laboratori, c’è meno tempo per mettere in contatto le competenze da costruire in classe e le tante cose che i ragazzi imparano anche fuori da scuola. Diventa più difficile creare buone situazioni di verifica e correggere i compiti di ognuno ecc.
Se diminuiscono le ore questi effetti negativi si moltiplicano e, inoltre, c’è meno tempo per parlarsi tra scuole e famiglie.
Se, poi, le nuove immissioni in ruolo dei docenti coprono appena i posti di chi è andato in pensione, allora a gestire le nuove difficoltà sono un numero immutato di precari. I quali cambiano scuola quasi ogni anno. Così diminuisce ancor più la possibilità di costruire una relazione e una costanza di lavoro tra docenti e ragazzi.
Se chi ha difficoltà ha meno sostegno, ciò punisce i più deboli ma anche tutti gli altri.
Se, in aggiunta, questa situazione è governata da un dirigente che non si occupa più di una sola scuola ma di tre – un terzo delle scuole è oggi in questa situazione - allora aumenta il caos e il senso di solitudine di scuole, docenti, genitori.
Fino a quando se ne parla così è un conto. Quando si pensa al proprio figlio ne è un altro. “Perché il prof. non ti ha ancora restituito il compito corretto?” “Perché si sono chiusi i laboratori?” “Perché a Angelina hanno tolto le ore nonostante stesse faticosamente affrontando la dislessia?” “Perché si va meno in palestra?” “Perché non fate più i gruppi di livello di inglese?” Sì, è una follia. Ma anche una miseria umana. Perché qualsiasi comunità che non sa puntare sui suoi figli ha poco cervello ma anche poco cuore. E questo è ancor più vero perché le sfide educative sono aumentate e non diminuite. I modelli educativi sono diventati più fragili e cresce il bisogno di accordarsi tra genitori e docenti. I bambini poveri e la dispersione scolastica non diminuiscono. L’uso diffuso dei media, l’aumento delle complessità del sapere, e delle interconnessioni tra discipline una volta ben distinte o tra teorie e costruzioni pratiche sono tutte cose che comportano un più ricco uso di spazi, tempi e modi di apprendimento.
Le rivoluzioni culturali, politiche, tecnologiche in atto richiedono una scuola più ricca e non certo ridotta a meno ore svolte come ai tempi dei nostri padri. Si impone una radicale riflessione su come cambiare a fondo l’idea stessa di scuola. Un esame di sprechi e conservatorismi inaccettabili è urgente. Molti propongono finalmente stimoli all’innovazione. Ma una stagione di tagli lineari non favorisce affatto queste cose. Si deve subito invertire una rotta basata sul disinvestimento e mettersi nel solco delle politiche internazionalmente accreditate: investimenti efficaci e innovazione. Molte idee già ci sono. Molte scuole creano cose promettenti.
E’ tempo di aprire un cantiere che ridia speranza e opportunità ai docenti, ai genitori e soprattutto ai ragazzi. L’agenda-scuola deve ritornare in cima alla lista.
03 settembre, 2011
Si ricomincia. Dai rifiuti
Già da qualche settimana sono rientrato al lavoro aTrento. Riprendo ora a dire. Domani esce su la Repubblica di Napoli questo mioarticolo, tema i rifiuti… visti da qui e raccontati per come capisco io chestia andando questa battaglia:
I rifiuti sono il grande, perenne tema, anche dei tantinapoletani che vivono lontano. Abbiamo un bisogno folle di toglierci i lunghianni di vergogna dalla faccia. E malediremo sempre chi ce l'ha messa addosso.L’estate è calda qui più che giù. Non c’è brezza dal mare. Per strada mi trovocon alcuni operatori del sociale, emigrati: soldi pagati ogni mese,come non è da noi. Gianni spiega ai colleghi di Trento come è difficile gestirei rifiuti. Ascoltano. Non so se capiscono. Gli dici che ce la faremo e tiguardano in un modo che fa fatica dentro. Franca dice delle telefonate dellesorelle, che raccontano della voglia di pulire della gente del quartiere.
Parto per giù. Incontro Arturo sul solito treno. E’ un ragazzodi Napoli che lavora in un’azienda elettronica in Germania. “Ma il sindaco cela farà con i rifiuti?” Sono i primi di agosto. Arrivo in città. I cumuli delleultime tre volte non ci sono. Nel mio quartiere continua la vigilanza dal bassosull’orario. La gente scende la sera con i sacchetti, disciplinata. Mio figlioe gli altri ragazzi del palazzo differenziano come hanno fatto sempre. Siassumono la fatica di portarli in un altro quartiere. A turno.
A fine mese riparto con le strade sgombre. E appena rientrato alNord, in una solo giornata 4 persone diverse mi chiedono se ci riusciremo, sesi eviteranno nuove crisi.
Ne ragiono dentro di me, guardo i dati. So che la domanda di chiè fuori è la stessa di chi si attiva a Napoli. E’ la sfida per la vita di unacittà. La differenziata è ancora al 17 per cento. E mentre sta per aprirsi lavera battaglia su quel fronte, ci sono da smaltire 1.250 tonnellate al giorno.
Lo racconto a un assessore di qui. Non si rende conto neanchedella cifra, sgrana gli occhi. Gli mostro che, in proporzione alla popolazione,produciamo meno rifiuti… “Sai, siamo piùpoveri, consumiamo di meno”. Annuisce, vuole capire.
“La vera battaglia è ladifferenziata. Faccio parte di quelli che lo dicono da sempre. Gli automezzinuovi stanno arrivando. Domani si aprono le buste del bando per i bidoncini:carta, umido, multi materiale, indifferenziata.” “Come da noi!” – dice l’assessore. Mi sembra di stare nel filmBenvenuti al Sud. Gli stereotipi albergano anche nelle persone migliori, cheamano la nostra città. Così lo informo: “Comein tanti comuni virtuosi intorno a Napoli”. “Sai – aggiungo - metteranno ibidoncini sotto i palazzi, ampliando l’utenza da 140 mila a 320 mila persone.Gli indico su un foglio i quartieri. Gireranno strada per strada ad informare.Nei Quartieri Spagnoli - dove non c’è spazio - metteranno i sacchi di coloridiversi in giorni diversi. E’ il mio quartiere. La gente ha voglia di farlo.Nei quartieri dove già è in atto, la percentuale di differenziata è salita congrande rapidità. Chi ha governato prima non aveva voluto credere nella città.”.“E i soldi da dove vengono?” “Circa 9 milioni dal ministro dell’ambiente maintanto e soprattutto da un mutuo” – gli rispondo. “Un muto?” – chiede. “Sì, unmutuo di 43 milioni ottenuto dal Comune. Che serve a gestire il temponecessario a far funzionare la differenziata e intanto tirar via dalle strade esmaltire. Un mutuo che ha ri-finanziato l’Asia, ricapitalizzato”. “Ma l’Asia l’ho vista in tv, era una cosa dabrividi…. “Non è così” gli dico.Racconto del lavoro all’Asia in questi mesi. Del lavoro tra comune provincia,tra Asia e l’ente provinciale Sapna, della possibilità di un consorzio a breve.
