19 dicembre, 2011

Si comincia da qui

“Aiutami a essere me stesso”. Secondo Alessandro D’Avenia, è questo che i ragazzi chiedono ogni giorno ai propri insegnanti. Essere adulti di riferimento senza diventare mai degli amici. Senza mai giudizi sprezzanti, saper ascoltare e presidiare il limite. Ne ho discusso in questa intervista, dove però ho voluto ribadire quanti insegnanti siano guide competenti per i loro studenti. È giusto riconoscerlo, perché chi ogni mattina si sveglia, e per uno stipendio poco superiore a quello di un operaio, si occupa dei nostri figli in un contesto mutato, molto più complesso che nel passato, merita un riconoscimento. Ci stiamo lavorando, anche se forse non sarà possibile un aumento di stipendio, non subito. E stiamo lavorando per portare la scuola nell’era contemporanea. Tutte le più importanti indagini sul confronto tra i risultati scolastici in Italia e in Europa mettono in evidenza i divari preoccupanti tra Nord e Sud, e tra scuola e scuola. Sono queste differenze troppo forti, le opportunità diseguali dei nostri ragazzi a rallentare tutto il sistema e a creare ingiustificabili discriminazioni. Il  Piano Azione e Coesione si occupa anche di questo: l’istruzione, il suo primo capitolo, ha un posto centrale. Si prevede quasi un miliardo di nuovi finanziamenti che si sommano a due miliardi di fondi europei non ancora spesi dalle quattro Regioni del Sud. Il Piano si prefigge di fornire computer collegati a Internet e lavagne multimediali nel 54% delle scuole del Sud.  Riqualificare gli edifici scolastici nel 43%. Innalzare i livelli dell’apprendimento dei ragazzi con i risultati scolastici meno soddisfacenti. Promuovere e sostenere i percorsi formativi che limitano e prevengono la dispersione scolastica.
Queste non sono belle parole, ma investimenti concreti sulla scuola pubblica. Sono segni meno, che diventano segni più. Più risorse per la scuola, più fiducia nel sistema e nei professori, più inclusione e opportunità per i ragazzi. E’ da qui che si comincia.

16 dicembre, 2011

Pensare di più

Veniamo da anni orribili, per quanto riguarda fatti, linguaggi e messaggi di chiusura, odio e paura per gli altri. Sì, gli altri. Perché siamo tutti uguali e, per fortuna, diversi. Eppure pare che ce ne siamo dimenticati. Che abbiamo digerito senza tanti problemi le immagini dei barconi a fondo a largo di Lampedusa, le notizie di pestaggi, caccia alle streghe contro immigrati e rom nelle nostre città- l’ultima di queste proprio in questi giorni, a Torino (due anni e mezzo fa, a Ponticelli) . Pensando a quel che è accaduto a Firenze, mi viene in mente che ha ragione Adriano Sofri quando chiede di non appellarci alla follia per spiegare i fatti. Nell’essere contro gli altri in modo estremo, certo, c’è sempre un “tratto di follia”- Una follia specifica- la paranoia. La follia non può essere negata, ma non aiuta a capire, a guardare oltre la superficie, a ragionare sul collettivo, sulla comunità in cui matura e poi esplode il gesto tremendo.

Ed è troppo facile spiegare il tutto con le categorie degli estremi: estrema destra, in questo caso.
In Italia c’è un humus razzista che si riproduce tra antichi pregiudizi e una nuova paura di fronte alla crisi economica globale e anche al “senso di retrocessione” del Paese a confronto con i vicini europei. Alla paura più antica del mondo, quella del diverso da noi, si somma il senso di vertigine per una caduta che ci allontana dall’Europa e forse evoca dentro ciascuno il fantasma di essere schiacciati contro l’altra sponda del Mediterraneo, proprio là da dove arrivano i disperati e diversi. Le paure prendono strade loro proprie: “Non è che chi arriva cerca futuro e noi qui lo stiamo perdendo?”. I gesti tremendi sono frutto di follia e di perfidi convincimenti- ideologie malate e orrende. Che salgono come rigurgiti dal “secolo breve”. Ma sono anche nutriti dalla paura.

