Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query ponticelli. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query ponticelli. Ordina per data Mostra tutti i post

17 maggio, 2009

Napoli divisa tra razzismo e antirazzismo

Un anno fa a Ponticelli, nella periferia est di Napoli, un campo rom è stato assaltato e gli abitanti scacciati. Oggi una manifestazione della Caritas e della Comunità di S. Egidio ricorda quell'episodio.
Ho scritto questo articolo per la Repubblica Napoli di oggi.

A un anno dall’assalto ai campi rom di Ponticelli si tiene al centro della nostra città una manifestazione per ricordare e per riflettere. E’ un’occasione civile importante. Che chiama a un esame impietoso di noi stessi. Come italiani e come napoletani.
Perché l’anno che è passato non è stato un buon anno per l’Italia in fatto di sentimenti e di azioni volte all’effettiva difesa dei diritti di tutti. Tanto è vero che il Capo dello Stato chiama a vigilare contro la crescente xenofobia e che, per la prima volta nella storia, è in atto un aperto conflitto tra il massimo garante posto a tutela dei diritti umani a livello planetario – le Nazioni Unite – e il governo del nostro Paese.
Ma anche a Napoli – bisogna pur dirlo – stiamo vivendo un tempo cupo, che vede la città profondamente divisa tra chi è preso dalla regressione razzista e chi si batte per una civiltà dei diritti.
E sono i nudi fatti a dircelo, a partire proprio da quelli di un anno fà a Ponticelli. Ricordiamone la triste sequenza. Mentre le autorità annunciavano lo sgombero legale, per ragioni igienico-sanitarie, di alcuni campi rom lasciati per decenni all’abbandono più scandaloso, bande di giovani e meno giovani, spesso con precedenti di mala, assaltavano le baracche rom e le bruciavano lanciando molotov dai motorini, mirando non solo ai luoghi ma alle persone. Nelle strade vicine, dinanzi alle telecamere della Rai, si urlava in loro convinto sostegno perché si dovevano “vendicare i furti di bambini”, un’accusa antica, che – nella storia umana – ha sempre accompagnato la persecuzione dei gruppi minoritari da parte di maggioranze frustrate dalle persistenti povertà e aizate dalle menzogne.
A Ponticelli ci si riferiva in quelle ore a un episodio di intrusione in una casa del quartiere da parte di una minorenne, subito assicurata alla giustizia e sulle cui circostanze e responsabilità la magistratura stava già indagando, minorenne poi risultata innocente.
Ma a Ponticelli, come nei pogrom nella Russia zarista dell’ottocento, il pregiudizio si mescolava anche agli interessi più grevi. E presto gli incursori rivelavano ai giornalisti che le attività illegali dei rom facevano aumentare la presenza, per loro fastidiosa, della polizia nel quartiere e che i rom erano loro diretti concorrenti nell’accumulazione di ferro, alluminio e rame da rivendere. E, infatti, bruciato il primo campo, i poliziotti erano costretti ad allontanare le bande di predatori che intendevano “riprendersi rame e ferro”. Intanto i TG della sera riprendevano gruppi di donne del quartiere che ballavano e urlavano come nelle feste delle orde; e esaltavano la vendetta contro la comunità rom in quanto tale, rea di essere tutta intera “ladra di bambini”… un’adagio cupo, che fin dal Medioevo ha accompagnato l’attacco agli ebrei e agli zingari d’Europa, fino alla Shoah.
Così lo sgombero legale annunciato è stato sostituito dall’assalto incendiario contro chi è diverso. Così lo stato ha ancora una volta perso il monopolio della forza. E così il diktat della camorra di quartiere si è sposato con la crescita del pregiudizio xenofobo. Il “sistema” ha fatto le ronde per assicurare il quieto vivere dell’economia illegale di sempre mentre annunciava strada per strada di “proteggere la popolazione dagli zingari cattivi”.
Resterà nella memoria negativa di Napoli il fatto che roghi e assalti hanno costretto alla fuga notturna circa 500 persone - vecchi, donne, bambini inermi - protette solo dai poliziotti e dai volontari della Caritas e della Comunità di S. Egidio. E resterà nella memoria positiva che questi volontari - circondati da una folla attrezzata al linciaggio, quello vero - hanno coraggiosamente trovato i furgoni e le auto per portare in salvo, viaggio dopo viaggio, decine di persone sistemandole per la notta nelle abitazioni di cittadini civili di questa città.
L’indomani, alla fine del saccheggio, bande di squadristi rovistavano tra le povere cose lasciate. Ma nelle aule del 88° circolo didattico dove, di lì a breve, avrebbe dovuto concludersi un progetto tra bambini rom riconquistati alla scuola pubblica e altri bimbi del quartiere – un lavoro basato sulla narrazione di fiabe rom, che uniscono – i bambini di Ponticelli coinvolti nel lavoro didattico piangevano disperati: “Abbiamo visto i nostri compagni di classe fuggire piangendo tra la folla inferocita”.
E la politica? Mentre venivano lanciate le molotov i partiti di destra e il PD, all’unisono, tacevano sulle violenze e insistevano sullo smantellamento dei campi. E il PD affiggeva un manifesto per le vie della sua roccaforte elettorale che resterà un’onta nella sua storia perché confondeva rifiuti e presenza rom chiamando alla loro immediata cacciata dal quartiere mentre le bande erano già all’assalto.
Ma quel che è ancor più grave è che nessuno con una funzione di rappresentanza politica è stato lì sul posto insieme alle forze dell’ordine. Né un parlamentare né un solo rappresentante di comune o provincia o regione. Nessuno è stato in grado di parlare con le due parti.
Queste cose sono avvenute l’anno scorso nella nostra città e – per la loro inaudita gravità - sono state oggetto di studio e riflessione da parte degli studiosi del razzismo e delle persecuzioni dell’Europa intera. E queste cose non sono, purtroppo, restate isolate. Anzi. Da allora c’è stato il massacro di lavoratori neri a Castel Volturno, i cortei contro gli stranieri nella zona occidentale, il pestaggio di un ragazzo italiano perché non era bianco, l’astio contro alunni rom di una scuola elementare sol perché una bimba rom era risultata positiva al test della TBC senza essere malata, la separazione “d’autorità” di una mamma africana dal suo bimbo appena nato in un ospedale cittadino.
Di fronte a tutto ciò sono poco credibili le ricorrenti prediche auto-assolutorie sulla buona natura partenopea, che sarebbe diversa da quella di altre parti d’Italia. Ed è davvero tempo che si torni anche a Napoli all’impegno sui diritti umani e civili.

16 maggio, 2008

Su quello che accade nei campi rom a Ponticelli.

Non sarò breve.

1. C’è uno scenario di anni che sta a monte delle “giornate di Ponticelli”. E in assenza di un qualsivoglia segnale da parte del sindaco sarebbe atto dovuto che almeno il presidente del consiglio comunale di Napoli riunisse subito il consiglio, per un dibattito pubblico dove ricostruire con attenzione le premesse di questa crisi di inaudita violenza, che vanno reperite, almeno a partire dal dicembre del 2003, data in cui il comune di Napoli fece una delibera a favore dell’accoglienza di rom in una struttura di Via Botteghelle.
Quali sono stati i passi fatti per integrare i rom nel quartiere, le proposte disattese, i passaggi partecipativi effettuati o meno, i fattori di accumulo delle tensioni, le differenti opzioni scelte o scartate? In democrazia non è mai inutile, quando scoppia una crisi, rivederne le cause con cura davanti alla cittadinanza. Si farà? Oggi io sono pessimista. Non si farà. Perché non ci sono più sensibilità politica in senso proprio né la santa abitudine alle procedure minime. Non c’è più tenuta alcuna.

2. Così oggi accade a Napoli che ci si debba misurare emotivamente con i nudi fatti, per come scuotono ciascuno di noi.
Ne elenco una sequenza, senza ordine ma così come mi riviene alla mente. Mentre la prefettura aveva annunciato agli uffici comunali l’intenzione di ricorrere a uno sgombero legale dei campi, per ragioni igienico-sanitarie, avviene, dinanzi alle telecamere della Rai, che bande di giovani e meno giovani, spesso con precedenti di mala, assaltano le baracche rom e le bruciano lanciando molotov dai motorini, mirando non solo ai luoghi ma alle persone. Nelle strade vicine si dice, a loro convinto sostegno, che lo fanno per “vendicare i furti di bambini”.
Sarebbe, insomma, questa la risposta all’episodio di intrusione in una casa del quartiere da parte di una minorenne, subito assicurata alla giustizia e sulle cui circostanze e responsabilità la magistratura stava già indagando. Ma, interrogati dai molti giornalisti presenti sui luoghi, i giovani, divisi in piccoli gruppi di incursori, ammettono altro: che le attività illegali dei rom fanno aumentare la presenza, per loro fastidiosa, della polizia nel quartiere e che i rom sono loro diretti concorrenti nell’accumulazione di ferro, alluminio e rame, rubato e non, da rivendere. Tanto è vero che, bruciato un campo, i poliziotti sono costretti ad allontanare le bande di predatori che intendono “riprendersi rame e ferro”. “Non è ora il momento” – dicono. I vigili del fuoco intervengono per spegnere i roghi. E vengono scherniti in modi indicibili mentre si assicura loro che, in ogni caso, si tornerà all’assalto con nuove molotov le quali, nel nostro codice penale, sono classificate armi da guerra. Ma la polizia non interviene. Donne del quartiere, davanti alle tv nazionali e locali, ballano e urlano come nelle feste delle orde; e esaltano la vendetta contro un’intera comunità nomade, rea di essere tutta intera “ladra di bambini”.
Viene fatto un ultimatum di sgombero campo dopo campo. Ma non dallo stato come è avvenuto a Bologna o a Roma. No. Qui lo stato ha da tempo perso ogni monopolio della forza. E’ un diktat recapitato non si sa come e da chi ai rom assediati. E’ avvalorato da pezzi sparsi di camorra di quartiere o così si dice e si ripete ai giornalisti. Come dire: siamo noi del “sistema” a proteggere la popolazione del quartiere dagli zingari cattivi, a fare non già da ronde ma da incursori incendiari.
E così resta il fatto che roghi e minacce producono una fuga notturna di circa 500 persone, protette da sparuti gruppi di poliziotti e dai volontari della Caritas che, circondati da una folla pronta e attrezzata al linciaggio, quello vero, ha trovato i furgoni e ha portato, viaggio dopo viaggio, decine di persone fuori dal pericolo sistemandoli per la notta in decine di abitazioni di cittadini civili di questa città. Un esodo dal sapore terribile, avvenuto nel terrore di vecchi, donne, bambini inermi. Che mette per sempre a tacere tutti i tentativi di integrazione di questi anni. Nelle aule del 88° circolo didattico dove tra pochi giorni avrebbe dovuto concludersi un progetto tra bambini rom riconquistati alla scuola pubblica e altri bimbi del quartiere – un lavoro basato sulla narrazione di fiabe rom, che uniscono – i bambini di Ponticelli coinvolti piangono: “Abbiamo visto i nostri compagni fuggire piangendo tra la folla inferocita”. Alla fine del saccheggio successivo ai roghi bande di squadristi rovistano tra le povere cose lasciate.