E’ sorpreso. “Ma ora doveva la monnezza e dove andrà mentre si svolge la lunga battaglia per la differenziata?”Descrivo la vicenda, racconto dei luoghi promessi e disdetti. Serre. Savignano.Spiego dei terreni e della densità di popolazione, delle proteste, della faticadi rifare tutto. Ascolta. “Sì, ma dove vala monnezza ora?” La risposta è lunga: “Perora va nel Casertano. Questo è un mese critico, un imbuto. Riaprono le scuole.La discarica molto contestata di Chiaiano ha procedure di controllo in atto eha bisogno di lavori per ottimizzare la capienza. I rifiuti indifferenziativanno agli STIR di Chiaiano, Giuliano. Ci sono ancora code per trattarli.Attese dei compattatori, anche di ore. E’ difficile. Lì vengono tritati,vagliati, divisi, imballati. La parte secca va ad Acerra, dove ora funzionanodue linee. L’umido va in discarica. E questa estate liberata dai rifiuti c’èstata perché il decreto del governo è caduto e perché il consiglio di stato haribaltato il giudizio del TAR; così si sono potuti fare gli accordi conoperatori e enti locali in Emilia e Liguria, tutto con delibere di quelleregioni e secondo i crismi”.“E poi?” – mi chiede. “Poi: andranno prima in Olanda edopo altrove all’estero, fino alla fine dell’anno, con le navi. Grazie a unamanifestazione di interesse già bandita, c’è interesse da parte di tanti”. “E comearrivano i rifiuti alle navi?” Gli spiego: “Vengono messi in delle balle nei siti di trasferenza e portati al portograzie a un contratto locale in seguito a un bando e messe sulle navi, portatevia e poi trattati e valorizzati grazie a un altro contratto, con l’estero”. “Ma c’è uno spreco di denaro pubblico..quanto costa?” “Lo spreco c’è e lavia maestra è la differenziata. Ma intanto c’è da smaltire e da creare unflusso proporzionato alla produzione. E costa meno che in Italia: la nave costamolto ma il trattamento pochissimo. Con la concorrenza dovuta al nuovo bando sispera di abbassare i costi”. Annuisce l’assessore del Nord: “Perché non le dite queste cose in giro?”.
Mi allontano. Penso che la battaglia sarà lunga. Ma che vi è unacredibilità nuova che la permette. E che ogni passaggio di questa civile faticava raccontata, fuori e dentro Napoli, con dovizia di particolari. Soprattuttoai cittadini di Napoli. Che capiranno le difficoltà e potranno misurarsi con lacomplessità - che è la base di ogni apprendimento. E che potranno attivarsimeglio sapendo la fatica del percorso. E’ questa la vita democratica.
31 maggio, 2011
Il voto libero a Napoli
Questo articolo dovrebbe uscire domani, su La Stampa.
Lunedì sera le strade di Napoli si sono riempite di una gioia immane, quasi che il Napoli avesse vinto lo scudetto. Sono forze potenziali inaudite e, fino a poco fa, insperate. Che spingono Napoli fuori dalla lunga depressione.
Poi ci sarà un mondo da ricostruire. Ci saranno le fatiche. Ora, però, va riconosciuto che Luigi de Magistris ha colto il momento, la situazione matura e l’ha trascinata in avanti. Sì, in avanti. Perché si è sgretolato un intero sistema di potere che sembrava inossidabile, a sinistra come a destra. E che ha mutilato la terza città d’Italia per oltre tre lustri.
Non sappiamo cosa succederà. Ma da lunedì la politica buona a nulla ma capace di tutto, che ha attraversato gli schieramenti della città, non esiste più. E i suoi esponenti sono finiti.
Lunedì sera le strade di Napoli si sono riempite di una gioia immane, quasi che il Napoli avesse vinto lo scudetto. Sono forze potenziali inaudite e, fino a poco fa, insperate. Che spingono Napoli fuori dalla lunga depressione.
Poi ci sarà un mondo da ricostruire. Ci saranno le fatiche. Ora, però, va riconosciuto che Luigi de Magistris ha colto il momento, la situazione matura e l’ha trascinata in avanti. Sì, in avanti. Perché si è sgretolato un intero sistema di potere che sembrava inossidabile, a sinistra come a destra. E che ha mutilato la terza città d’Italia per oltre tre lustri.
Non sappiamo cosa succederà. Ma da lunedì la politica buona a nulla ma capace di tutto, che ha attraversato gli schieramenti della città, non esiste più. E i suoi esponenti sono finiti.
21 maggio, 2011
Fare la speranza
Oggi è uscito su L'Unità questo mio articolo su Napoli
“Uscire dal buio, fare la speranza: è questo il fatto di questi giorni”. La frase me la dice Gino, dal suo cel: “Non mi interessa la politica ma fuori dal buio sì”. Non è uno studente universitario. E’ un ragazzino del mio quartiere che lavora in un bar. Ma ha la stessa voce dei ragazzi che hanno gridato durante l’inverno sui tetti e nelle vie. E che ora vanno a votare.
Anche a Napoli c’è un vento nuovo. E se c’è una città che ne ha bisogno è Napoli. Il suo buio è stato ed è ancora fitto. La povertà e la disoccupazione hanno i tassi più alti del paese. Siamo ultimi per qualità di vita. Quasi centomila persone sono andate via.
Questo governo e la destra c’entrano. Eccome. Ma in quasi venti anni di amministrazioni di centro-sinistra non s’è costruita un’idea di città produttiva e inclusiva.
“Uscire dal buio, fare la speranza: è questo il fatto di questi giorni”. La frase me la dice Gino, dal suo cel: “Non mi interessa la politica ma fuori dal buio sì”. Non è uno studente universitario. E’ un ragazzino del mio quartiere che lavora in un bar. Ma ha la stessa voce dei ragazzi che hanno gridato durante l’inverno sui tetti e nelle vie. E che ora vanno a votare.
Anche a Napoli c’è un vento nuovo. E se c’è una città che ne ha bisogno è Napoli. Il suo buio è stato ed è ancora fitto. La povertà e la disoccupazione hanno i tassi più alti del paese. Siamo ultimi per qualità di vita. Quasi centomila persone sono andate via.
Questo governo e la destra c’entrano. Eccome. Ma in quasi venti anni di amministrazioni di centro-sinistra non s’è costruita un’idea di città produttiva e inclusiva.
19 maggio, 2011
Troppi errori nel Pd, De Magistris ha capito la rabbia
Massimiliano Amato de l’Unità mi ha intervistato sul risultato delle elezioni a Napoli, questo è il testo uscito oggi.
Visto che è avvenuto, sostiene Marco Rossi Doria, l’arrevuoto era “filosoficamente necessario”. I giuristi direbbero: cosa fatta, capo ha. «Più o meno è così». E tuttavia, professore… «E tuttavia lo ammetto: avevo completamente sbagliato analisi». Il maestro di strada parla dall’”esilio” di Trento, ma le sue analisi squarciano il ventre di Napoli come lama acuminata. Nel 2006, indicò una prospettiva: uscire dal pantano con un metodo e un progetto di governo. Ma la sua battaglia rimase imprigionata nel recinto della testimonianza: snobbata dal centrosinistra ufficiale che si compattò sul nome di Rosa Russo Iervolino, poco percepita dalla base elettorale. Altri tempi. Se cominciamo con l’autocritica non la finiamo più.
«Mi lasci spiegare. Premessa: non c’è ironia, né risentimento, in quello che dico. Dopo che è stato scaraventato nella polvere l’eroe Bassolino, ho sperato nell’individuazione di un capo-cantiere per la ricostruzione».
Invece?
«Invece ora abbiamo un capo che indica il nemico, che sicuramente esiste. Ma è cosa abbastanza diversa rispetto all’aspirazione di cui sopra: va bene lo stesso»
E se fosse proprio ciò di cui Napoli ha bisogno?
«L’ho detto prima: quando una cosa accade, vuol dire che era filosoficamente necessaria. De Magistris, che al ballottaggio va sostenuto con tutte le forze per evitare la sciagura di consegnare il Comune a questo centrodestra, ha interpretato efficacemente la rabbia e l’indignazione della gente, l’insopportabilità della vita civile e sociale».
Si sente aleggiare un ma.
«De Magistris usa un metro: quello della rabbia, e quindi è sintonizzato perfettamente con questa particolare fase della storia della città. È un atteggiamento che produce una rottura».