Casapound è espressione di questo humus: luoghi in cui condividere ed esprimere la predica fanatica e il linguaggio dell’odio, contro le banche, la finanza, le razze “nemiche”.Luoghi della paura e delle semplificazioni che servono a rimuoverla. Scrivevo qui della necessità di entrare nelle sedi di Casapound per aprire un dialogo, per quanto difficile. Chiedevo anche che quelle sedi si aprissero per moto proprio. Sono ancora convinto di quel che affermavo. Ma oggi Casapound deve scusarsi. Non basta dichiarare folle un loro militante oggi omicida, né incontrare la comunità senegalese, seppure sia un gesto apprezzabile. Sarebbe il momento per loro di aprire una seria riflessione sui linguaggi e sui messaggi. Accettare la complessità del mondo in cui viviamo. E aprire un dialogo, per quanto le posizioni di partenza siano lontane fra loro. Questo Paese ha bisogno di una riflessione profonda sui diritti dell’uomo e sui principi fondanti della comunità. Fatti come quello di Firenze non possono semplicemente essere archiviati con la retorica dei buoni sentimenti, nell’assenza della politica e nella semplificazione mediatica. Occorre pensare e discutere. Molto di più. Pensare a quali parole, occasioni, esperienze servono per guardare diversamente, sì agli altri, ma innanzitutto a noi stessi.

15 dicembre, 2011

Istantanee

Sanzioni disciplinari come per l’hockey: per punire un’infrazione grave, si va in panchina per un breve tempo in cui accogliere la regola e poi di nuovo in classe, dopo aver riflettuto e svolto qualche attività “riparatrice”. Lunedì il Corriere della Sera ha riportato quello che penso sulle sospensioni degli studenti. Se ne è parlato ben più ampiamente nel convegno della rete Context tenuto a Trento. Martedì Giorgio Israel mi risponde sul Giornale, definendo allarmanti le mie idee e dandomi del “tecno-buonista”. Credo nel ruolo educativo della sanzione, a patto che non sia una scusa comoda per restare a casa a dormire.

Poi in serata a Genova, per parlare con Cesare Moreno e Andrea Ranieri di lotta alla dispersione scolastica. Ho incontrato alcune maestre che qualche settimana fa hanno portato in salvo dall’acqua qualche centinaio di alunni: l’acqua scendeva da un lato dell’edificio, giù per le scale, dal tetto che dava sul lato del fiume in esondazione. Hanno messo i bimbi in fila. Controllato che le altre scale fossero sicure. E sono andati in cima all’ala opposta, ancora sicura. In pochissimi minuti. Sono situazioni complesse. Sono da valutare anche queste.

Gli insegnanti hanno tanti dubbi e poca fiducia nel Governo, ed è su questo che occorre fare subito qualcosa. Primo, cambiare il nostro linguaggio e abbandonare il nostro atteggiamento giudicante.
Davvero, non è facile far scuola tutti i giorni. Il rispetto per chi svolge un ruolo difficile, complesso e prezioso è la precondizione per poter migliorare questo bel lavoro.

Martedì notte ho partecipato a Crash, una trasmissione del canale educativo della Rai: abbiamo discusso di inclusione, integrazione e apprendimento. Su Rai Educational il video; le repliche in TV a partire da Domenica, ore 23 su Rai Storia.

Queste sono alcune fotografie istantanee degli ultimi giorni: tante cose affollano il mio nuovo incarico. Posso soltanto cercare di elencarle in modo breve e un po’ didascalico, quando trovo il tempo. E non dimenticare nessuno. Perché ogni aspetto di questa responsabilità ha la sua importanza.

11 dicembre, 2011

Muoversi

C'è da insistere sul cambiare, in meglio, la scuola.
La sua funzione pubblica è difendibile solo se migliora, se sta sull'agenda vera. Venerdì su questo è uscita una mia intervista a Repubblica Napoli. Sabato mattina sono stato con il ministro a Napoli, ho incontrato il presidente della Campania, Caldoro e il sindaco di Napoli, de Magistris.
Si è parlato di cose concrete: ottimizzare l'uso dei pochi soldi che ci sono per ricerca e università, rimettere in moto un po' di soldi per l'edilizia scolastica, partire da ciò che funziona e migliorarlo, aggredire povertà minorile e dispersione scolastica.
La strada non è facile ma è ora di muoversi, dare segnali, presto. Poi bisogna vigilare che le cose vengano attuate e sui tempi. Muoversi.