3. Questi eventi inauditi hanno luogo in un clima cittadino di ignomignoso vuoto istituzionale e politico. Più che irresponsabile, delirante. Nessuno che abbia una funzione di rappresentanza politica è lì sul posto insieme alle forze dell’ordine che difendono almeno l’incolumità fisica delle famiglie sotto minaccia fisica. Né un parlamentare né un solo rappresentante di comune o provincia o regione. Tacciono sindaco, governatore e presidente della provincia. E nessuno è in grado di parlare con le due parti. Mentre vengono lanciate le molotov i partiti di destra e il PD all’unisono chiedono lo sgombero e l’immediato smantellamento dei campi. Senza commentare gli eventi fuori da ogni legalità repubblicana.
Il manifesto del PD resterà nel tempo una vergogna: confonde crisi dei rifiuti e campi nomadi e, nel mezzo del linciaggio, chiede che sia restituita sicurezza ai cittadini di Ponticelli minacciati. Fa molto meglio la mamma della piccola Camilla: “non volevo questo”. Ma c’è anche di peggio: la prefettura e il comune, intanto, si permettono di litigare pubblicamente su dove spostare le famiglie già in fuga e avviene addirittura la disdetta del tavolo di concertazione tra le istituzioni sulla gestione della crisi. E’ un atto di una gravità mai vista prima in Italia nel mezzo di una tale emergenza. Intanto, imperterrito, un assessore regionale (non mi viene manco più voglia di scrivere il nome) dall’innocentissimo pulpito del palazzo della Regione Campania - decide che è proprio questo il buon momento per scagliare finalmente la prima pietra contro il sindaco e gli amministratori comunali che, a loro volta, sotto la pressione della piazza organizzata dai rappresentanti zonali della loro stessa maggioranza – che è la stessa della regione – avevano pensato bene di dedicarsi a contestare tardivamente quanto deciso dal commissario straordinario in materia di siti per i rifiuti.

4. Comunque molte persone si chiedono: la ragazzina rom voleva davvero prendersi una bimba secondo quanto è nella paura più profonda, atavica, radicata? I giudici stanno indagando. Vedremo. Ma, intanto, va ricordato qualcosa che si ripete nel tempo nella storia umana. Da sempre - nei confronti delle popolazioni con forte identità autonoma ma in posizione di minoranza e marginalizzate - si ripete, di generazione in generazione, tra le molte accuse ricorrenti, quella di furto dei bambini. Ciò avviene da parte di maggioranze non necessariamente coese, anzi. La maggioranza, attraversata da reali e profonde differenze sociali e culturali, conserva tuttavia pretese di omogeneità; e, proprio perché divisa al suo interno, indica nelle popolazioni di minoranza le alterità, a conferma della propria identità unitaria. Così l’accusa di furto di bambini è stato gettata addosso a ebrei e nomadi in Europa, alle popolazioni di origine africana o ai nativi nelle Americhe colonizzate, alle minoranze tribali entro le differenti zone di altra maggioranza tribale in molte parti dell’Africa, agli armeni in Turchia, ai kurdi in Siria o in Iraq, alle popolazioni autoctone nella Siberia colonizzata, ai nomadi non arabi nel Magreb, ai turcomanni in Cina ecc.
E’ un pericolo, un’evenienza minacciosa che sta lì, ripetuta dalle narrazioni diffuse, che si nutre di leggenda. In questo, la funzione degli stereotipi, che vengono diffusi e ripetuti spontaneamente, è di avallare o indurre o diffondere conformismi di massa o di gruppo, confermando il già noto o più esattamente il presunto noto, facendolo apparire come qualcosa di ovvio e di scontato.
Gli stereotipi si possono identificare con il senso comune o sapere di tutti. Non si tratta di una verità ma di una convinzione. Che è riproduttrice di una disinformazione che serve alla coesione interna di una società che coesa non è. E che permette di rassicurare e di avallare i conformismi sedimentati nel tempo e di demotivare la ricerca, il dubbio, il pensiero divergente. E’ qualcosa di sordido e ripetuto, che oggi gode di un grande megafono nei media. E che si nutre delle categorie del nemico, del minaccioso. Da sempre accadono episodi grandi o piccoli a conferma degli stereotipi. E tali episodi avvengono spesso nei passaggi della storia nei quali le maggioranze sono attanagliate da una condizione o da una sensazione di crescente insicurezza intorno al proprio status economico o alle aspettative di futuro o ai valori dichiarati che non corrispondono più a quel che viene percepita come la situazione effettiva. Come accade oggi nel nostro paese e non solo. E quando le divisioni sociali aumentano senza che siano pienamente rappresentate entro un conflitto codificato e regolato.
E’ in questo tipo di atmosfere generali che, nella storia, accade che qualcuno della minoranza accusata, quasi sempre un singolo “in rappresentanza di tutti”, spesso più fragile, si venga a trovare - nella accusa diffusa da gruppi della maggioranza o anche effettivamente - in una posizione tale da confermare gli stereotipi che sono costruiti addosso alla sua identità di appartenenza. E nella storia ciò accade sovente in territori di confine, lì dove le parti più fragili delle maggioranze si trovano nelle vicinanze o in prossimità o a contatto delle minoranze altre. Come nel caso di Ponticelli, esattamente. E’ in questi contesti particolari e speciali che, poi, prendono forma episodi inventati o anche reali. La ragazzina rom era lì? Ma cosa stava facendo e come viene rappresentato quel che faceva da quel gruppo in quel momento nell’atmosfera generale e di confine?
Spesso accusati e accusatori sono entrambi in una situazione complicata, strana, intermedia, ambivalente e di reciproca paura. La conferma dello stereotipo si trova ad essere suggerito anche da un agito dell’accusato? Viene confermato dalla convinzione radicata di chi accusa? Insomma se sei considerato ladro di bambini da una enorme maggioranza di persone nel cui mare tu ti muovi come “diverso” da generazioni vi è la possibilità che tu ti trovi, per spinta inconscia o altro, in una situazione intermedia e di confine, ambigua, pericolosa, nella quale fai gesti, esprimi intenzioni, sei presente in luoghi, dici cose che vengono presi, ampliati, ridefiniti e ricostruiti a posteriori – da parte di chi crede in tali stereotipi ed è attanagliato da paure profonde - in modo che tu possa risultare effettivamente “ladro di bambini”. Sì, accade che persone vittime di stereotipi si trovino a vivere una posizione che può confermarli nello stereotipo. Ma tutto ciò, però, può avere luogo solo quando alla crisi culturale e sociale di intere comunità corrisponde la pochezza dei pubblici poteri, privi di quella autorevolezza minima che consente la basilare funzione di dare parola e atto alla legge, a salvaguardia della convivenza civile.

Le foto sono di Philippe Leroyer e sono state scattate a Parigi in occasione di una manifestazione di rom nel dicembre 2007.

12 luglio, 2012

Di quando i clan cacciarono i bimbi rom


La foto è presa da qui

E’ giunta notizia dell’arresto di 18 persone a Napoli per l’incendio del campo nomadi di Via Gianturco, a Ponticelli, nel dicembre del 2010. Sono accusate, oltre che di estorsione e di associazione di stampo mafioso, dell’aggravante dell’odio razziale.
E’ un fatto importante, che ci riporta alla memoria alcuni gravissimi episodi verificatisi a Napoli, nello stesso quartiere Ponticelli, tra il 2008 e il 2010. Nel primo caso, un vero e proprio pogrom costrinse alla fuga notturna 500 persone dal campo rom incendiato, tra gli insulti di due ali di folla. La scuola del quartiere, l’88° circolo didattico, aveva unito i bambini attraverso le fiabe rom: i compagni di scuola dei bambini costretti a fuggire, il giorno dopo il pogrom, piangevano disperati.
Nel 2010 è stata proprio la scuola al centro delle “attenzioni”: boss locali minacciano le famiglie rom e fanno pressioni sulla preside perché non permetta a questi bambini di frequentare la scuola dove vanno i loro figli. La preside resiste, il campo brucia. Ma grazie a numerose denunce oggi si arriva a questi arresti.
Stiamo lavorando in stretto raccordo con il Ministro Fabrizio Barca, il Ministro Cancellieri, con le Regioni Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, con le realtà del privato sociale che spesso in quartieri come Ponticelli svolgono un delicatissimo ruolo di mediazione, per integrare le azioni di contrasto alla dispersione scolastica con azioni dedicate all’integrazione dei bambini e dei ragazzi rom nelle scuole.
Abbiamo inserito le diverse azioni per l’istruzione all’interno della Strategia nazionale d'inclusione dei rom, sinti e caminanti voluta dal Ministro Riccardi.
Si tratta di riannodare i fili tra scuole, insegnanti, famiglie rom, privato sociale e istituzioni per fare delle cose mirate, misurabili nell’impatto e nei risultati. Abbattere il tasso di abbandono scolastico precoce dei bambini rom, oggi quasi al 42%; favorire percorsi di istruzione ad hoc per le giovani madri che hanno abbandonato la scuola; lavorare fin dalla prima infanzia sull’autorappresentazione della cultura rom (le fiabe, la lingua, la musica), anche attraverso progetti che uniscano le orchestre rom alle orchestre dei conservatori. Ci stiamo confrontando con la Roma Foundation, forte di una grande esperienza in Centro Europa.
Casa, lavoro e istruzione sono le cose che possono cambiare i destini di chi nasce in un campo. Come a Lamezia Terme ci ha raccontato Ciaiò.
Da qui passa il rispetto dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Che quando le istituzioni lasciano un vuoto, possono essere cancellati in pochi secondi. Lo spazio di un incendio di baracche. Il tempo di una minaccia alla scuola e al suo ruolo costituzionale.
C’è molto lavoro concreto e utile da fare.