Ma è un’offerta esaustiva?
«Da liberale rispondo che è un’offerta povera, ma è l’unica che c’è. E le responsabilità sono del centrosinistra: non ha ben governato, non ha fatto politica, avviluppato com’era nelle sue diatribe interne. Questo ceto politico autocentrato e autoreferenziale, da tempo parla solo di sé e tra sé. E, di fronte a tutte le provocazioni, compresa la mia piccola esperienza di cinque anni fa, ha resistito con stile sovietico. Sono quindici anni che un intero ceto politico, e non solo il capro espiatorio Antonio Bassolino, si rifiuta di ragionare su una nuova idea di città. Adesso non ci si può meravigliare».
Sembra di capire che lei si sarebbe volentieri risparmiato la fase termidoriana. È così?
«Non proprio. Io indicavo la necessità di fare non uno, ma due passi avanti: rottura e ricostruzione dovevano e potevano essere contestuali, anzi, la seconda conseguenza della prima. Ora lavorerò per far vincere De Magistris, ma anche per costruire un dopo. Se ce ne saranno le condizioni, ovviamente».
Mettiamola giù brutalmente secondo lei il Pd ha sbagliato candidato?
«Il prefetto Morcone era un eccellente candidato e sarebbe stato un eccellente sindaco, ma è arrivato dopo una sequela di errori inenarrabili. A me non piace piangere sul latte versato. La gente ha scelto e io rispetto il verdetto popolare. Adesso si è espressa la rottura, a un certo punto si dovrà pur aprire il cantiere. Se si vince».
Appunto se si vince?
«Vedremo come si apre questo cantiere, dove troveremo i soldi e le competenze per ricostruire la città».
Cioè?
«Dico solo che una cosa è la battaglia, tutt’altra la guerra. Una volta vinta la prima, poi comincia la fase del governo».
E il solo metro della rabbia potrebbe non bastare. Giusto?
«Io non ho capito che la rabbia era necessaria, e ho anticipato un’aspirazione ricostruttiva. Mi auguro che non si pensi che la rabbia sia sufficiente, perché sarebbe una tragica illusione»
Visto che è avvenuto, sostiene Marco Rossi Doria, l’arrevuoto era “filosoficamente necessario”. I giuristi direbbero: cosa fatta, capo ha. «Più o meno è così». E tuttavia, professore… «E tuttavia lo ammetto: avevo completamente sbagliato analisi». Il maestro di strada parla dall’”esilio” di Trento, ma le sue analisi squarciano il ventre di Napoli come lama acuminata. Nel 2006, indicò una prospettiva: uscire dal pantano con un metodo e un progetto di governo. Ma la sua battaglia rimase imprigionata nel recinto della testimonianza: snobbata dal centrosinistra ufficiale che si compattò sul nome di Rosa Russo Iervolino, poco percepita dalla base elettorale. Altri tempi. Se cominciamo con l’autocritica non la finiamo più.
«Mi lasci spiegare. Premessa: non c’è ironia, né risentimento, in quello che dico. Dopo che è stato scaraventato nella polvere l’eroe Bassolino, ho sperato nell’individuazione di un capo-cantiere per la ricostruzione».
Invece?
«Invece ora abbiamo un capo che indica il nemico, che sicuramente esiste. Ma è cosa abbastanza diversa rispetto all’aspirazione di cui sopra: va bene lo stesso»
E se fosse proprio ciò di cui Napoli ha bisogno?
«L’ho detto prima: quando una cosa accade, vuol dire che era filosoficamente necessaria. De Magistris, che al ballottaggio va sostenuto con tutte le forze per evitare la sciagura di consegnare il Comune a questo centrodestra, ha interpretato efficacemente la rabbia e l’indignazione della gente, l’insopportabilità della vita civile e sociale».
Si sente aleggiare un ma.
«De Magistris usa un metro: quello della rabbia, e quindi è sintonizzato perfettamente con questa particolare fase della storia della città. È un atteggiamento che produce una rottura».
Ma è un’offerta esaustiva?
«Da liberale rispondo che è un’offerta povera, ma è l’unica che c’è. E le responsabilità sono del centrosinistra: non ha ben governato, non ha fatto politica, avviluppato com’era nelle sue diatribe interne. Questo ceto politico autocentrato e autoreferenziale, da tempo parla solo di sé e tra sé. E, di fronte a tutte le provocazioni, compresa la mia piccola esperienza di cinque anni fa, ha resistito con stile sovietico. Sono quindici anni che un intero ceto politico, e non solo il capro espiatorio Antonio Bassolino, si rifiuta di ragionare su una nuova idea di città. Adesso non ci si può meravigliare».
Sembra di capire che lei si sarebbe volentieri risparmiato la fase termidoriana. È così?
«Non proprio. Io indicavo la necessità di fare non uno, ma due passi avanti: rottura e ricostruzione dovevano e potevano essere contestuali, anzi, la seconda conseguenza della prima. Ora lavorerò per far vincere De Magistris, ma anche per costruire un dopo. Se ce ne saranno le condizioni, ovviamente».
Mettiamola giù brutalmente secondo lei il Pd ha sbagliato candidato?
«Il prefetto Morcone era un eccellente candidato e sarebbe stato un eccellente sindaco, ma è arrivato dopo una sequela di errori inenarrabili. A me non piace piangere sul latte versato. La gente ha scelto e io rispetto il verdetto popolare. Adesso si è espressa la rottura, a un certo punto si dovrà pur aprire il cantiere. Se si vince».
Appunto se si vince?
«Vedremo come si apre questo cantiere, dove troveremo i soldi e le competenze per ricostruire la città».
Cioè?
«Dico solo che una cosa è la battaglia, tutt’altra la guerra. Una volta vinta la prima, poi comincia la fase del governo».
E il solo metro della rabbia potrebbe non bastare. Giusto?
«Io non ho capito che la rabbia era necessaria, e ho anticipato un’aspirazione ricostruttiva. Mi auguro che non si pensi che la rabbia sia sufficiente, perché sarebbe una tragica illusione»
28 aprile, 2011
Endorsement
Questo è l’articolo, uscito su La Repubblica Napoli il giorno di Pasqua, con il quale ho argomentato la mia preferenza per Morcone.
Cinque anni fa mi sono presentato alle primarie, che furono annullate; e dunque a sindaco. In tanti costruimmo una lista civica. Con un programma realizzabile e ancora largamente attuale. In quella prova di democrazia – il doppio turno è questo – fummo accusati di favorire Berlusconi e di altre cose non vere. Fui e fummo sconfitti. Ma – come ebbe a dire la compianta Monica Tavernini – “abbiamo commesso errori, abbiamo detto molte verità, fatto proposte serie, perseguito un metodo di confronto tra appartenenze diverse sul da fare per la città e soprattutto ci siamo divertiti”. Siamo tornati ognuno a fare il proprio mestiere. Senza risentimenti, rivendicazioni o cooptazioni. In una città dove la politica è divenuta una pratica aggressiva e noiosa, che viene usata per molte rendite e con pochi risultati, quella dimensione civica, gaia e attenta all’ascolto dell’altro resta la promessa.
Oggi molte persone che hanno vissuto quella esperienza sostengono uno o l’altro degli attuali candidati. E spesso portano alla presente prova elettorale metodi, elementi di programma, speranze nati allora. C’è da esserne contenti. E per fortuna nessuno più si permette di dire che l’avere al primo turno tanti candidati favorisce chi sa quali terribili pericoli.
Ciò detto, il tempo non è passato bene. Né per la città né per la politica.