04 dicembre, 2011

Un po' sottosegretario

Eccomi qui finalmente. Scusate.

Ho letto tutti i vostri commenti, come ho letto gli sms e le email. Tanti, che mi sono arrivati in questi giorni di frenetico lavoro, inatteso e di cui mi sento onorato.
Grazie. capisco che le attese sono tante, anche io le ho. Ma la situazione è veramente difficile, il tempo è poco.
Capisco che bisogna concentrarsi sulle cose possibili e essenziali. Perché sotto sotto sono anche un po' sottosegretario.
Direi così: nessun ulteriore taglio al budget della scuola (se la manovra non lo intacca, sarà già un buon segnale), riprendere la strada dell'autonomia delle scuole e ascoltarle. E poi pensare ai ragazzi, a come e se imparano e a quelli che partono con meno.

Proverò a raccontare, di questo e anche di alcune cose divertenti che accadono a uno come me. Ancora grazie

21 novembre, 2011

Changes a Napoli


Changes Napoli si terrà domenica prossima, una occasione per riflettere sui cambiamenti possibili e la politica.
Ecco luogo, tempi, programma:

Domenica 27 novembre 2011
Palazzo Forum Universale delle Culture, ex asilo Filangeri, Vico Maffei 4 (nei pressi di S.Gregorio Armeno)


Questi i temi:
Il cambiamento è cultura: Ricerca, sapere, giovani: le fondamenta del cambiamento

Il cambiamento è partecipazione: Partiti, persone, cittadinanza: i soggetti del cambiamento

Il cambiamento è politica: Il mezzogiorno, l'Italia, le cose da fare: le leve del cambiamento

20 novembre, 2011

Giornata mondiale dei diritti dei bambini e adolescenti – appello a Monti

Oggi esce questo mio articolo-invito al nuovo governo, su La Stampa.

Il 20 novembre ricorre l’anniversario della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Che stabilisce che ogni persona che nasce deve avere uguali possibilità di riuscita nella vita. In queste giornate il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha più volte rivolto al Parlamento della Repubblica l’impegno di combattere iniquità e privilegi e di dedicare forti energie alle giovani generazioni del nostro Paese, a partire da chi sta peggio.

Milioni di persone – nella scuola, nelle famiglie, nel privato sociale – si occupano del benessere di bambini e adolescenti. Abbiamo posizioni politiche spesso divergenti. Ma condividiamo le stesse crescenti preoccupazioni. Innanzitutto per la piaga della povertà minorile in un grande paese qual è l’Italia.
Infatti l’Istat conta 2 milioni e 734 mila famiglie povere, l’11%, di cui, però, 1 milione e 829 mila nel Sud, il 23% delle famiglie meridionali. E se le persone povere sono 8 milioni e 272, pari al 13,8% della popolazione, i minori poveri sono 1 milione 876 mila, il 18,2% di tutti i minori! E, secondo i parametri dell’UE, i nostri bambini e ragazzi a rischio di povertà sono il 24,4% del totale, il tasso più elevato della UE. Tanto è vero che, in Italia, più fai figli e più questi rischiano la povertà: il 30,5% delle famiglie con tre o più figli è povera. E – anche qui – il 70 % dei bambini e adolescenti poveri vive nel Mezzogiorno: 1 milione 266 mila persone in crescita, un terzo dei minori di anni 18 che vivono nel nostro Sud. Sono cifre terribili.
I bambini e ragazzi poveri sono la parte più debole, meno protetta della popolazione; e non votano. Ogni bolletta e ogni piccola spesa imprevista che capita nelle loro case sono un dramma, l’affitto o il mutuo sono spesso a rischio, insieme al lavoro dei genitori, quasi sempre precario. E sono a rischio le ormai brevissime vacanze estive, i vocabolari per la scuola, le rate del computer, l’invito agli amichetti per il compleanno. Lo racconta sempre l’Istat. E i quartieri dove vivono hanno meno verde, palestre, piscine, tempo pieno a scuola, asili nido.
L’Italia ha, al contempo, una grande risorsa: le persone che si occupano di infanzia e adolescenza in difficoltà sono molto esperte, le meno inclini a buttarla in protesta e le meno litigiose. Perché devono poter aiutare. Perché sono il front office di chi se la passa male, conoscono le persone, sanno trovare soluzioni perché tante volte si sono cimentate in questa opera. E oggi sono anche disposte ad abbandonare posizioni rigide e modelli vecchi pur di riequilibrare le cose a favore di chi parte con meno nella vita.
Perciò – per la giornata del 20 novembre - verrebbe da fare un appello semplice al Presidente Monti, al ministro dell’istruzione, a quello del welfare, al ministro della coesione territoriale. Si crei subito una camera di regia a Palazzo Chigi. Come quella che oltre dieci anni fa fu costituita a Downing street. Si metta su una squadra di persone che pensi - sulla base sì dei conti pubblici ma anche dell’urgenza del riequilibrio e sulla scorta dell’esperienza vasta che l’Italia possiede in questo campo - al come costruire un nuovo grande sforzo a favore dei bambini e ragazzi poveri. Uno sforzo insieme pubblico e privato. Da metter in campo entro due mesi. Per ridare sostegno all’auto-impresa dei giovani, agli asili nido e alle mense, alle famiglie e alle donne sole e alle scuole, innanzitutto quelle di base, nelle aree dove si concentra la povertà minorile. Programmi snelli, rigorose procedure di controllo. Cose realistiche affidate a chi sa fare, secondo i modelli che hanno funzionato meglio in questi anni. D’accordo con la Conferenza stato-regioni, per concentrare bene tutte le risorse. Un segnale forte dal nuovo governo. Subito.