02 aprile, 2006

Le traversie fanno crescere

I partiti di centro-sinistra fanno cose diffuse e piccole in giro contro il governo. E ci auguriamo che riusciranno a fare un comizio centrale in piazza. Ma è grave il fatto che abbiano chiesto in ritardo piazza Plebiscito lasciando che questo appuntamento tradizionale fosse messo in pericolo. E che la Napoli abbandonata dal governo in questi anni debba vedere la discesa dei lanzichenecchi: Bossi, Fini, Berlusconi.
Il centro-sinistra ha fatto certamente molto meno qui di quanto si faccia a Roma o a Milano o a Torino: meno iniziative centrali, meno manifesti, meno coinvolgimento di personalità di cultura, arte, spettacolo, meno ragionamento insieme sui danni degli ultimi cinque anni. A Napoli è una campagna per le politiche più stanca e ciò fa il paio con una amministrazione che non è andata bene.
E’ anche per tutto questo che abbiamo voluto dare un segnale, pur sapendo che siamo una forza appena nata e senza apparati consolidati.
Venerdì a Ponticelli abbiamo voluto lanciare una sfida ardua: una iniziativa centrale contro Berlusconi in periferia. Tutti seduti a capire cosa ha fatto il centro-destra, a nostro danno, in questi anni, persone di Ponticelli, persone che, dopo una settimana di lavoro, venerdì si sono spostati a Ponticelli. Una riflessione civile cittadina che è un segnale importante e bello.
Ma il coraggio da solo non basta. Il cinema era mezzo vuoto. Alcuni giornali hanno onorato il merito di avere osato. Altri hanno sottolineato il mancato successo. Dobbiamo imparare dalla vita e imparare in fretta. Non è così facile cambiare rotta in città: la periferia è stata davvero marginalizzata, le persone dal centro non ci vanno tanto facilmente, vi è una diffusa disillusione da cui non è semplice uscire, vi è un danno che è stato recato, durante questi anni, alla cittadinanza e all’orgoglio dell’impegno da una politica auto-referenziale e dalla crisi e il degrado.
La divisione della città va dunque combattuta con molte battaglie. Ne dobbiamo essere consapevoli.
E al coraggio bisognerà aggiungere alcuni altri ingredienti: maggiore sostegno all’avvio delle azioni di quartiere di Decidiamo insieme, una macchina organizzativa che coinvolga di più ogni singolo, una propaganda migliore e un porta a porta che devono crescere, una buona scelta dei tempi.
Ma detto questo, più passano i giorni e più ognuno dovrà capire se vuole spendersi. Dare soldi, dedicare tempo, mettere la faccia e l’impegno in questa nostra sfida per ridare senso alla politica. Perché la battaglia per una città vivibile implica esattamente una crescita di impegno di ciascuno. E’ una via complicata e nuova. Ma è l’unica via che ci fa uscire da come stiamo perché nessuna magia e nessun mago ci salveranno.
Dunque: determinazione, intelligenza propositiva, disponibilità ad imparare in fretta.
Ma stiamo anche tranquilli. Le traversie sono opportunità. E ci fanno crescere.

26 marzo, 2015

Un "normale" martedì di marzo

Un mio articolo scritto dopo alcune scene impressionanti avvenute nella periferia est della città e pubblicato su Repubblica Napoli il 25 Marzo.

E’ un normale martedì di marzo. Ma è un tempo di seria riflessione per la nostra città.
Ponticelli. Le telecamere dei carabinieri riprendono una strada per vari mesi. Lo si capisce dagli abiti delle persone riprese. Prima calzoncini e magliette. Poi abiti invernali. Sono scene che si ripetono nel tempo. E’ un luogo dove non vi è la legge. Non è un singolo episodio. E’ la ripetizione nel tempo che colpisce. Con una normalità della scena, una consuetudine nei gesti. Il monopolio della forza sul quale si basa ogni stato di diritto è evidentemente eclissato. La via è in mano, mese dopo mese, episodio dopo episodio, a bande, giovanissime, che vengono, vanno, ritornano. Gli abitanti sono terrorizzati.
I giudici, i carabinieri, i funzionari della Questura ripetono che non sembra l’Italia. Lo ripetono con voce misurata e affaticata, in modo accorato, dolorante. Colpisce che dicano questo dopo avere appena arrestato oltre 60 persone di tre diversi clan. Non cantano affatto vittoria. Non minimizzano, non sono soddisfatti. Molti degli arrestati sono giovanissimi. Giudici e forze dell’ordine parlano con toni preoccupatissimi. Dicono che si deve fare molto di più. Chiamano a una nuova stagione di impegno straordinario tutte le istituzioni e la nostra comunità. Hanno ragione.
Dobbiamo fermarci a capire cosa sta succedendo. Guardo queste scene sullo schermo con gli amici che lavorano da anni in questi quartieri, insegnanti, operatori del sociale che hanno, nel tempo, costruito una conoscenza, una competenza straordinaria, unica in Italia.

02 aprile, 2009

Kante e Abou


Non ho più voglia di interpretazioni e commenti. Sono troppo indignato. E ferito.
Come persona e come cittadino. Perché individuo una tragica linea che, nella nostra città, va dall’offesa intollerabile a una madre e una donna della Costa D’Avorio di nome Kante e a suo figlio Abou, a una indecorosa rivolta contro una bambina Rom di nove anni, al pestaggio di un ragazzo nero al centro della città, all’attacco ai lavoratori neri nel Casertano, al pogrom contro i campi Rom di Ponticelli e all’orribile manifesto che lo anticipò – sì anche quello.
Perché qui è tempo di serbare memoria lunga e non scordarsene neanche una. E di ripartire dalle fondamenta, dall’aurora: il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.
E c’è somma urgenza di una riparazione e di un segnale civile.
Perciò: il sindaco dia la cittadinanza onoraria di Napoli al piccolo Abou. Subito.

Update: come fa notare d.l., è un'occasione per farsi sentire. E' stato aperto un gruppo su FB . Ma si può anche inviare una semplice email al sindaco (sindaco(chiocciola)comune.napoli.it). Sarebbe bello sommergere di richieste la cassetta della posta di Rosetta.

La foto viene da qui.

04 maggio, 2012

Scuola malata, è ora di tornare a Barbiana

Adele Corradi nel libro "Non so se Don Lorenzo" (Feltrinelli) racconta la sua esperienza nella scuola di Barbiana. Da quell'esperienza alle periferie di oggi dobbiamo riuscire a dare di più a chi parte con meno nella vita. E la scuola va ancora ben sostenuta perché non vi è altro luogo che possa essere leva precoce di emancipazione e riequilibrio sociale. Un mio articolo ieri su La Stampa. 



Eravamo nel pieno del boom economico e tutto sembrava finalmente andare per il meglio. Quando, nel 1967, uscì Lettera a una professoressa e arrivò in ogni angolo d’Italia il monito, severo e profetico, di don Milani: “la scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde”.
In quel libro c’erano i dati che mostravano che la classe sociale dei genitori determinava il successo o l’insuccesso scolastico, in larghissima misura. Quel monito ci sta ancora addosso. Perché è ancor oggi così. Sono i figli dei poveri a fallire a scuola. E sono tanti: il venti percento del totale dei nostri ragazzi. Che tendono a diventare il trenta percento e più nel Sud come nelle periferie del Centro e del Nord. Lo dicono i dati del Ministero dell’Istruzione, quelli Istat, la Banca d’Italia, la relazione della Commissione indagine sulla povertà. Lo mostra, pezzo per pezzo, il bellissimo Atlante dell’infanzia a rischio, curato da Save the children - che ci ricorda che mentre nella maggior parte d’Europa il figlio di un genitore di medio reddito e istruito ha 2 o 3 volte più probabilità di completare l’intero ciclo di studi, da noi ha 7,7 più probabilità! Il più grande scandalo d’Italia.
Così, è passato quasi mezzo secolo. Ma resta questo il principale problema non solo della scuola ma dell’intera società italiana. Dobbiamo riuscire a dare di più a chi parte con meno nella vita e la scuola va ancora ben sostenuta perché non vi è altro luogo che possa essere leva precoce di emancipazione e riequilibrio sociale.
Per questo l’Unione Europea dal 2000 – la famosa agenda di Lisbona - ci chiede di scendere sotto il dieci percento di fallimento formativo. E la questione è che noi non ci siamo ancora riusciti. Benché siamo ben consapevoli che il non riuscirci, oltre a essere una minaccia alla coesione sociale, ci priva di enormi risorse umane capaci di azioni positive, un fatto che condiziona la stessa crescita economica. Perciò: l’agenda politica, le scelte nella revisione delle spese e degli investimenti pubblici deve tenere conto innanzitutto di questa questione.
Ma più che i dati, come spesso accade, le vie da imboccare per riparare alle ingiustizie generali le descrivono bene i libri che parlano di gesti, di giorni, di vicende umane.
Nelle bellissime pagine di Insegnare al principe di Danimarca la molto compianta Carla Melazzini racconta del lungo nostro lavoro con i ragazzi che avevano abbandonato la scuola a S. Giovanni a Teduccio, Barra, Quartieri Spagnoli, Soccavo, Ponticelli. E’ una scrittura sorvegliata, severa – come Carla era - che mostra, con fatica e poesia, il lavoro della scuola che sa andare verso chi ne è stato escluso. Lavoro di grande complessità artigianale, fatto a Napoli eppure simile a quello svolto da altri insegnanti ed educatori a Torino, a Verona, a Palermo, a Reggio Emilia, a Milano. Il creare un luogo salvo, una zona franca, una chance. Dove curare - nel bel mezzo delle devastazioni - le ferite sociali ed emotive. Per restituire la guida adulta, la via dell’apprendimento, della motivazione, della cura di sé. Per ridare la capacità di aspirare, the capacity to aspire - come viene definita in un importante saggio di Arjun Appadurai.
Sono pagine difficili quelle di Carla Melazzini. Perché chiedono di ritornare a pensare alle persone che crescono. Perché chiamano l’intero sistema d’istruzione e formazione a rimettere insieme i pezzi, a coniugare meglio il sapere e il saper fare. E a misurarsi molto di più con l’essere quotidiano di ciascun ragazzo. Com’era a Barbiana, dove nell’aula di sopra c’erano i libri, le figure geometriche e le mappe, nell’aula di sotto gli arnesi per costruire e manutenere oggetti e il laboratorio di esplorazione scientifica e in ogni momento la possibilità di fermarsi e “parlare di noi”, di quel che sta succedendo e di come va, senza mai dimenticare che si sta lì per imparare.
Quattro anni prima dell’uscita di Lettera a una professoressa Adele Corradi salì a Barbiana.  Ora finalmente lo racconta nel libro Non so se don Lorenzo. Era il 29 settembre del 1963. Chi si è recato lì se la può immaginare, una professoressa non ancora quarantenne che percorre in salita la via in mezzo al bosco, per capire, per fare. Adele oggi decide di lasciare indietro la sua riservatezza e ci riporta proprio lì. Con un avvertimento: “Non si racconta in questo libro la storia di don Milani…. Si parla di lui, ma non se ne racconta la storia. Chi la volesse conoscere dovrà rivolgersi altrove…. Qui sono messi a fuoco frammenti di vita, frammenti sparsi, affiorati alla memoria col disordine dei ricordi”. Adele ricorda il giorno dell’inizio, domenica, S. Michele. Ma non ricorda che lezione avesse tenuto. Rammenta, però, che don Lorenzo, in modo per lui inconsueto, le disse: “ritorni”. E lei si è da allora sempre chiesta perché: “.. o gliel’ha suggerito lo Spirito Santo o io con la telepatia”. Così, dopo qualche giorno ritornò. E partecipò alla prima vera lezione, un esercizio di scrittura collettiva. E di lì si va avanti nel racconto, scena dopo scena, con i gesti e il parlato riportati entro un interrogarsi profondo e semplice. Perché questo libro rimette ogni lettore nel ritmo e nella parola di quel luogo, nel suo senso quotidiano. E così Adele ci fa un regalo immenso: toglie il peso del mito a Barbiana. E finalmente restituisce quella scena alla magica imperfezione delle persone al lavoro, che tentano, che riparano, che si chiedono, che litigano, che non sanno e che comunque riescono.
Ritrovare l’occasione e il modo di fare bene scuola provando a capire il proprio tempo e il mondo è sempre possibile. E rimettersi in gioco è la chiave dell’educare. Come ci dice ancora Adele, oggi quasi novantenne: “Sono stata insegnante di lettere alle medie fino alla pensione a sessantasette anni. Devo confessare che ero un’insegnante identica alla destinataria di Lettera a una professoressa… L’incontro con la scuola di Barbiana ha scavato un solco nella mia vita. Mi sono vista come non mi ero mai vista. E non solo come insegnante, ma come persona”.
Dunque, la vicenda di Barbiana e delle buone scuole delle nostre troppe periferie non è solo un’azione a sostegno dell’equità e a vantaggio di una società democratica. Ma permette trasformazioni. E ci dice la direzione da prendere per tutta la scuola. Perché l’azione pedagogica diretta a chi ha più bisogno spesso muta gli approcci profondi e sa indicare vie innovative. La necessità fa virtù. Perciò don Milani diceva: “Verrà un giorno in cui coloro che vogliono guarire le scuole malate dovranno salire a Barbiana”
E’ ora di ripartire da una scuola a tutto tondo, che integri studio, esperienza, riflessione ben organizzata sul mondo e sul sé. E che consenta di riportare anche tutta la meraviglia del sapere diffuso dai nuovi media entro l’azione composita e costante di un luogo accogliente e rigoroso. Un luogo salvo e innovato.