La povertà ha i tassi più alti del paese. Siamo ultimi per qualità di vita. Quasi centomila persone sono andate via. Sono le persone meglio preparate, più libere, giovani e fattive. Siamo tornati sotto il milione di abitanti, come sessanta anni fa. Non si è fatto mai il piano strategico promesso per uscire dalla crisi industriale che ebbe inizio quaranta anni fa e un idea di città produttiva non ha trovato la sua via. Il piano regolatore è rimasto un moloch disatteso. Ma mentre i suoi proponimenti hanno languito protetti da un delirio dirigista, è successo che, in mille rivoli incontrollati, piccoli e grandi potenti hanno fatto quel che volevano mentre, specularmente, le esperienze di “rispettoso e creativo uso della città” sono state derise e mortificate. Il decentramento amministrativo non ha avuto strumenti per diventare tale. Salvo creare un esercito di mediatori clientelari in ogni quartiere e di ogni colore. La manutenzione ordinaria semplicemente non esiste e strade, sottosuolo, fogne, spazi pubblici ne sono la prova. Non si è mai voluto credere alla raccolta differenziata. La più parte delle opere pubbliche ristagna da anni. La città dei bambini si è eclissata. Le politiche per il welfare e la scuola si sono trascinate nell’inerzia, fino a fare chiudere le tante buone iniziative. La macchina comunale è almeno venti anni indietro rispetto a una normale città europea. Le società partecipate sono state largamente improduttive mentre hanno foraggiato intere schiere di parassiti. Il budget è a un passo dal dissesto.
E la politica? Mancano venti giorni alle elezioni e ancora si spera – lo dico senza ironia - che il sindaco uscente consegni alla città l’elenco delle cose fatte e non fatte, il pubblico bilancio del proprio operato di dieci anni. Vedremo. Ma, intanto, a nessuno sfugge che viviamo in una città peggiorata come poche volte in tempo di pace. E poiché questo non era un risultato inevitabile, è largamente dovuto alla politica locale. In primis al centro-sinistra che ha governato male. E anche alla destra, che non ha proposto vera alternativa. In aggiunta, la gestione della crisi ha visto costanti trasferimenti di capitali da sud a nord colpendo la nostra economia mentre i forti tagli nei trasferimenti pubblici alle città penalizzano chi sta peggio, evidenziando la volontà di punire il Sud da parte di un governo molto amico della lega e poco di Napoli.
Così andiamo al voto. E sappiamo tutti che ci andiamo menomati nella nostra stessa libertà di scelta a causa di un sistema di consenso anomalo perché condizionato da “pacchi di voti” controllati su base di scambio o peggio. Il che, in una città povera, è parte integrante dell’esclusione sociale e civile, qualcosa di molto pervasivo, che attraversa ogni forza politica.
E’ in questa situazione che ho deciso di sostenere la candidatura a sindaco di Mario Morcone.
Infatti non posso votare Lettieri. Perché la sua candidatura è stata decisa su diretta indicazione di Silvio Berlusconi. Perché il centro-destra è condizionato in tutto dalle politiche del governo più anti-meridionalista della storia e perché - una volta conquistate provincia e regione - non ha mostrato alcun buon risultato né orizzonte di speranza. Inoltre egli è legato alla porzione più opaca del suo schieramento, con la forte influenza di Cosentino. Quando sul palco degli appelli finali saranno fianco a fianco il Berlusconi di questi mesi terribili, Cosentino e Lettieri, sarà difficile non vedere di che si tratta.
E rispetto agli altri candidati – intendo dirlo in positivo - preferisco Morcone perché egli rappresenta una chiara cesura: è un prefetto e ha un profilo tale da promettere una ormai indispensabile sospensione del fallimentare primato delle vicende di partiti e correnti di tanto centro-sinistra locale. Egli sta mostrando in queste settimane di volere stare ancorato alle cose da fare, di comprenderne la complessità, di avere più passione per la costruzione di soluzioni che per le denunce e le promesse. Ha un’evidente propensione – nel profilo umano come nel lessico - alla riparazione più che al grido. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Infatti Morcone non evoca il salvatore della patria che tanto danno ha fatto alla nostra città, così incline a farsi intrappolare tra mitizzazione del capo-salvatore e sua trasformazione in capro espiatorio. Se della lunga stagione passata dobbiamo imparare qualcosa, questa è che non abbiamo più bisogno di capi eroici a cui giurare fedeltà e di proclami altisonanti. Morcone ha scelto di mostrarsi per quello che è: un capo cantiere sofisticato, solido, pacato e costante. Con cui confrontarsi sulle cose possibili, con garbo e attenzione al come fare. Dicono questo di lui il suo profilo professionale, i suoi tanti estimatori, il suo stile. E poi i risultati del suo lavoro all’estero, sui rifugiati, sui beni sequestrati al malaffare. E lo dice il modo con il quale sono stati conseguiti: ascolto, gioco di squadra, decisione. E’ intorno a una persona così che, con fatica, si possono rimuovere le nostre macerie e far ripartire la città.
Cinque anni fa mi sono presentato alle primarie, che furono annullate; e dunque a sindaco. In tanti costruimmo una lista civica. Con un programma realizzabile e ancora largamente attuale. In quella prova di democrazia – il doppio turno è questo – fummo accusati di favorire Berlusconi e di altre cose non vere. Fui e fummo sconfitti. Ma – come ebbe a dire la compianta Monica Tavernini – “abbiamo commesso errori, abbiamo detto molte verità, fatto proposte serie, perseguito un metodo di confronto tra appartenenze diverse sul da fare per la città e soprattutto ci siamo divertiti”. Siamo tornati ognuno a fare il proprio mestiere. Senza risentimenti, rivendicazioni o cooptazioni. In una città dove la politica è divenuta una pratica aggressiva e noiosa, che viene usata per molte rendite e con pochi risultati, quella dimensione civica, gaia e attenta all’ascolto dell’altro resta la promessa.
Oggi molte persone che hanno vissuto quella esperienza sostengono uno o l’altro degli attuali candidati. E spesso portano alla presente prova elettorale metodi, elementi di programma, speranze nati allora. C’è da esserne contenti. E per fortuna nessuno più si permette di dire che l’avere al primo turno tanti candidati favorisce chi sa quali terribili pericoli.
Ciò detto, il tempo non è passato bene. Né per la città né per la politica.
La povertà ha i tassi più alti del paese. Siamo ultimi per qualità di vita. Quasi centomila persone sono andate via. Sono le persone meglio preparate, più libere, giovani e fattive. Siamo tornati sotto il milione di abitanti, come sessanta anni fa. Non si è fatto mai il piano strategico promesso per uscire dalla crisi industriale che ebbe inizio quaranta anni fa e un idea di città produttiva non ha trovato la sua via. Il piano regolatore è rimasto un moloch disatteso. Ma mentre i suoi proponimenti hanno languito protetti da un delirio dirigista, è successo che, in mille rivoli incontrollati, piccoli e grandi potenti hanno fatto quel che volevano mentre, specularmente, le esperienze di “rispettoso e creativo uso della città” sono state derise e mortificate. Il decentramento amministrativo non ha avuto strumenti per diventare tale. Salvo creare un esercito di mediatori clientelari in ogni quartiere e di ogni colore. La manutenzione ordinaria semplicemente non esiste e strade, sottosuolo, fogne, spazi pubblici ne sono la prova. Non si è mai voluto credere alla raccolta differenziata. La più parte delle opere pubbliche ristagna da anni. La città dei bambini si è eclissata. Le politiche per il welfare e la scuola si sono trascinate nell’inerzia, fino a fare chiudere le tante buone iniziative. La macchina comunale è almeno venti anni indietro rispetto a una normale città europea. Le società partecipate sono state largamente improduttive mentre hanno foraggiato intere schiere di parassiti. Il budget è a un passo dal dissesto.