15 novembre, 2011

Quale scuola vogliamo davvero


Sì, c’è la crisi economica, quella di governo e della politica in senso vero, ampio. Che vuole dire, però, la vita della società e delle persone. Ed è su questa che va mantenuta la sbarra della riflessione collettiva. A tal proposito ecco cosa ho detto (file word 45k) al congresso nazionale di Legambiente – scuole e formazione
Solo una parte dell’apprendimento avviene a scuola. E’ stato sempre così. Ma, nel tempo, si sono anche perduti alcuni decisivi apprendimenti. I quali da un lato afferivano più direttamente alla relazione tra uomo e natura e, dall’altro, erano appresi non in un luogo separato ma entro le comunità di appartenenza. Nelle società umane, da quelle dette primitive fino a metà del secolo scorso, l’apprendimento largo ha affiancato quello che avveniva a scuola. Le pagine nelle quali i ragazzi di Barbiana mostrano il loro sapere sulla terra, sulle coltivazioni, sul bosco e sugli uccelli sono gli ultimi echi di questo “mondo dell’apprendere” che era largo. E che poteva riverberarsi in una scuola ben fatta, consolidarsi in sapere scientifico, scrittura, calcolo e rappresentazione. Senza svilire quel piano primo dell’imparare. Era un apprendere nel quale la scuola era una parte, con suoi canoni distinti, che assumevano l’insieme più esteso degli apprendimenti. L’urbanizzazione non ha smentito completamente questa scena. Piuttosto la ha trasferita e modificata. E anche nelle città vi erano costanti attività dove i ragazzi erano in giro ad imparare, in vera autonomia, a fare cose e a misurarsi con socialità e conflitto, libertà e responsabilità, fuori dalla scuola. Certo, c’era la durezza del lavoro infantile. Ma c’erano, al contempo, esplorazioni, costruzioni, cacce, aquiloni, combattimenti. Vi è stato, dunque, un mondo di avvenimenti complessi, carichi di saperi e competenze che venivano svolti altrove dalla scuola. In modo per lo più auto-organizzato. E dove era possibile provare e provarsi. Molti di questi apprendimenti hanno sempre anche comportato la verifica “naturale” della competenza. “Sono bravo a…” Il mondo adulto era parte di tale riconoscimento, grazie ai riti di passaggio, comunitari e sapeva dire ai ragazzi: “Ora tu sai, ora tu sai fare”. E gli adulti - una volta riconosciuto ciascun sapere e apprendimento - delegavano compiti, funzioni, responsabilità diretta.
Ancora oggi la maggioranza dei bambini e ragazzi del pianeta conoscono queste cose nella loro esperienza di apprendimento. Invece, nei nostri luoghi – che sono una minoranza del mondo – la scuola ha progressivamente imposto il monopolio dei codici e dei metodi di apprendimento. Questo ha relegato in spazi secondi e terzi il corpo, l’autonoma organizzazione, il contatto diretto con le materie e la loro trasformazione, il rischio di fare, disfare, scegliere, provare conseguenze dei gesti, assumere presto compiti, eseguire opere. Ma questo ha recato un lutto e una nostalgia. E’ possibile elaborare quel lutto e rendere desiderio quella nostalgia. E’ possibile riscoprire l’apprendimento diffuso, basato sul compito, autonomo, in diretto rapporto con le cose del mondo. Ma solo se la scuola, insieme alle altre agenzie educative, ritrovano il modo di educare al rapporto con la natura, alla scoperta della biosfera e, insieme, al senso delle relazioni umane che servono a custodirla.