Save the Children
Atlante dell’infanzia a rischio
2011

Carla Melazzini
Insegnare al Principe di Danimarca
Sellerio, 2011

Arjun Appadurai
Le aspirazioni nutrono la democrazia
et.al, 2011

Adele Corradi
Non so se don Lorenzo
Feltrinelli, 2012






24 maggio, 2018

Napoli: le violenze fatte da ragazzi contro altri ragazzi

All'inizio dell'anno a Napoli si sono verificati alcuni gravi episodi di violenza giovanile che hanno aperto un dibattito sulle cosiddette babygang. La stampa se ne è occupata diffusamente. Enrico Rebeggiani mi ha intervistato su questo tema per la rivista Inchiesta. Il testo è stato pubblicato nel suo ultimo numero e lo riporto qui.


_____________________________________________________________________

Marco Rossi-Doria*, intervistato da Enrico Rebeggiani** sulle violenze 
fatte a Napoli da ragazzi contro altri ragazzi, presenta uno scenario di spiegazioni e indica le strategie più adeguate per un cambiamento

Negli ultimi mesi, tra dicembre e gennaio a Napoli si sono verificati svariati episodi di violenza che sono caratterizzati dal fatto di essere fatti da ragazzi contro altri ragazzi; in due casi le vittime hanno sono state ferite in modo molto grave, hanno rischiato la morte. Questi episodi hanno colpito molto per il fatto di aver visto adolescenti sia nel ruolo delle vittime sia nel ruolo degli aggressori e soprattutto perché sembravano totalmente gratuiti, puri esercizi di violenza di un gruppo contro ragazzi isolati e apparentemente scelti a caso, diversamente da quanto accade di solito in città, dove la violenza non è estranea, ma ha un suo codice comunicativo e sue precise connotazioni gerarchiche. Questo ha fatto sì che si generasse allarme nella società, amplificato da parte dei mezzi di comunicazione e questo ha immediatamente istituzionalizzato il problema, gli è stato dato appunto un nome, è stato etichettato come fenomeno di baby gang e il problema è stato portato su un piano politico, tanto che la settimana scorsa il ministro degli interni ha tenuto una riunione a Napoli. 

Marco Rossi-Doria è maestro elementare e ha avuto importanti esperienze istituzionali in Italia e all’estero, negli anni ’90 ha iniziato a fare il maestro di strada, questo gli ha permesso di conoscere approfonditamente la condizione dei giovani che la scuola non ha integrato. A lui la ministra dell’Istruzione ha affidato la Cabina di regia sulla dispersione scolastica e la povertà educativa. Marco è un lettore e amico di Inchiesta e ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Tu hai una grande esperienza della città, della condizione in cui vivono i giovani, soprattutto quelli più poveri e che vivono in una situazione di svantaggio dal punto di vista della formazione e hai una grande esperienza nella vita quotidiana sia nelle pratiche che sono alla base di azioni di riduzione del danno o di prevenzione. Quale è la tua percezione del fenomeno e come lo inquadreresti?

Vorrei iniziare con la mia opinione su come come guardare questi eventi. Penso che sia importante evitare generalizzazioni e semplificazioni, dare nomi uguali a cose diverse. La dicitura baby gang è salita all’onore delle cronache ed è stata utilizzata dalla stampa quotidiana già più di due anni fa in occasione delle prime cosiddette stese. Si trattava di un fenomeno relativamente nuovo, iniziato nei viali del quartiere di case popolari di Ponticelli. In riprese fatte dai carabinieri in si vedono ragazzi a bordo di motorini, ragazzi di età fra 16 e 19 anni, quindi a cavallo tra maggiore e minore età che con armi da fuoco, pistole e anche di più, in pieno giorno creano paura nel quartiere popolare sparando all’impazzata e costringendo i passanti a mettersi a terra, a stendersi appunto. Sembrava che fosse un fenomeno di violenza gratuita. In realtà un’analisi migliore da parte degli inquirenti e da parte delle persone che nel quartiere lavorano come privato sociale, parrocchie, centri sportivi, con una qualche prossimità con la situazione, ha rivelato che in quel momento i capi della criminalità organizzata del quartiere stavano trascorrendo lunghe pene detentive, si era creato un vuoto in alcune zone sul controllo sul mercato minuto della droga e quindi il fenomeno aveva uno scopo preciso: quello di affermare chi comandasse in quella zona, delimitando il territorio con atti violenti a forte valenza simbolica, appunto le stese. Alcune di queste stese hanno portato a morti più o meno volute e per un periodo atti simili sono stati compiuti anche in altri quartieri della città, alcune hanno anche portato a morti accidentali, come capita se si spara all’impazzata tra i passanti. Come dicevo, lì si è iniziato a fare uso del termine baby gang. Ma per me questo è un altro fenomeno, distinto da quello che abbiamo di fronte oggi. Oggi quella stessa parola la si è usata per un altro tipo di fenomeno, cioè ragazzini che più di sera che di giorno – la questione dell’orario andrebbe indagata – vanno in giro, girare in motorino è una costante, circondano una persona, scelta per caratteristiche che vanno capite, ma che in genere è coetanea e estranea a quel gruppo e si accaniscono contro la vittima in modo particolarmente violento. Nel caso illustrato in precedenza si sparava per spaventare o per uccidere qualcuno che era visto come un nemico, in questo caso no.

Quanti sono stati i casi di questi assalti con motorini?

Stiamo parlando finora di 5 o 6 casi di cui 2 con grave ferimento della vittima. A un ragazzo hanno dovuto asportare la milza, un altro ha avuto gravi problemi alle corde vocali. Per puro caso non si è arrivati alla morte: non c’è controllo, non si fermano, possono essere molto pericolosi.

Finora questo fenomeno non si era mai manifestato in queste forme?

No, mai. Insisto sulla differenza, pur essendo state chiamate tutte e due baby gang la differenza è nell’età. In questi ultimi casi stiamo sicuramente entro la minore età, in alcuni casi sotto i 13 anni. Anche dal punto di vista del diritto non sono giudicabili. Non sono ragazzi di 16-20 anni, la differenza è grande, anche per il tipo di dinamica di gruppo che si instaura. Stiamo parlando per fortuna finora di aggressioni senza armi da fuoco, ma con armi da taglio con catene, pietre, sbarre di ferro. Non volano proiettili, ma ci si ferma e si mena, anche a mani nude, con calci una volta che la vittima è per terra, in tanti contro uno o due e infine con coltelli.

Il coltello è un oggetto che sta avendo importanza crescente nella simbologia di certi giovani.

I coltelli sono in grandissima diffusione in tutti i quartieri; non sono coltelli piccoli e sono almeno 10 anni che vengono utilizzati in ferimenti vari avvenuti a vario titolo e scopo in varie zone della città da ragazzi provenienti da quartieri di periferia o comunque difficili. Accade soprattutto il sabato o la domenica che in diverbi di strada salti fuori il coltello e spesso l’occasione è data da questioni tipo “hai guardato la mia ragazza”, “io non l’ho guardata”, “non ti devi permettere” e parte la coltellata. Questo è avvenuto in varie occasioni tra la villa comunale, Chiaia, il Vomero già da anni. C’è una lunga serie di sequestri di coltelli nelle scuole, i coltelli sono un problema. Tanto lo sono che per esempio vari giornalai, che ormai non vendendo più giornali vendono un po’ di tutto tra cui anche i coltelli da collezione, a me consta che abbiano smesso di tenerli dopo aver visto che venivano comprati da ragazzini sempre più piccoli: fino a 9 o 10 anni. Tornando quindi al punto, questo più recente fenomeno è diverso da quello precedente per le armi usate, per l’età dei ragazzi e per il fatto che l’aggressione non è volta a affermare un controllo sia pure simbolico del territorio, ma ha ragioni molto più nascoste e complesse.

Per riassumere, il primo fenomeno è riferibile a giovani, non solo minori, che rispondono a logiche militari di controllo, a un vuoto di potere o a un passaggio generazionale nelle fila della camorra, che potrebbe essere anche legato al successo dell’azione repressiva dello stato. Diversamente quello che è successo tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 è un fenomeno con caratteristiche nuove, che potrebbe essere definito come l’inasprimento di una pratica di violenza urbana di minorenni armati – ma non con armi da fuoco – rivolto contro coetanei di altre zone della città o anche della stessa zona ma che vengono percepiti come estranei, come bravi ragazzi.

Nei casi accaduti nel centro storico della città le vittime sono appunto ragazzi qualsiasi, abitanti del quartiere che non vengono percepiti come simili da un gruppo coeso, appunto da una banda. C’è un altro tratto che mi ha colpito e sul quale non sono arrivato a conclusioni. Mentre per le stese si tratta di bande con uno scopo di controllo militare del territorio che hanno uno scopo dichiarato non attraverso una simbologia ma attraverso gli atti: abbiamo le armi comandiamo noi, dovete fare i conti con noi e ci facciamo vedere e riconoscere. In questi ultimi casi invece il messaggio della banda non è rivolto all’esterno, ma al suo interno. Ci diamo un nome, sottoscriviamo un patto d’onore se non di affiliazione come può accadere in una banda di adolescenti o preadolescenti che ha bisogno di manifestare un’identità di gruppo in assenza evidentemente di altre maniere per affermare sé stessi. Ma lo scopo è interno.