E la politica? Mancano venti giorni alle elezioni e ancora si spera – lo dico senza ironia - che il sindaco uscente consegni alla città l’elenco delle cose fatte e non fatte, il pubblico bilancio del proprio operato di dieci anni. Vedremo. Ma, intanto, a nessuno sfugge che viviamo in una città peggiorata come poche volte in tempo di pace. E poiché questo non era un risultato inevitabile, è largamente dovuto alla politica locale. In primis al centro-sinistra che ha governato male. E anche alla destra, che non ha proposto vera alternativa. In aggiunta, la gestione della crisi ha visto costanti trasferimenti di capitali da sud a nord colpendo la nostra economia mentre i forti tagli nei trasferimenti pubblici alle città penalizzano chi sta peggio, evidenziando la volontà di punire il Sud da parte di un governo molto amico della lega e poco di Napoli.
Così andiamo al voto. E sappiamo tutti che ci andiamo menomati nella nostra stessa libertà di scelta a causa di un sistema di consenso anomalo perché condizionato da “pacchi di voti” controllati su base di scambio o peggio. Il che, in una città povera, è parte integrante dell’esclusione sociale e civile, qualcosa di molto pervasivo, che attraversa ogni forza politica.
E’ in questa situazione che ho deciso di sostenere la candidatura a sindaco di Mario Morcone.
Infatti non posso votare Lettieri. Perché la sua candidatura è stata decisa su diretta indicazione di Silvio Berlusconi. Perché il centro-destra è condizionato in tutto dalle politiche del governo più anti-meridionalista della storia e perché - una volta conquistate provincia e regione - non ha mostrato alcun buon risultato né orizzonte di speranza. Inoltre egli è legato alla porzione più opaca del suo schieramento, con la forte influenza di Cosentino. Quando sul palco degli appelli finali saranno fianco a fianco il Berlusconi di questi mesi terribili, Cosentino e Lettieri, sarà difficile non vedere di che si tratta.
E rispetto agli altri candidati – intendo dirlo in positivo - preferisco Morcone perché egli rappresenta una chiara cesura: è un prefetto e ha un profilo tale da promettere una ormai indispensabile sospensione del fallimentare primato delle vicende di partiti e correnti di tanto centro-sinistra locale. Egli sta mostrando in queste settimane di volere stare ancorato alle cose da fare, di comprenderne la complessità, di avere più passione per la costruzione di soluzioni che per le denunce e le promesse. Ha un’evidente propensione – nel profilo umano come nel lessico - alla riparazione più che al grido. E Dio sa quanto ne abbiamo bisogno. Infatti Morcone non evoca il salvatore della patria che tanto danno ha fatto alla nostra città, così incline a farsi intrappolare tra mitizzazione del capo-salvatore e sua trasformazione in capro espiatorio. Se della lunga stagione passata dobbiamo imparare qualcosa, questa è che non abbiamo più bisogno di capi eroici a cui giurare fedeltà e di proclami altisonanti. Morcone ha scelto di mostrarsi per quello che è: un capo cantiere sofisticato, solido, pacato e costante. Con cui confrontarsi sulle cose possibili, con garbo e attenzione al come fare. Dicono questo di lui il suo profilo professionale, i suoi tanti estimatori, il suo stile. E poi i risultati del suo lavoro all’estero, sui rifugiati, sui beni sequestrati al malaffare. E lo dice il modo con il quale sono stati conseguiti: ascolto, gioco di squadra, decisione. E’ intorno a una persona così che, con fatica, si possono rimuovere le nostre macerie e far ripartire la città.
20 aprile, 2011
Le cose più care
Questo editoriale è uscito su L'Unità domenica 17 aprile.
Lunedì mattina la maestra Pina entrerà in classe. Ha cinquantasei anni e nei due terzi del suo tempo di vita ha insegnato a settecento bambini a leggere, scrivere, far di conto, cercare parole sul vocabolario, capire cosa è un atlante. E poi cercare informazioni in rete sul computer, in una sala ricavata in un corridoio, con macchine vecchie di tre generazioni, avendo lei voluto testardamente imparare a sua volta, aiutata dai figli. E ha insegnato la storia patria – così si chiama. Sui libri scelti insieme alle colleghe. Accordandosi sul merito delle diverse opzioni che il libero mercato dei libri offre. Come prescrive la legge. Mai scelti mai per ideologia. Ma perché si capiscono meglio. O sono più idonei a quei bimbi lì. E ha insegnato anche a giocare insieme. Con Nadim che è il più bravo della classe e con Pasquale che ha il padre in carcere e Antonietta che ha un braccio solo. E ha insegnato a cantare. A mettere a posto le cose alla fine della giornata. Ad organizzare la gita fuori città e la visita all’acquario. Mette i bimbi in fila. Vede che si salutino con garbo all’uscita. Si ferma e parla con le mamme del quartiere ogni giorno. Raccoglie le loro lamentele sulla mancanza di lavoro, sui debiti, sulla febbre alta dei fratellini piccoli, sulla nonna incontinente per la quale non ci sono abbastanza pannoloni. Lo fa con serenità, costanza, stile e competenza. Per 1500 euro al mese. Dopo trentacinque anni. Pina è catechista nella parrocchia. Non mi hai voluto dire per chi vota perché “il voto è segreto”. Dice che la scuola pubblica è il luogo salvo del quartiere. Ed è stata contenta quando la CEI a febbraio ha difeso la scuola dagli attacchi del presidente del consiglio. “Il signor B. – così lo chiama – non può parlare né di famiglia né di scuola. Non è titolato. E mi fermo qui. Perché voglio fermarmi, devo fermarmi. Io sono una persona responsabile. Ho fatto della responsabilità il mio lavoro e la mia vita. Sono fatta così. E ora non dobbiamo innervosirci. Dobbiamo solo tenere ancor meglio la scuola. Tutte le scuole. Anche con poche risorse. Lo dobbiamo al rispetto per noi stessi e per l’Italia. Dobbiamo fare come quando si portavano nel rifugio le poche cose più care durante i bombardamenti della guerra – me lo raccontava mia mamma. Dobbiamo aprirle la scuola alle mamme il pomeriggio. Superare le nostre fatiche e andare avanti più forti di prima. Sì, più forti di prima. E lo possiamo fare. E lo sai perché? Perché siamo noi che portiamo il sole in tasca quando usciamo di casa per andare a scuola. Noi!”.
Ci sono un milione di persone – persone! - che, ognuno come può e come sa, fanno come fa Pina. La mia collega da sempre. Con bimbi piccoli o ragazzi grandi. E milioni di papà e mamme e nonni gli consegnano ogni giorno i figli e i nipoti. In una scuola che può e deve migliorare, cambiare. Ma che è “il luogo salvo”. Per tutti e per ciascuno.
Questo è il momento di andare oltre l’indignazione. Il signor B. vuole trascinarci chissà dove. Invece no. Dobbiamo agire da esercito civile, pacifico e capace, quale siamo: responsabilità e tenuta! Ha ragione Pina: “Siamo noi che abbiamo il sole in tasca ogni mattina. Noi!” C’è da lavorare ancor meglio di prima. Guardarsi in faccia. Essere più gentili l’uno con l’altro tra noi che a scuola viviamo. Trovare soluzioni possibili ogni giorno a una emergenza educativa che è grande. E salvare la scuola. Come in tempo di guerra.