Intanto, oggi sta avvenendo qualcosa che disegna un nuovo gigantesco apprendistato cognitivo. Che è globale. Che proietta tutte le discipline del sapere fuori dalle mura scolastiche, su un piano di libero accesso, in mille forme e in ogni luogo. Con la possibilità di essere rapidamente manipolate, variate, confuse, confrontate, espanse. Lo stesso funzionamento del cervello umano viene chiamato in causa: organizzazione della memoria, presenza simultanea di molti codici e dispositivi che stimolano i diversi sensi insieme, compresenza di procedure analogiche e logiche, relazione immediata tra produzione costruita e fruita, tra rapidità e pazienza, tra rigore e invenzione.
Di fronte a questo scenario - una volta consolidati i saperi irrinunciabili durante l’infanzia – l’idea di scuola non può che mutare radicalmente. Perché il tema centrale dell’apprendimento umano passa dai modi della trasmissione del sapere in un tempo-luogo dati a tutt’altro: intreccio complesso tra nuovi media e salvaguardia del rigore del metodo, cura del sapere di base insieme a graduale acquisizione delle procedure di ricerca, sviluppo del protagonismo personale in risposta al rischio di subalternità ai gadgets. L’intero dibattito delle neuroscienze sul come si apprende, il rapporto tra teoria e operatività, tra modelli e laboratorio, tra apprendimento individuale e co-costruzione di competenze insieme agli altri, tra conoscenze fondative delle discipline e conoscenze atte a guardare ai grandi problemi del mondo entro campi di sapere pluri-disciplinari, complessi, con ampie zone di cerniera tra saperi, tra certezze da conquistare e dubbi indispensabili per farlo: è tutto questo che può essere oggi spostato in uno spazio x, che si trova in bilico perenne tra scuola e fuori.
Siamo già dentro questo nuovo orizzonte. Da trasmettitori di saperi ci stiamo facendo metodologi della loro selezione. Da detentori di un corpus di nozioni stabilite e rigidamente divise in discipline stiamo trasformandoci in esploratori e co-produttori di ricerca, sorveglianti di procedure, esperti dei rapporti mutanti tra forme e contenuti, tra acquisizioni e comunicazioni, tra aree diverse di sapere che hanno rimandi e campi comuni. Per farlo scopriamo che stiamo agendo in almeno tre direzioni tra loro complementari. Prima: ricostruire in altro modo i riferimenti fondativi delle discipline e far riscoprire i “classici” in ogni area di conoscenza. E anche i mezzi classici: il buon libro, il vocabolario, gli appunti, l’atlante, il calibro, la china, l’acquarello. Seconda: condividere una navigazione curiosa attraverso le scritture on line, i giochi di ruolo, i programmi di simulazione, scovando il sapere economico, geografico, storico, giuridico, scientifico e i passaggi logici che contengono o esplorare insieme gli immensi giacimenti informatici di letteratura mondiale o matematica, scienze, arte, musica. Terza: produrre opere in ogni campo, promuovere prove d’opera, creare produzioni e scambi globali.
E’ tutto questo che sta accadendo. Ed è così che siamo costretti ad imparare a spezzare il nesso rigido e il controllo deterministico tra l’informazione erogata (il testo, la lezione) e l’informazione richiesta (il test, l’interrogazione) e a fare ingresso nei campi proficui delle procedure di ricerca: l’elaborazione di progetti e produzioni, la decodificazione e l’interpretazione, l’analisi e l’attribuzione di significati, l’espressione di giudizi personali entro procedure sorvegliate e legittime, la validazione di ipotesi e percorsi.
E’ un universo. Che ha bisogno urgente di una nuova scuola.