Quello che è accaduto negli ultimi mesi è quindi un insieme di episodi di violenza urbana che riguarda ragazzi svantaggiati e che segnala un bisogno di protagonismo e di aggregazione. Viene spontaneo, visto anche l’uso del termine baby gang, un collegamento con quanto accade negli Usa. Lì il fenomeno è ormai radicato e si comincia ad affiancare alla pratica repressiva anche un approccio orientato alla riduzione del danno. In un rapporto governativo si evidenzia che questi giovani esprimono un bisogno di identità, di avventura e di rendersi protagonisti della propria vita; una delle molle alla base dell’adesione sta nel bisogno di sicurezza.[1] Far parte della gang viene percepito come una soluzione alla percezione di pericoli che si vivono nella vita quotidiana, la violenza in famiglia, quella da parte di altre gang, la violenza in generale. Pur sapendo che far parte di una gang determina forti rischi la scelta viene percepita come una forma di difesa. Questo viene spesso verbalizzato da ragazzine che aderiscono alle gang e che riportano casi di violenza, anche sessuale tra le mura domestiche. La gang come scelta di reali o potenziali vittime. Secondo te quanto potrebbe essere vero questo anche nel nostro caso?

La domanda è pertinente, ma temo che non abbiamo sufficienti strumenti per rispondere. Quello che ci proviene dagli Usa, e che spesso si articola anche in maniera diversa, ha avuto eco in paesi dell’est europeo, come il caso di bande di ragazzini che escono da istituzioni totali in città russe ucraine o polacche in cui c’è un bisogno di identità che si accompagna alla voglia di proteggersi da qualcosa. Qui c’è un'ipotesi di rivalsa contro altri, che possono essere le parti più protette del proprio quartiere o le parti considerate estranee e nemiche o quelle della propria percepite come favorite dalla sorte. Ma questo è sicuramente troppo presto per poterlo dire. Bisognerebbe potere accedere a un dialogo o a una prossimità con loro che ora non c’è. Così come nel nostro caso di ragazzine non ne sono state viste, stiamo ai fatti, si tratta solo di maschi.

Bisogna secondo me tenere una posizione di sorveglianza costante ed è pericolosa la tentazione, anche per persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, di arrivare a conclusioni rapide, magari sospinti dall’emergenza o dalla sensazione di pericolo sociale, dal “facciamo presto”, “occorre inventarsi qualcosa”, “il ministero ha messo i soldi”.

In realtà bisognerà inventarsi qualcosa, bisogna rispondere al senso di insicurezza nella cittadinanza, e bisogna anche rispondere anche alla invocazione che proviene da altre componenti degli stessi quartieri. Mi ha molto colpito il corteo di svariate migliaia di ragazzini che c’è stato a Scampia il 16 gennaio in risposta a uno di questi episodi. Nella manifestazione si chiedeva di intervenire contro la violenza e questa richiesta non solo era perfettamente legittima, proveniva da coetanei e amici delle vittime che esprimevano loro solidarietà, ma costituiva anche un moto di reazione e netta distanza da quegli episodi, “noi non siamo così”, “la città e il nostro quartiere non è così”. C’era la richiesta di intervenire e anche quella di essere ascoltati.

Quindi la necessità di rispondere a una emergenza c’è, ma nello stesso tempo bisogna essere molto attenti a capire a cosa bisogna rispondere: noi non sappiamo esattamente cosa c’è. Quindi noi dobbiamo da un lato rispondere, dall’altro avere un dubbio metodologico vero nel rispondere. Tranne alcune cose che si possono fare subito.

Prendiamo il caso dello schema annunciato dal ministero dell’interno. È articolato sostanzialmente in due azioni. La prima consiste in cento poliziotti in più che controlleranno i motorini e avranno la possibilità di sequestrare armi e nel caso anche i motorini, chiamare i servizi sociali del comune e nel caso di minori di 13 anni anche convocare immediatamente i genitori. In sostanza: elementi di contenimento con i quali lo stato esercita anche il monopolio nell’uso della forza in modo consono a quanto prescrive la legge per quanto riguarda i bambini e i ragazzi.

La seconda azione è costituire personale specializzato di prossimità, cioè immaginare insieme al comune, alla città, degli educatori di strada che abbiano la capacità di venire in contatto di diventare prossimi e interloquire di capire e proporre avventure positive in alternativa a quelle negative. E questo si può fare subito, mentre si cerca di analizzare meglio il fenomeno.

Queste sono le due misure del ministero, prospettata in modo più preciso la prima, perché più vicina a pratiche di intervento consolidate, meno la seconda, ma io spero e mi impegno affinché resti un’apertura per capire meglio di cosa stiamo parlando. Il rischio è che si dica che questi ragazzi sono già pericolosi, sono pronti a diventare come quelli delle stese, sono pronti a quella deriva e quindi agiamo secondo logiche unicamente repressive, oppure – posizione speculare – basta che li mandiamo a scuola, che frequentano la parrocchia o che fanno sport e tutto si risolve da sé. A me pare che queste dimensioni di certezza siano fuorvianti in questa fase.

D’accordo con te sulla necessità di capire meglio le dimensioni del problema, si tratta di un fenomeno molto grave perché può estendersi e acuirsi. Il fatto che negli Usa fenomeni di questo genere siano molto più radicati e il fatto che quella situazione ha una così grande rilevanza nell’immaginario dei nostri ragazzi ci obbliga a pensare e a prevenire. Ma oltre alla necessità di comprensione è forse utile fare un passo indietro e osservare il tema della violenza in prospettiva, in termini macro e in termini di evoluzione storica. Le morti violente sono oggi in Italia 0,77 per 100.000 abitanti, tra i valori più bassi in Europa e quindi nel mondo, incomparabili con quelli degli Usa.[2] Va detto che in Campania il tasso è quasi del doppio, ma comunque poco sopra la media europea. Questo basso tasso generale di morti violente è in diminuzione da decenni: la metà rispetto agli anni ’90 e un terzo rispetto agli anni ’60. Ma siamo tutti convinti che invece aumenti.

La differenza è molta non solo in termini di politiche e di azioni di lungo periodo, ma anche nella interpretazione di ciò che ci accade. Se la violenza è in cima alle nostre preoccupazioni, è molto più probabile che ci capiti di dare risposte esagerate in circostanze che riteniamo minacciose, ma che in realtà non lo erano.
Va ricordato che la tradizione italiana ha contribuito a un trend internazionale che è stato codificato dalla convenzione ONU di New York del 1989, la posizione dell’Italia sulla non carcerabilità e sulla pene alternative al carcere per i minori e il codice penale minorile italiano che ha avuto come ispiratore principale Alfredo Carlo Moro è stata alla base di questo consenso internazionale e ha portato a risultati inoppugnabili che vanno – nello specifico per i minori – nella direzione che indicavi e che è stato considerato un modello da molti paesi, opposto al modello della carcerazione precoce seguito da altri paesi tra cui gli Usa che infatti non hanno firmato la convenzione; anche se pure lì come dicevi c’è un ripensamento. Noi veniamo da un’altra e solida cultura, non esiste in Italia, tranne poche eccezioni, una spinta verso il ripristino di pene in età precoce. La discussione semmai è avvenuta su come applicare le pene, anche quelle non detentive e quelle per i minori. L’orientamento è quello di una maggiore chiarezza e di una maggiore costanza educativa delle sanzioni. Per fare un esempio riferito al nostro caso anziché dire che il tredicenne trovato in possesso di una catena debba andare in carcere, si dice che ci deve essere un costante supporto della genitorialità della mamma, e se c’è anche del padre, e che oltre all’obbligo di andare a scuola ci sia – nell’ambito della comunità educante del suo quartiere, la parrocchia, il privato sociale, – una specifica attenzione nei confronti di questo ragazzino con un mentore, un tutor sufficientemente bravo e a cui lui si possa affidare per una durata non di una settimana ma di sei mesi un anno o più. Ma essere contro le pene detentive per i minori non vuol dire che non bisogna fare nulla; bisogna invece fare e fare in maniera meno sciatta e occasionale di quanto fatto finora. Fin qui però siamo nel solco di quanto già raccomandato dal codice penale per i minori e dalla letteratura costituita dalle migliaia di provvedimenti non necessariamente restrittivi, ma di accompagnamento educativo che i tribunali per i minori hanno emesso fin qui. Il tribunale dei minori infatti per un omicidio commina pene carcerarie e i casi del genere in italia sono complessivamente decine, mentre sono migliaia i ragazzini cui viene dato un programma educativo alternativo. Il problema di questi programmi educativi alternativi è che iniziano bene ma poi non ricevono la necessaria manutenzione. La raccomandazione che proviene dalle considerazioni del ministero della giustizia è che bisogna vigilare sulla continuità delle finalità educative. Credo che dobbiamo continuare su questa linea perché essa è alla base non solo della nostra civiltà giuridica ma anche dei buoni risultati complessivi che citavi.

Un altro aspetto che secondo me è rilevante nelle vicende di cui stiamo parlando è quello delle notizie, del racconto fatto dai mass-media e del clima che hanno contribuito a creare intorno a questo tema. La narrazione di quanto accaduto è stata una narrazione molto allarmata, si è immediatamente creata un’etichetta che abbiamo visto essere sommaria e in generale queste notizie sono sembrate molto appetibili perché truculente. C’erano elementi di drammaticità adatti a trasformarle in titoli a più colonne. Ma in seguito l’enfasi data alla narrazione di questi episodi ha creato un clima che potrebbe essere di per sé pericoloso, nel senso che creare allarme su questioni di questa delicatezza può determinare conseguenze anche gravi. Mi riferisco a due episodi in cui il clima di allarme e la richiesta di interventi repressivi sono stati indirettamente responsabili del ferimento o della morte di minori. Il primo è successo a Milano pochi giorni dopo i fatti di Napoli. Alcuni ragazzi hanno avuto una discussione in autobus con un signore, una volta scesi il signore – che era un autista fuori servizio – ha tirato fuori un coltello e ne ha ferito uno. Inizialmente l’episodio è stato rubricato sotto il capitolo baby gang e violenza giovanile; solo le telecamere a bordo del bus hanno permesso ai carabinieri di capire che i giovani erano le vittime.[3] L’altro è accaduto a Napoli tre anni fa quando dopo una campagna di stampa sulla presenza di criminalità nel rione Traiano un carabiniere che credeva di inseguire un ladruncolo evaso dai domiciliari ha sparato a un ragazzo di 16 anni incensurato, uccidendolo sul colpo. Le fonti giornalistiche hanno narrato la cosa in modo completamente distorto e solo il processo ha ristabilito la verità e l’innocenza del ragazzo morto.[4] Soprattutto quest’ultimo caso va tenuto ricordato tutte le volte che si chiede il polso fermo e la soluzione facile di problemi complessi. 
Tornando a noi, quanto conta il modo con cui i mass media raccontano gli episodi di violenza come quelli che sono accaduti di recente?