Lunedì mattina la maestra Pina entrerà in classe. Ha cinquantasei anni e nei due terzi del suo tempo di vita ha insegnato a settecento bambini a leggere, scrivere, far di conto, cercare parole sul vocabolario, capire cosa è un atlante. E poi cercare informazioni in rete sul computer, in una sala ricavata in un corridoio, con macchine vecchie di tre generazioni, avendo lei voluto testardamente imparare a sua volta, aiutata dai figli. E ha insegnato la storia patria – così si chiama. Sui libri scelti insieme alle colleghe. Accordandosi sul merito delle diverse opzioni che il libero mercato dei libri offre. Come prescrive la legge. Mai scelti mai per ideologia. Ma perché si capiscono meglio. O sono più idonei a quei bimbi lì. E ha insegnato anche a giocare insieme. Con Nadim che è il più bravo della classe e con Pasquale che ha il padre in carcere e Antonietta che ha un braccio solo. E ha insegnato a cantare. A mettere a posto le cose alla fine della giornata. Ad organizzare la gita fuori città e la visita all’acquario. Mette i bimbi in fila. Vede che si salutino con garbo all’uscita. Si ferma e parla con le mamme del quartiere ogni giorno. Raccoglie le loro lamentele sulla mancanza di lavoro, sui debiti, sulla febbre alta dei fratellini piccoli, sulla nonna incontinente per la quale non ci sono abbastanza pannoloni. Lo fa con serenità, costanza, stile e competenza. Per 1500 euro al mese. Dopo trentacinque anni. Pina è catechista nella parrocchia. Non mi hai voluto dire per chi vota perché “il voto è segreto”. Dice che la scuola pubblica è il luogo salvo del quartiere. Ed è stata contenta quando la CEI a febbraio ha difeso la scuola dagli attacchi del presidente del consiglio. “Il signor B. – così lo chiama – non può parlare né di famiglia né di scuola. Non è titolato. E mi fermo qui. Perché voglio fermarmi, devo fermarmi. Io sono una persona responsabile. Ho fatto della responsabilità il mio lavoro e la mia vita. Sono fatta così. E ora non dobbiamo innervosirci. Dobbiamo solo tenere ancor meglio la scuola. Tutte le scuole. Anche con poche risorse. Lo dobbiamo al rispetto per noi stessi e per l’Italia. Dobbiamo fare come quando si portavano nel rifugio le poche cose più care durante i bombardamenti della guerra – me lo raccontava mia mamma. Dobbiamo aprirle la scuola alle mamme il pomeriggio. Superare le nostre fatiche e andare avanti più forti di prima. Sì, più forti di prima. E lo possiamo fare. E lo sai perché? Perché siamo noi che portiamo il sole in tasca quando usciamo di casa per andare a scuola. Noi!”.
Ci sono un milione di persone – persone! - che, ognuno come può e come sa, fanno come fa Pina. La mia collega da sempre. Con bimbi piccoli o ragazzi grandi. E milioni di papà e mamme e nonni gli consegnano ogni giorno i figli e i nipoti. In una scuola che può e deve migliorare, cambiare. Ma che è “il luogo salvo”. Per tutti e per ciascuno.
Questo è il momento di andare oltre l’indignazione. Il signor B. vuole trascinarci chissà dove. Invece no. Dobbiamo agire da esercito civile, pacifico e capace, quale siamo: responsabilità e tenuta! Ha ragione Pina: “Siamo noi che abbiamo il sole in tasca ogni mattina. Noi!” C’è da lavorare ancor meglio di prima. Guardarsi in faccia. Essere più gentili l’uno con l’altro tra noi che a scuola viviamo. Trovare soluzioni possibili ogni giorno a una emergenza educativa che è grande. E salvare la scuola. Come in tempo di guerra.
09 aprile, 2011
Intervista a Raffaele Del Giudice
Le vicende di ogni giorno esistono e l'immondizia continua a essere il tratto incombente del vivere quotidiano a Napoli. Ho intervistato Raffaele Del Giudice di Legambiente, una persona che da anni sta cercando di capire e di far capire i meccanismi che costringono la città in questa situazione. Lo fa con grande passione, spesso isolato e lo abbiamo visto in Biùtiful Cauntri mentre ci mostrava la Campania delle discariche.
L’intervista è uscita su la Repubblica Napoli, e la riporto qui nella sua forma integrale.
Quando vivi lontano ti perseguitano le ferite della tua città. E, poi, ogni volta che migliaia di tonnellate di immondizia indifferenziata tornano per strada devi spiegare alle persone intorno cosa è successo. E cosa si può fare. Così qualche tempo fa ho visitato gli impianti di valorizzazione dei rifiuti di Brescia. E lì la prima cosa che colpisce non è quel che esce dagli impianti ma cosa ci entra. Perché hanno, a monte e intorno, un’opera poderosa di differenziazione da parte dei cittadini. Che ha sempre inizio con la separazione del secco dall’umido e che vede azioni di smaltimento plurali: carta, alluminio, vetro, plastica ecc. Senza andare lontano: come a Vico Equense, per esempio. E soprattutto l’esatto opposto di quanto tanti dicevano durante la scorsa campagna elettorale, sindaco uscente compreso: “Il termovalorizzatore è la soluzione”. Ricordo pure una mia replica di allora: “Sindaco, prima di esserlo, c’è da differenziare e da togliere l’umido, che è acqua e l’acqua consuma energia per bruciarsi, non ne produce” E la sua risposta, simile a quella di tanti: “Ma dobbiamo fare presto…”. Invece sono passati altri cinque anni.
“Ma adesso cosa si farà?”– me lo chiede un ragazzo di Padova, che ama Napoli. Gli rispondo: si deve differenziare, subito. Annuisce. Ma lo vedo poco convinto. Così decido di chiamare il mio amico Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, quel signore che, nel film-documentario Biùtiful Cauntri, gira come un ossesso a controllare lo stato miserevole delle discariche. Gli chiedo di rispondere alle domande in modo breve e propositivo.
Raffaele, ma è possibile fare in poco tempo il 50 per cento di differenziata a Napoli?
Non è bene chiedersi se è possibile. Perché quel chiederselo produce il lassismo e la delega mal riposta di questi anni, con il miraggio degli inceneritori come soluzione di tutto. E’ obbligatorio differenziare! Anche perché quegli impianti - che piacciano o non piacciano - comunque non possono valorizzare acqua, né creare compost o gas dall’umido né fare carta da carta né bruciare alluminio né plastiche clorurate.
Ma scusa, se è così, se al massimo devono bruciare quel che resta e farne energia, perché ne vogliono fare cinque o sei di inceneritori in Campania?
E’ avvenuto sotto la spinta della Fibe. Sostenuta da tanta politica. E’ una follia. O peggio. Comunque dissuade dal differenziare e de –responsabilizza ognununo di noi dal compito di trattare i nostri residui in quanto problema nostro. E mentre lo fa, non c’è che da cercare ogni volta un altro buco, un fosso dove sversare tutto così com’è. Con il percolato che, poi, fa i danni che fa, nelle falde sottostanti o addirittura buttato a mare aum aum! E mentre si cerca un altro fosso, le strade tornano ciclicamente in emergenza monnezza. E questo al netto dei 200 euro a tonnellata per portarla, poi, via dalla regione ormai satura e del rischio di scontri violenti all’apertura di ogni sito.
Ma Acerra c’è. Che ne facciamo?
Acerra c’è e non c’è. Perché oggi tutti i tecnici riconoscono che ci sono stati gravi difetti di progettazione e che non funge come dovrebbe. E aggiungo che - poiché Napoli è co-promotore di quel impianto - oggi ne dobbiamo esigere il funzionamento vero, delle tre linee!
Ok, esigiamolo… Ma cosa ci deve andare dentro?
La stessa roba che hai visto a Brescia, il residuo al netto della differenziata.
Allora torniamo alla differenziata. Per il 50 per cento presto, in concreto cosa si deve fare?
Intanto diciamolo chiaro: se chi diventa sindaco non attrezza tutta la logistica e non costruisce il moto di partecipazione necessario alla differenziata al 50 percento almeno, beh, va veramente sciolto il consiglio comunale, senza ulteriori alibi. Lo dice la legge e lo si faccia.
Ma se dessero a te questo compito del 50 per cento… Con chi lo fai e come?
Lo faccio con l’ASIA.
Con l’ASIA?
Si lavora con quel che c’è. Ma in modo un po’ diverso. Più che concentrarsi sull’impiantistica, lo sguardo va rivolto al chi, quando e come del differenziare. Comunque, ora lasciamo stare le pecche del passato. La situazione è così cronicamente grave che bisogna insistere su proposte concrete passaggio dopo passaggio.
Quali sono?
1 – fare un sopralluogo quartiere per quartiere, strada per strada, di ciò che esiste e funziona e di cosa manca, con i cittadini; dare un volantino sul piano; fare assemblee di strada e mettere subito contenitori differenziati tarati secondo l’urbanistica.
2 – intanto continuare a togliere l’ingombrante. Si è iniziato questo lavoro ma si può fare molto meglio. Gli elettrodomestici, pena multe salatissime, devono essere ritirati dai negozi che li vendono. Mobili, gomme, materassi, ecc. devono vedere una raccolta di 2 giorni sicuri e fissi ogni mese, zona per zona, con unità mobili. Quando ciò avviene le persone collaborano.
3 – i cartoni e anche la carta vanno raccolti separati e già lo si fa; bisogno farlo meglio, con mezzi dedicati , a partire dai grandi magazzini, dai negozi, dagli enti pubblici. I negozi devono avere uno sgravio in cambio di una funzione mobilitante, con i cittadini.
4 - e a proposito dei grandi centri commerciali dove si recano centinaia di migliaia di persone, va ingiunto subito loro di predisporre isole ecologiche e va fatta una campagna battente perché la roba, differenziata, la si porti lì nel week-end. Ci vuole un accordo subito. Perché le cose che non puzzano si possono tenere una settimana.
5 – così si differenzia l’umido da carta, alluminio, plastica e vetro. Come peraltro già accade da anni in tanti comuni virtuosi campani. Se Napoli non lo fa va commissariata. Punto.
Raffaele, perdonami: nove anni fa ci fu un inizio di differenziata. Nel mio quartiere, i Quartieri Spagnoli, i ragazzi delle scuole, anche del progetto Chance differenziavano. Un numero importante di famiglie aderirono. Poi – per dirla alla loro maniera – videro che “nun è nient o vero”. Ci fu una disillusione e una regressione terribili. Fu una vergogna politica, civile, educativa.
Lo so. Ma oggi si possono mostrare i luoghi – campani! – dove già si riconverte in modo eccellente vetro, alluminio, carta, l’olio esausto delle friggitrici, copertoni, plastica e anche i RAE, i rifiuti elettrici ed elettronici. Li mostriamo. Ci portiamo le scuole, le famiglie. Ci vuole una stagione di azione civile. E poi mostriamo le isole ecologiche che raccolgono le diverse cose. Nelle grandi superficie commerciali, appunto e in punti di raccolta, uno per ogni municipalità. Va smontata la filosofia che sta a monte di quel CDR indifferenziato basato sul mito parossistico degli inceneritori di tutto, che copriva e copre gli affari peggiori. CDR che oggi chiamano STIR – stabilimento triturazione rifiuti, che se non si differenzia è solo un cambiamento di nome. Invece vanno trasformati in centri di compostaggio. Quel che Bertolaso non ha voluto fare. Con spesa contenuta è possibile in sei mesi. Ce ne sono 7, che possono in breve trattare un totale di oltre 100 mila tonnellate.
Poi torneremo sul compostaggio. Ma ora, come si prende raccoglie la differenziata?
Come ovunque, con piccoli mezzi nei quartieri diversi, a giorni fissi a settimana. E, in più, anche alle isole ecologiche nei centri commerciali. Con buste differenziate. Con multe vere. E con la mobilitazione immediata, subito, di personale ASIA, volontari, consiglieri di tutti i partiti del nuovo consiglio comunale e di quelli di municipalità. Ci vuole un movimento per la dignità di Napoli. Un immediato scatto di orgoglio. Proprio in occasione della nuova amministrazione. E chi promuove si fa controllore.
I ragazzi almeno delle superiori potrebbero farne parte promuovente di questo movimento?
Può esserci almeno su questo un patto bipartisan prima del voto che questo giornale chiede a tutti?
Magari!!
Allora torniamo al compost.
Si fa con l’umido e anche l’ammendante, i residui legnosi e il fogliame presi dal verde urbano di Napoli.
Ho capito che vuoi invertire il trend voluto da Bertolaso che non favorì i centri per il compostaggio e riciclare in tal senso gli impianti esistenti di vario tipo. Ma come raccogli l’umido?
Con piccoli mezzi tre volte a settimana, magari anche la domenica, giorno in cui l’umido è maggiore. Inoltre le grandi utenze possono avere micro-impianti modulabili che fanno compost in proprio. Esistono già.
La regione ha presentato il suo nuovo piano. Che ne dici?
Ha cose buone. Ma è anche molto sbilanciato, ancora una volta, sui grandi impianti e sugli annunci di soluzioni generali. Poca attenzione agli impianti di compostaggio che già esistono, sul come metterli in moto, sui dettagli essenziali della raccolta, sulle buone pratiche diffuse. E soprattutto sul movimento civile necessario. Che in ogni posto del mondo serve a differenziare a fare funzionare un ciclo virtuoso dei rifiuti.
Chi guida questo movimento, nel concreto della vita cittadina?
Municipalià, ASIA, associazioni, parrocchie. Coinvolgendo, come tu dici, i giovani, le scuole. I giornali regalano un CD. Le tv locali fanno battage.
Ma ci vuole un accordo solenne e solidale tra tutti e davanti all’Italia che non ce la fa più a vederci così?
Sì.
L’intervista è uscita su la Repubblica Napoli, e la riporto qui nella sua forma integrale.
Quando vivi lontano ti perseguitano le ferite della tua città. E, poi, ogni volta che migliaia di tonnellate di immondizia indifferenziata tornano per strada devi spiegare alle persone intorno cosa è successo. E cosa si può fare. Così qualche tempo fa ho visitato gli impianti di valorizzazione dei rifiuti di Brescia. E lì la prima cosa che colpisce non è quel che esce dagli impianti ma cosa ci entra. Perché hanno, a monte e intorno, un’opera poderosa di differenziazione da parte dei cittadini. Che ha sempre inizio con la separazione del secco dall’umido e che vede azioni di smaltimento plurali: carta, alluminio, vetro, plastica ecc. Senza andare lontano: come a Vico Equense, per esempio. E soprattutto l’esatto opposto di quanto tanti dicevano durante la scorsa campagna elettorale, sindaco uscente compreso: “Il termovalorizzatore è la soluzione”. Ricordo pure una mia replica di allora: “Sindaco, prima di esserlo, c’è da differenziare e da togliere l’umido, che è acqua e l’acqua consuma energia per bruciarsi, non ne produce” E la sua risposta, simile a quella di tanti: “Ma dobbiamo fare presto…”. Invece sono passati altri cinque anni.
“Ma adesso cosa si farà?”– me lo chiede un ragazzo di Padova, che ama Napoli. Gli rispondo: si deve differenziare, subito. Annuisce. Ma lo vedo poco convinto. Così decido di chiamare il mio amico Raffaele Del Giudice, direttore di Legambiente Campania, quel signore che, nel film-documentario Biùtiful Cauntri, gira come un ossesso a controllare lo stato miserevole delle discariche. Gli chiedo di rispondere alle domande in modo breve e propositivo.
Raffaele, ma è possibile fare in poco tempo il 50 per cento di differenziata a Napoli?