La storia del rione Traiano è significativa. È un quartiere popolare, con una lunga storia che lo lega alla povertà estrema del primo dopoguerra, alle vicende operaie della siderurgia e nel quale si sono poi insediate alcune famiglie che gestivano una quota, peraltro infima, del mercato della droga in città. Questo ha portato a una sua forte connotazione negativa sui media, alla sua etichettatura come quartiere difficile. È chiaro che questo stigma nasce da fatti concreti, ma finisce per coinvolgere la popolazione dell’intero quartiere. Le forze dell’ordine presidiano l’esterno del quartiere e quindi assumono come ugualmente sospetti tutti quelli che, specialmente di notte, entrano o escono. Questo caso mostra come un problema reale, descritto e etichettato in un certo modo, porta a soluzioni per così dire tecniche che sono pericolose per le persone senza peraltro risolvere il problema. Perché certo non si è risolto il problema dei corrieri di droga in quel quartiere.

C’è una questione che andrebbe trattata separatamente e che richiederebbe molta attenzione: che cos’è un quartiere povero e come si identifica la parte più marginale di un quartiere povero. Comunque, quando le strategie di contenimento della criminalità confondono la parte o addirittura la sottoparte con il tutto si creano le premesse per una serie di errori che non stanno solo nella narrazione dei media, ma in generale nel discorso pubblico sulla città. Per discorso pubblico intendo anche nell’attenzione istituzionale, nell’organizzazione delle forze dell’ordine, nell’intervento e nel lessico delle scuole e della componente migliore, educativa e sociale della città. Questi errori di generalizzazione possono portare a essere inefficaci e retorici, ma anche a conseguenze più tragiche come abbiamo visto.

Rispetto agli adolescenti bisogna stare molto attenti a questo: non radunare sommariamente tutti i ragazzini dei quartieri difficili e neanche tutti i ragazzini della parte più fragile del quartiere difficile sotto l’etichetta della baby gang. In termini più concreti, se si dovessero fare delle scelte di politica pubblica che offrono risorse al terzo settore per fare gruppi attentamente costituiti di educatori di prossimità che stanno in un quartiere, il primo mandato da affidare loro non è andare a cercare le baby gang, ma cercare di capire da vicino cosa fanno tra di loro quegli adolescenti, come si organizzano, cosa fanno, come ragionano, quali sono le loro difficoltà le e loro sofferenze. Dopo questo lavoro di prossimità si potrà capire perché alcuni tra questi si atteggiano a baby gang, se lo fanno per paura, o invece per crearsi un’identità, o se invece – tratto che unifica sempre più la popolazione adolescente italiana, anche quella benestante – hanno poca esperienza di presidio dei limiti da parte degli adulti. Questo andrà capito mentre ci si avvicina a questa situazione di sofferenza, di difficoltà o di agito pericoloso. Evitiamo di dire quello è il quartiere a rischio, occhio su quel quartiere, controllo militare del territorio e magari poi solo alla fine ci mandiamo anche gli educatori. Evitiamo di confondere il tutto con la parte, se lo si fa la tendenza a commettere errori aumenta e con essa la probabilità che la situazione peggiori. Ci sono però dei segnali positivi, il decisore pubblico su questo discorso è avvertito, mi riferisco al Comune, al responsabile della Regione, lo stesso ministro dell’Interno, criticabile per altri aspetti, ha attenzione per questa cosa, il prefetto ha detto che bisogna stare attenti a non chiamare fenomeni nuovi con nomi vecchi. Siamo quindi in presenza di un atteggiamento consapevole e articolato delle istituzioni, non di un’intenzione di risolvere il problema alla svelta e manu militari. Dobbiamo tutti vigilare perché questa consapevolezza porti a risultati altrettanto consapevoli, ma almeno per ora va registrata un’attenzione di questo tipo e uno degli elementi che ha consentito questa attenzione è stata la mobilitazione dei ragazzi. Se non ci fosse stata questa mobilitazione, che si è imposta sui media, avremmo avuto una narrazione delle cose centrata sulla passività e sulla rassegnazione, sulla generale indifferenza al fenomeno.

Torniamo alla questione delle radici del fenomeno. Il problema dei ragazzini violenti e in generale della violenza viene costantemente ricondotto alla concentrazione dello svantaggio sociale in determinati quartieri. Secondo alcuni, per esempio il presidente della corte di appello, la violenza minorile è preoccupante perché agisce anche in zone ritenute sicure.[5] Come dire, il problema è che esce dai ghetti. Cosa pensi di questo interpretazione territoriale?

È vero che una parte della città non parla con l’altra, ma è vero in termini di classe e non di territorio; la borghesia – a differenza di quanto avveniva negli anni ’60 e ’70 – non si avvicina con le sue sensibilità migliori alla vita quotidiana e concreta delle classi cosiddette popolari. Con le dovute eccezioni, ma manca un moto di fondo come è stato in quegli anni, purtroppo. Questo non solo è un arretramento in sé, ma anche una perdita per chi è giovane e ha più risorse: si impara di più e meglio se si vedono più cose nella vita. Ciò premesso, la geografia e la storia della città sono molto più complesse di quanto i media facciano capire. A me colpisce moltissimo quando mi chiedono se davvero i quartieri napoletani sono così come vengono mostrati, non solo da Gomorra, ma anche dai telegiornali. Bisogna spiegare che lì vivono tante persone con condizioni diverse: impiegati, operai, lavoratori molto precari ma assolutamente onesti, persone che vivono di lavoro nero loro malgrado perché di lavoro regolare non se ne trova e sono altrettanto oneste, famiglie in cui si trovano intrecciate cose diverse come il piccolo contrabbando, attività irregolari ma non criminali insieme a piccole attività criminali ma assolutamente marginali rispetto alla criminalità organizzata, vive la manovalanza spicciola della criminalità organizzata che però è distante da quello che racconta Gomorra, e in quella stessa famiglia ci possono essere il fratello, il cugino o lo zio che fa normalmente l’idraulico, ha un bar, una piccola ditta edile o di trasporto. C’è quindi una grande complessità. Il punto è che in un quartiere come ad esempio la Sanità o Secondigliano o Pianura anche rispetto a questa articolazione di condizioni c’è una parte che risulta ancora più marginale. Una parte che nei quartieri popolari i cui figli non sono raggiunti dalle parrocchie, non fanno uno sport, vanno saltuariamente a scuola, sono difficilmente raggiungibili. Gli stessi promotori di sviluppo locale, per esempio la fondazione di comunità san Gennaro alla Sanità che ha un’attività intensa e capillare e che gode di finanziamenti pubblici e privati usandoli bene, non sempre riescono ad avere una relazione con parti del quartiere. Quindi quando si additano singoli quartieri o quando specularmente si dice che Napoli è tutta bella e sana si fanno semplificazioni che non aiutano. Tornando alla questione delle baby gang è possibile che la baby gang sia costituita nel suo nucleo promotore da ragazzini che provengono dalla parte più marginale della quota marginale di un quartiere e che non hanno nessuna rappresentanza e nessun aggancio con adulti significativi che possono prospettare una qualche forma di regolarità di vita: mangiare ad orario, andare a scuola, fare cose normali come andare il sabato a vedere un’altra parte della città; sono ragazzini che per specifica fragilità familiare si trovano in una situazione per cui cercano un’identità. Di questo non ne ho la certezza ed è un’ipotesi da verificare, ma questa ipotesi si può verificare solo se si ha un’idea complessa dei quartieri difficili e popolari, non se si pensa che quelli di un quartiere siano tutti in un modo. Nel caso accaduto a Chiaiano per esempio vittima e carnefici sono della stessa zona, come ce lo spieghiamo?

Nel dibattito sulla violenza minorile si è fatto spesso riferimento alla influenza che il cinema e la letteratura hanno sul comportamento delle persone e nel caso specifico se Gomorra abbia influenzato gli stili di vita di questi adolescenti. La polarizzazione è tra chi sostiene che ci siano responsabilità dirette e chi dall’altra parte le nega e condanna le censure. Luca Sofri ha sostenuto in modo argomentato che la risposta è “Sì, e vale la pena parlarne e rifletterci sopra, ferma restando la totale libertà degli autori di decidere come comportarsi”. [6] Sarebbe ingenuo pensare che una rappresentazione televisiva di successo non abbia conseguenze, non stimoli processi di identificazione e di emulazione. Tutto il cinema e in generale l’arte si fonda sulla partecipazione emotiva dello spettatore. Questo non vuol dire che bisogna censurare le serie televisive. Ma non si può fingere di non sapere. Lo stesso Saviano in Gomorra, il libro, ricorda come la filmografia sulla mafia americana abbia plasmato i gusti dell’immaginario della camorra. Arrivando perfino insegnare modi spavaldi e imprecisi di impugnare la pistola.

Gomorra è stata tirata in ballo per dire che era colpa sua e poi invece per dimostrare che non si potevano rintracciare colpe e responsabilità. Sono d’accordo con Sofri: è ovvio che quei modelli vengono visti e anche imitati dai ragazzini, il problema è che non ne hanno altri e il problema è il contesto nel quale inseriscono queste narrazioni.

Secondo alcuni la questione delle baby gang è una delle periodiche finte emergenze destinate a esaurire velocemente tutta l’attenzione per poi a rientrare in una stanca accettazione dello stato di fatto.

Negare l’emergenza è paradossale e rischioso, rischia di essere un atteggiamento ideologico. Il problema esiste ed è grave, abbiamo il compito di assumerlo e leggerne la complessità.

Per concludere, cosa pensi si debba fare per affrontare questa situazione?

Quello che mi sto sforzando di far passare nel mio rapporto con le istituzioni è che ci vuole costanza nelle politiche generaliste, anche se non è detto che queste siano in grado di avere effetti diretti sullo specifico fenomeno, nondimeno è indispensabile che ci siano. Cosa intendo: ad esempio che in ogni quartiere ci siano centri di aggregazione per ragazzini che funzionano costantemente e con fondi funzionali di lungo periodo, con educatori che hanno una formazione, un monitoraggio e una supervisione seri e un rapporto costante nel tempo, se questi si mettono d’accordo con le scuole in una unica comunità educante in cui ci sono ruoli diversi tra docenti e educatori, tra tempo scuola ordinario e il tempo fuori. Un accordo su alcune costanti pur nella distinzione e nella differenziazione delle funzioni e dei ruoli.
Quando un quartiere è munito di queste cose in maniera costante non abbiamo dato risposta al singolo episodio di violenza giovanile, ma abbiamo la base indispensabile per lavorare fuori dall’emergenza.
Ora si sta avviando un piano per il rione Sanità con dei fondi straordinari e si prospetta che questo divenga un modello replicabile ma non illudiamoci che questo intervento sia in grado di far sparire le baby gang, se lo pensassimo rischieremmo di chiudere tutto al primo nuovo episodio di violenza. Il compito di figure intermedie come me è quello di far capire con parole semplici alle istituzioni e anche ai mass media queste evidenze metodologiche che vengono dalla realtà.

E qual è la considerazione del problema nel dibattito politico?

Le istituzioni sono costrette ad affrontare il problema e ad assumersi responsabilità, nel dibattito politico invece non ravviso parole sensate da nessuna parte.


_______________________________________________________________
*Maestro elementare, esperto di dispersione scolastica e povertà educativa. È stato sottosegretario all’istruzione.

** Dipartimento di Scienze sociali, Università degli studi di Napoli Federico II.


[1] T.R, Simon, N.M. Ritter, R.R. Mahendra, Changing Course. Preventing Gang Membership, U.S. Department of Justice, National Institute of Justice e U.S. Department of Health and Human Services, National Center for Injury Prevention and Control, 2013. https://www.ncjrs.gov/pdffiles1/nij/239234.pdf

[2] Istat, Rapporto Bes 2017. Benessere equo e sostenibile in Italia, 15.dic. 2017. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Bes_2017.pdf

[3] Ansa, “Litiga su bus con ragazzini, scende, ne accoltella uno”, 20 gen. 2018. http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/01/20/aggredito-su-bus-da-adolescenti-ne-accoltella-uno-_cf4194c2-fb7f-4bcc-8cdd-3f51216e2880.html

[4] La vicenda è narrata in un recente libro di inchiesta da Riccardo Rosa, Lo sparo nella notte. Sulla morte di Davide Bifolco, ucciso da un carabiniere, monitor edizioni 2017.

[5] D. Del Porto, “Napoli , sale l’allarme per le baby-gang che agiscono senza zone franche”, La Repubblica-Napoli, 25 gen. 2018. http://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/01/25/news/napoli_sale_l_allarme_per_la_delinquenza_giovanile_che_agisce_senza_zone_franche_-187253796/

[6] Luca Sofri, “La risposta è sì”, Wittgenstein, 20 gen. 2018. https://www.wittgenstein.it/2018/01/20/la-risposta-si/

28 marzo, 2007

Tre segnali da seguire

Il convegno su (e di) Chance si è fatto lunedì all’Ipia di Ponticelli. E’ andato bene.
Sono stato poi a Bergamo a un affollatissimo convegno di Animazione Sociale sulla cura della cultura dei figli. Interventi davvero ottimi e una partecipazione di tanti giovani docenti ed educatori sociali impegnati fra scuola, extrascuola, famiglia e luoghi informali di incontro. Ieri ho fatto una scappata a Napoli per andare all’incontro dei giovani talenti. Il nome direi che non mi piace. La ricerca presentata era sui caratteri del bullismo nella nostra città e non recava significative novità rispetto a molte ricerche precedenti sullo stesso tema. In compenso i giovani tecnici di settore impegnati in imprese o imprenditori essi stessi o attivi in agenzie nazionali e internazionali e che hanno a cuore Napoli dicevano molte cose sullo sviluppo possibile e l’approccio propositivo che non erano servili verso i potentati e mostravano interesse per l’approccio partecipativo. Ci sono moti impercettibili che dicono che sotto questa cappa non tutto è morto. Forse. Segnali da seguire.

Credo che, dopo l’ennesima figuraccia del consiglio comunale che non ha dibattuto il caso Bagnoli come da ordine del giorno ma ha discusso della Piazza titolata a Craxi, (un argomento sostitutivo di dibattiti scomodi, evidentemente: già fu il tema supplente nel consiglio comunale che doveva soffermarsi sul mai risolto problema del budget delle municipalità) si debba davvero dare un segnale di sana indignazione. Diceva Monica pochi giorni fa che è l’ennesimo segno della crisi della democrazia rappresentativa in città.
Desidererei che vi fosse un segnale: almeno 30 persone indignate a volantinare sotto il prossimo consiglio comunale su Bagnoli. Almeno.

Sto di nuovo a lavorare a Roma. E’ un lavoro sotto traccia e molto tecnico. Fatto spesso con persone brave, che lavorano da anni all’impianto della scuola pubblica. Ma io sento sempre più la distanza tra tale architettura e la vita vera della scuola di ogni giorno. Qualche volta emerge qualcosa a cui guardare per riflettere però. Per esempio il 3 aprile sarà presentato, entro un seminario di lavoro su invito a esperti e associazioni, la proposta di documento di indirizzo per le future indicazione per scuola d’infanzia, scuola primaria e scuola media che sostituiranno quelle della Moratti entro la primavera e che saranno, poi, dibattute dalle scuole nei mesi successivi. E’ un documento culturale o “d’impianto” al quale ho lavorato insieme agli altri della commissione. Seguiranno a breve - si spera - le nuove indicazioni divise per ambiti e aree di discipline e competenze da raggiungere nei diversi livelli della scuola di base. Appena reso pubblico, fornirò il link perché credo che questo documento sia pure un po’ “generale” abbia alcune innovazioni interessanti sia nel linguaggio che nelle priorità che si danno alla nostra scuola pubblica.

11 settembre, 2006

Tre risposte senza polemica

Rispondo volentieri alle sollecitazioni.
  1. Decidiamo Insieme è attivo nel movimento del Vomero in questi giorni; partecipa al dibattito cittadino su opportunità e piano strategico; sta preparando la sua assemblea autunnale e vuole essere l’anima propositiva della sana indignazione di Napoli che si sta destando dall’ubriacatura elettorale di chi, per conservazione, paura o adesione legittima, ha voluto comunque confermare metodi, governanti e stili degli ultimi 5 anni. Saremo pochi o molti si vedrà. Abbiamo preso l’impegno di continuare e lo faremo. Con pazienza. State certi.
  2. Per chi, come l’anonimo che chiede senza polemica, vuole fare progetti come Chance o comunque di sostegno, con metodologie innovative, ai ragazzi in difficoltà e precocemente esclusi, si tratta di avviare un processo progettuale (per Chance ci abbiamo messo 3 anni – dal 1994 al 1997), contattare l’Assessorato al welfare e agli affari sociali del Comune di Napoli e lavorare a un progetto condiviso tra scuole e privato sociale con fondi 328/2000 o, meglio, proporlo nella propria scuola. Anche Chance sta diventando una normale scuola detta “scuola di seconda occasione”(*), che è oggi una costituenda rete nazionale di scuole pubbliche per i ragazzi che non riescono a frequentare. La scuola Chance, dall’anno scorso, ha tanto di preside ed è in attesa di avere il numero meccanografico e di avviare una procedura di trasferimento dalle scuole verso Chance entro un quadro ordinamentale consolidato ecc. I progetti devono diventare servizi normali. Abbiamo lavorato ad “uscire dal progetto speciale” fin dal terzo anno e ora – solo dopo 10 anni e ancora con tante difficoltà! – forse ci stiamo riuscendo e, tra l’altro, c’è bisogno di docenti: Chance non ha molte richieste, non è un posto ambito. Se si è interessati si può chiamare (il D. S. di Chance è c/o l’IPIA di Ponticelli). Dunque: avere un’idea, prendere il compito di farla diventare progetto articolato, lavorare, insieme al proprio collegio e al dirigente scolastico e d’accordo con l’ufficio scolastico regionale e – ripeto – con il Comune, compreso l’assessorato all’educazione, naturalmente, per provare a costruirlo e ad attuarlo al fine di sostenere i ragazzi in difficoltà. E mi si può anche chiamare al telefono – tanti lo hanno fatto negli anni! – per confrontarsi su questo. Con una pacata avvertenza: sono progetti che trovano con fatica i fondi che sono per le attività. Chi progetta, chi attua ecc. fa necessariamente molte ore in più rispetto all’orario normale e ci guadagna davvero pochissimo in più.
  3. Per chi, anonimo, insiste invece con le insinuazioni, suggerisco di provare, per una volta, ad uscire tranquillamente dall’anonimato e così contribuire a curare un poco il costume pubblico nostrano, magari chiedendomi cosa esattamente faccio a Roma. Avrei piacere di rispondere nel merito. Ma ho il motivato sospetto che lo sfascio partenopeo che continua sotto gli occhi dell’Italia intera, tra gli altri danni arrecati, abbia ahimé consolidato l’antico vizio di quelli che cercano conferme al malaffare ovunque e sempre: non credere a nulla, non polemizzare nel merito, non salvaguardare il buono che c’è ma preferire buttare sterco in faccia a tutti… senza distinzioni e con una ulteriore sotterranea tendenza a salvare chi è al potere. In questo caso fare attacchi volgari e mai di merito contro Decidiamo Insieme e contro di me per far vivere in pace chi sta conducendo Napoli così come vediamo. Comunque confesso candidamente che mi dispiace che nonostante che tutti, anche fuori Napoli e anche fuori Italia, sanno che sono un esperto di obbligo scolastico e nonostante che io abbia spiegato con cura la natura del mio incarico e che lavoro 36 ore settimanali a parità di stipendio – potete controllare come e quando volete – stipendio che è meno di 1300 euro al mese dopo 31 anni di servizio a scuola (ribadisco: a scuola!), vi siano i soliti “dietrologi” fastidiosi che, nell’anonimato, devono per forza insinuare che ho fatto tutto “per potere”. In realtà, forse anche molto più banalmente, lavoro con passione al Ministero, per la prima volta lontano dai ragazzi, perché è un modo per continuare a fare le cose che mi appassionano: capire come aiutare chi è precocemente escluso dai diritti. E, invece di esercitare chi sa quale potere occulto, in verità, quel che accade è che prendo il treno alle 6.28 per Roma, arrivo e - insieme a altre persone che hanno dedicato il loro tempo a queste cose per anni - studio i modi atti a estendere il diritto allo studio soprattutto per chi oggi a scuola non ci va e poi mi incontro con le scuole in giro per l’Italia per vedere come si può estendere l’obbligo a 16 anni come è nel resto dell’Europa rendendo protagonisti di questa innovazione le scuole stesse, i docenti e anche i ragazzi.
Ma è proprio impossibile accettare questo o, almeno, diffidare e poi, però, con una sana curiosità per il merito delle cose che le persone fanno, andare a controllare se è vero o no anziché buttare fango addosso con tanta inutile acredine?

* Sulle scuole della II occasione, il loro impianto e la loro esperienza - Chance compreso – con i relativi dati quantitativi e qualitativi e gli elementi di valutazione positivi e di rilevazione delle criticità, è disponibile il volume edito dal IPRASE TRENTINO dal titolo: Ricomincio da me – L’identità delle scuole di II occasione in Italia, Trento 2006.