Non è bene chiedersi se è possibile. Perché quel chiederselo produce il lassismo e la delega mal riposta di questi anni, con il miraggio degli inceneritori come soluzione di tutto. E’ obbligatorio differenziare! Anche perché quegli impianti - che piacciano o non piacciano - comunque non possono valorizzare acqua, né creare compost o gas dall’umido né fare carta da carta né bruciare alluminio né plastiche clorurate.
Ma scusa, se è così, se al massimo devono bruciare quel che resta e farne energia, perché ne vogliono fare cinque o sei di inceneritori in Campania?
E’ avvenuto sotto la spinta della Fibe. Sostenuta da tanta politica. E’ una follia. O peggio. Comunque dissuade dal differenziare e de –responsabilizza ognununo di noi dal compito di trattare i nostri residui in quanto problema nostro. E mentre lo fa, non c’è che da cercare ogni volta un altro buco, un fosso dove sversare tutto così com’è. Con il percolato che, poi, fa i danni che fa, nelle falde sottostanti o addirittura buttato a mare aum aum! E mentre si cerca un altro fosso, le strade tornano ciclicamente in emergenza monnezza. E questo al netto dei 200 euro a tonnellata per portarla, poi, via dalla regione ormai satura e del rischio di scontri violenti all’apertura di ogni sito.
Ma Acerra c’è. Che ne facciamo?
Acerra c’è e non c’è. Perché oggi tutti i tecnici riconoscono che ci sono stati gravi difetti di progettazione e che non funge come dovrebbe. E aggiungo che - poiché Napoli è co-promotore di quel impianto - oggi ne dobbiamo esigere il funzionamento vero, delle tre linee!
Ok, esigiamolo… Ma cosa ci deve andare dentro?
La stessa roba che hai visto a Brescia, il residuo al netto della differenziata.
Allora torniamo alla differenziata. Per il 50 per cento presto, in concreto cosa si deve fare?
Intanto diciamolo chiaro: se chi diventa sindaco non attrezza tutta la logistica e non costruisce il moto di partecipazione necessario alla differenziata al 50 percento almeno, beh, va veramente sciolto il consiglio comunale, senza ulteriori alibi. Lo dice la legge e lo si faccia.
Ma se dessero a te questo compito del 50 per cento… Con chi lo fai e come?
Lo faccio con l’ASIA.
Con l’ASIA?
Si lavora con quel che c’è. Ma in modo un po’ diverso. Più che concentrarsi sull’impiantistica, lo sguardo va rivolto al chi, quando e come del differenziare. Comunque, ora lasciamo stare le pecche del passato. La situazione è così cronicamente grave che bisogna insistere su proposte concrete passaggio dopo passaggio.
Quali sono?
1 – fare un sopralluogo quartiere per quartiere, strada per strada, di ciò che esiste e funziona e di cosa manca, con i cittadini; dare un volantino sul piano; fare assemblee di strada e mettere subito contenitori differenziati tarati secondo l’urbanistica.
2 – intanto continuare a togliere l’ingombrante. Si è iniziato questo lavoro ma si può fare molto meglio. Gli elettrodomestici, pena multe salatissime, devono essere ritirati dai negozi che li vendono. Mobili, gomme, materassi, ecc. devono vedere una raccolta di 2 giorni sicuri e fissi ogni mese, zona per zona, con unità mobili. Quando ciò avviene le persone collaborano.
3 – i cartoni e anche la carta vanno raccolti separati e già lo si fa; bisogno farlo meglio, con mezzi dedicati , a partire dai grandi magazzini, dai negozi, dagli enti pubblici. I negozi devono avere uno sgravio in cambio di una funzione mobilitante, con i cittadini.
4 - e a proposito dei grandi centri commerciali dove si recano centinaia di migliaia di persone, va ingiunto subito loro di predisporre isole ecologiche e va fatta una campagna battente perché la roba, differenziata, la si porti lì nel week-end. Ci vuole un accordo subito. Perché le cose che non puzzano si possono tenere una settimana.
5 – così si differenzia l’umido da carta, alluminio, plastica e vetro. Come peraltro già accade da anni in tanti comuni virtuosi campani. Se Napoli non lo fa va commissariata. Punto.
Raffaele, perdonami: nove anni fa ci fu un inizio di differenziata. Nel mio quartiere, i Quartieri Spagnoli, i ragazzi delle scuole, anche del progetto Chance differenziavano. Un numero importante di famiglie aderirono. Poi – per dirla alla loro maniera – videro che “nun è nient o vero”. Ci fu una disillusione e una regressione terribili. Fu una vergogna politica, civile, educativa.
Lo so. Ma oggi si possono mostrare i luoghi – campani! – dove già si riconverte in modo eccellente vetro, alluminio, carta, l’olio esausto delle friggitrici, copertoni, plastica e anche i RAE, i rifiuti elettrici ed elettronici. Li mostriamo. Ci portiamo le scuole, le famiglie. Ci vuole una stagione di azione civile. E poi mostriamo le isole ecologiche che raccolgono le diverse cose. Nelle grandi superficie commerciali, appunto e in punti di raccolta, uno per ogni municipalità. Va smontata la filosofia che sta a monte di quel CDR indifferenziato basato sul mito parossistico degli inceneritori di tutto, che copriva e copre gli affari peggiori. CDR che oggi chiamano STIR – stabilimento triturazione rifiuti, che se non si differenzia è solo un cambiamento di nome. Invece vanno trasformati in centri di compostaggio. Quel che Bertolaso non ha voluto fare. Con spesa contenuta è possibile in sei mesi. Ce ne sono 7, che possono in breve trattare un totale di oltre 100 mila tonnellate.
Poi torneremo sul compostaggio. Ma ora, come si prende raccoglie la differenziata?
Come ovunque, con piccoli mezzi nei quartieri diversi, a giorni fissi a settimana. E, in più, anche alle isole ecologiche nei centri commerciali. Con buste differenziate. Con multe vere. E con la mobilitazione immediata, subito, di personale ASIA, volontari, consiglieri di tutti i partiti del nuovo consiglio comunale e di quelli di municipalità. Ci vuole un movimento per la dignità di Napoli. Un immediato scatto di orgoglio. Proprio in occasione della nuova amministrazione. E chi promuove si fa controllore.
I ragazzi almeno delle superiori potrebbero farne parte promuovente di questo movimento?
Può esserci almeno su questo un patto bipartisan prima del voto che questo giornale chiede a tutti?
Magari!!
Allora torniamo al compost.
Si fa con l’umido e anche l’ammendante, i residui legnosi e il fogliame presi dal verde urbano di Napoli.
Ho capito che vuoi invertire il trend voluto da Bertolaso che non favorì i centri per il compostaggio e riciclare in tal senso gli impianti esistenti di vario tipo. Ma come raccogli l’umido?
Con piccoli mezzi tre volte a settimana, magari anche la domenica, giorno in cui l’umido è maggiore. Inoltre le grandi utenze possono avere micro-impianti modulabili che fanno compost in proprio. Esistono già.
La regione ha presentato il suo nuovo piano. Che ne dici?
Ha cose buone. Ma è anche molto sbilanciato, ancora una volta, sui grandi impianti e sugli annunci di soluzioni generali. Poca attenzione agli impianti di compostaggio che già esistono, sul come metterli in moto, sui dettagli essenziali della raccolta, sulle buone pratiche diffuse. E soprattutto sul movimento civile necessario. Che in ogni posto del mondo serve a differenziare a fare funzionare un ciclo virtuoso dei rifiuti.
Chi guida questo movimento, nel concreto della vita cittadina?
Municipalià, ASIA, associazioni, parrocchie. Coinvolgendo, come tu dici, i giovani, le scuole. I giornali regalano un CD. Le tv locali fanno battage.
Ma ci vuole un accordo solenne e solidale tra tutti e davanti all’Italia che non ce la fa più a vederci così?
Sì.
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