02 maggio, 2006

E' complicato, ma si tratta del futuro di Napoli

Pacatezza e convinzione nel portare ovunque il programma, preoccupazione per la municipalità di Chiaia – S. Ferdinando - Posillipo, volontà di fornire una vera alternativa a questa destra e agli ultimi 5 anni di governo cittadino

Stiamo per partire con la vera e propria campagna che riguarderà oltre trecento nostri candidati e stiamo attivando la nostra organizzazione per uscire nei territori, andare a parlare nelle strade e nelle piazze e farsi ancor più conoscere.
Avremo un coordinamento dei candidati che vedrà l’impegno del presidente di Decidiamo Insieme che non è candidata e che garantirà la piena sinergia tra tutte le nostre forze.
Andremo sempre di più sulle diverse tv, mostreremo la forza del programma con una conferenza stampa ogni 2 giorni in modo da coprire tutti gli aspetti della vita cittadina, i manifesti stanno per uscire e sono volutamente concentrati sui temi e in questa fase di campagna vera e propria perché le risorse non cospicue che abbiamo vanno ottimizzate. Girerò per tutti i quartieri e parlerò con la gente e il calendario dei miei spostamenti sarà a disposizione dei nostri comitati territoriali e dei candidati per poter favorire in modo equilibrato e ovunque gli eventi decentrati con me presente.
Sono stato allo stadio S. Paolo per la festa del passaggio del Napoli in B. Sono stato al Primo Maggio cittadino che si è tenuto, con il consueto corteo sindacale, a Ponticelli. La gente ci chiede spiegazioni sui punti del nostro programma, vuole conoscerci, ci stima. Dobbiamo fare una grande battaglia di merito su cosa fare per la nostra città e concentrarci fortemente su questo. Infatti la sensazione è che siamo l’unica alternativa a questa destra e al forte scontento per i cinque anni di governo Iervolino ma che le persone vogliono risposte su cosa sia possibile fare e come. Ed è esattamente ciò che dobbiamo dare loro.
Sarà una battaglia seria, tesa e anche bella ma sarà faticosa e avremo da rispondere con pacatezza e misura nei toni ma anche moltissima determinazione nei contenuti ai nostri concorrenti. Prepariamoci negli spiriti perché di questo si tratta.
Sono stati anche giorni di passaggio e lo sono ancora. Vi è stato un lavoro di composizione di liste territorio per territorio che ha comportato una immensa quantità di confronto e conoscenza, condivisione di metodi e programma tra decine di candidati che spesso si sono incontrati per la prima volta. Fare coesione interna richiede ancora tempo e metodo, soprattutto in un movimento neonato; dobbiamo tutti dedicarvi pazienza e sostenere il peso della reciproca conoscenza.
Abbiamo inoltre depositato il programma ufficiale per sindaco – che uscirà in sintesi sui siti e in una pubblicazione da distribuire ovunque e che sarà pronta a breve - e i programmi indicativi per ognuna delle municipalità su cui hanno lavorato i nostri iscritti nei diversi territori.
E, naturalmente, abbiamo presentato la lista al consiglio comunale, dieci candidati a presidente e dieci liste per ciascuna delle nuove municipalità, un risultato straordinario realizzato in pochissimo tempo e che è indicativo del ruolo che ci stiamo conquistando in tutta la città.
E’ stato un gran lavoro e non è finito. Da quattro giorni stiamo, infatti, seguendo i controlli sulle procedure di presentazione e, come tutti quelli che hanno presentato le liste, attendiamo le conferme ufficiali di piena validità della presentazione da parte degli uffici elettorali. I controlli rituali riguardano modalità della presentazione delle firme e della documentazione, corrispondenza dei nomi e date con i documenti, controllo della dicitura di tutti i nominativi, completezza della ulteriore documentazione comprese le autentiche di firma.
Allo stato attuale per noi vanno più che bene le firme raccolte: oltre 1400 cittadini (il minimo era 1000). Così come sta avvenendo per tante liste, vi sono stati pochi rilievi formali che richiedono procedure ulteriori che stiamo seguendo con cura.
Tuttavia da ieri sera sono fortemente preoccupato per un rilievo formale che riguarda la nostra lista di Chiaia - S.Ferdinando - Posillipo, che potrebbe comportare la ricusazione e dunque la esclusione della nostra lista e del nostro presidente in questa municipalità. Se tale ricusazione verrà confermata abbiamo già attivato due tra i migliori amministrativisti della città che ci seguono con grande perizia tecnica e che ci sono vicini anche perché hanno davvero a cuore il principio che la competizione democratica si svolga con tutti i protagonisti in campo. Dunque, da parte nostra, seguiremo comunque la procedura legale tesa al riconoscimento del diritto sostanziale dei cittadini alla competizione elettorale. E, in ogni caso, siamo fin da ora mobilitati per decidere insieme le modalità della nostra azione in questo territorio anche nell’eventualità che la lista di Chiaia - S. Ferdinando - Posillipo non venga accettata al fine di ottenere comunque il massimo risultato politico d’accordo con tutti i nostri iscritti di questo territorio.
Voglio ripetermi. Ci siamo messi in un’impresa complessa e di lungo periodo. Siamo una vera forza di innovazione e questo comporta capacità di inventiva, riflessione, coordinamento e tenuta. Sappiamo che durante e dopo le elezioni il percorso non sarà privo di ostacoli e passaggi difficili. Ma si tratta del futuro del luogo dove viviamo e non intendiamo tirarci indietro.

24 marzo, 2006

Aria aria. Sciò sciò


Insisto. Ci dobbiamo concentrare per mandare a casa il governo di centro destra.
E' una questione anche di clima, di umore. Sono convinto che la pioggia non se ne andrà se non se ne va questo governo. Le forze interiori di ciascuno, la possibilità di scegliere liberamente, di partecipare, di confrontarsi senza pregiudizi in città dipende largamente dal risultato del 9 e 10 aprile.
Dobbiamo poter immaginare che si possa tornare a cambiare la legge elettorale in senso democratico e partecipativo; battersi per riconquistare intere zone del Mezzogiorno dal degrado e dalla criminalità organizzata; riavere un paese in cui sia normale la distinzione tra istituzioni, che sono di tutti, e interessi personali; potere sperare che il Sud non diventi sempre più povero e che i poveri non aumentino ogni anno.
Per sperare questo bisogna cambiare le politiche sociali. E bisogna cambiare il modo di fare politica.
Questo vale nello stesso modo per la politica locale. A Napoli faremo la manifestazione cittadina contro il governo il prossimo venerdì, nel pomeriggio. Sarà al cinema Pierrot di Ponticelli, uno dei centri di Napoli.

Da queste parti si è fatto un gran parlare ultimamente sul diritto di cittadinanza del golf e vedo che alcuni sono molto preparati. Che diciamo dei diritti di cittadinanza delle colf? Di quelle signore che cambiano il pannolino ai nostri figli e che verosimilmente cambieranno il pannolone a noi, fra qualche anno?

13 marzo, 2006

Finalmente Domenica

Ieri, domenica. Freddo da neve. C'è un' aria finalmente da campagna elettorale. Capannelli con le persone, gazebo, manifesti dappertutto, nuove iscrizioni e sottoscrizioni, uno striscione sul balcone.
Ponticelli non era periferia, lo è oggi: non c'è lavoro, c'è disperazione ed esclusione. I giovani vanno via: me lo ripetono in molti. E' un luogo dove si deve costruire il programma di sviluppo locale e ci sono le competenze per farlo.
La sede, appena aperta in centro, si è affollata. Ho incontrato molte persone che non conoscevo. Anche militanti degli altri partiti vogliono confrontarsi, trovare i punti di accordo. Il viale Margherita era pieno di cittadini che discutevano di politica: sicurezza, rifiuti, formazione e occupazione, credito e vero antiracket per il commercio.
Vengono altri cittadini da Bagnoli dal Vasto e da Poggioreale. Ci saranno altre nuove sedi così, una per ogni municipalità.

12 gennaio, 2006

Napoli, giovedì fa freddo


Vi ringrazio tutti. Quelli che hanno commentato, quelli che sono venuti a visitare il blog, quelli che mi fermano per strada e che mi danno suggerimenti. Quelli che hanno letto la mia intervista su Repubblica e sono d'accordo.
Oggi sono stato all'Ipia di Ponticelli con i miei colleghi di Chance. Poi sono andato al decimo compleanno della associazione "Laboratorio Città Nuova". Un gruppo di persone molto attive: biblioteche e ludoteche veramente piene di ragazzi e di iniziative; corsi gratuiti di inglese, intercultura, fotografia.
L'assessore Tecce è arrivato mentre parlavo, è venuto a stringermi la mano dicendo "Buonasera signor sindaco". Un uomo di spirito.
Il mio amico Maurizio non sta bene, sono molto preoccupato.
Fa freddo. Il Napoli ha perso pure all'Olimpico.
Insomma, sono stanco, è stata un'altra giornata piena. A domani.

16 dicembre, 2011

Pensare di più

Veniamo da anni orribili, per quanto riguarda fatti, linguaggi e messaggi di chiusura, odio e paura per gli altri. Sì, gli altri. Perché siamo tutti uguali e, per fortuna, diversi. Eppure pare che ce ne siamo dimenticati. Che abbiamo digerito senza tanti problemi le immagini dei barconi a fondo a largo di Lampedusa, le notizie di pestaggi, caccia alle streghe contro immigrati e rom nelle nostre città- l’ultima di queste proprio in questi giorni, a Torino (due anni e mezzo fa, a Ponticelli) . Pensando a quel che è accaduto a Firenze, mi viene in mente che ha ragione Adriano Sofri quando chiede di non appellarci alla follia per spiegare i fatti. Nell’essere contro gli altri in modo estremo, certo, c’è sempre un “tratto di follia”- Una follia specifica- la paranoia. La follia non può essere negata, ma non aiuta a capire, a guardare oltre la superficie, a ragionare sul collettivo, sulla comunità in cui matura e poi esplode il gesto tremendo.

Ed è troppo facile spiegare il tutto con le categorie degli estremi: estrema destra, in questo caso.
In Italia c’è un humus razzista che si riproduce tra antichi pregiudizi e una nuova paura di fronte alla crisi economica globale e anche al “senso di retrocessione” del Paese a confronto con i vicini europei. Alla paura più antica del mondo, quella del diverso da noi, si somma il senso di vertigine per una caduta che ci allontana dall’Europa e forse evoca dentro ciascuno il fantasma di essere schiacciati contro l’altra sponda del Mediterraneo, proprio là da dove arrivano i disperati e diversi. Le paure prendono strade loro proprie: “Non è che chi arriva cerca futuro e noi qui lo stiamo perdendo?”. I gesti tremendi sono frutto di follia e di perfidi convincimenti- ideologie malate e orrende. Che salgono come rigurgiti dal “secolo breve”. Ma sono anche nutriti dalla paura.

Casapound è espressione di questo humus: luoghi in cui condividere ed esprimere la predica fanatica e il linguaggio dell’odio, contro le banche, la finanza, le razze “nemiche”.Luoghi della paura e delle semplificazioni che servono a rimuoverla. Scrivevo qui della necessità di entrare nelle sedi di Casapound per aprire un dialogo, per quanto difficile. Chiedevo anche che quelle sedi si aprissero per moto proprio. Sono ancora convinto di quel che affermavo. Ma oggi Casapound deve scusarsi. Non basta dichiarare folle un loro militante oggi omicida, né incontrare la comunità senegalese, seppure sia un gesto apprezzabile. Sarebbe il momento per loro di aprire una seria riflessione sui linguaggi e sui messaggi. Accettare la complessità del mondo in cui viviamo. E aprire un dialogo, per quanto le posizioni di partenza siano lontane fra loro. Questo Paese ha bisogno di una riflessione profonda sui diritti dell’uomo e sui principi fondanti della comunità. Fatti come quello di Firenze non possono semplicemente essere archiviati con la retorica dei buoni sentimenti, nell’assenza della politica e nella semplificazione mediatica. Occorre pensare e discutere. Molto di più. Pensare a quali parole, occasioni, esperienze servono per guardare diversamente, sì agli altri, ma innanzitutto a noi stessi.