13 novembre, 2011

Passaggio


Passaggio: è il momento del cambiamento, il variare di stato, di condizione, di prospettiva. Come quando in una sinfonia si passa da una tonalità all’altra. Sentiremo altri suoni. Vedremo le stesse e altre cose in una scena cambiata e in un’atmosfera mutata. Ieri B. ha attraversato Piazza del Quirinale tra i fischi. I clacson hanno suonato a festa: “e da quel suon diresti che il cor si riconforta”. Ma non è una liberazione e non è ancora finita questa storia. Può esserci una bruttissima musica o una musica necessariamente molto seria. Al contempo, è stato rimosso un peso grandissimo, un impedimento che interrompeva ogni strada futura e che ci ha angosciato ogni giorno nel quotidiano dell’anima oltre che nelle relazioni sociali e nell’ecomomia reale. Nel passaggio della vicenda comune non è male ragionare ad alta voce. Con gli altri e più del solito. Ragionare e non aderire e semplificare. Cosa non facile, opera incerta. Con molti dubbi.

Giustino Fortunato
Un po’ la crisi mostra meglio le cose; le distilla.
La crisi politica nasce dall’economia oltre che dal logoramento della politica degli ultimi tempi. E’ il segno di una mancata autonomia e di una marcata incapacità della politica. La roba economica non è una macchinazione, non si tratta di un trucco.
Il capitale e i suoi cicli determinano le cose, spingono alle scelte, soprattutto nei passaggi più critici. La crisi della finanza oggi punisce l’Italia per il suo debito abnorme e per le sue debolezze specifiche e la grave stagnazione economica europea e italiana sono cose vere. Poi determina anche e accellera la vicenda politica. Ma non accettare il dato di fatto di dover dare risposte alla situazione economica con un nuovo assetto della politica, con un senso della straordinarietà della situazione vuole dire fingere di non capire la portata concreta delle cose, il peso del debito e i pericoli effettivi delle speculazioni, della concorrenza accanitissima, della forte recessione che è in atto.
Chi, a sinistra, fa questo errore e continua in giocarelli di bottega non vuole proprio capire; chi, poi, racconta che il default vero e proprio è cosa gestibile sottovaluta colpevolmente il fatto che il peggio davvero non è mai morto in questi casi.

09 novembre, 2011

Italian politics


Squilla il cellulare. “Can you explane all this to me, I really can’t grasp Italian politics” – “Che sta succedendo, davvero non riesco ad afferrare la politica italiana”. Così mi dice l’informatissimo Jack, avvocato, studi in scienze politiche e amico americano.
Gli racconto che sì, mister B. si è dimesso, anche se tecnicamente è un sospeso, il Capo dello stato ha le sue prerogative, vi è un tempo intermedio…
Jack capisce fino a un certo punto: nel mondo o ti dimetti o non ti dimetti. Parto da un altro argomento, che si intreccia con quello sulle procedure e le loro italiche interpretazioni. Gli dico che l’uomo è folle. In due sensi. Continuerà manovre, dilazioni, trappole e colpi di coda. Per provare la rivincita, che è il suo demone profondo. E per ridurre i danni, salvaguardare i suoi fortilizi e interessi, da qui in avanti, anche con l’uso di un eventuale ruolo di “capo anziano” e manovratore indiscusso dell’opposizione (se vincesse l’opposizione di ora), con i suoi deputati eletti con la vecchia legge elettorale, suoi servi, nella prossima legislatura, schierati assieme alle tv per non fare toccare, neanche se perdesse le elezioni, i suoi personali lucri e potentati. Ma è folle anche nel senso che la realtà coincide con il suo sé, come Gheddafi e dunque può anche fare cose per lui non utili…
Chi governerà? – mi chiede Jack. Gli spiego del governo tecnico che se fosse vero sarebbe utile… Ma che è improbabile. E più mi avviluppo nei meandri dei nostri tatticismi, meno capisce. A un certo punto taglia corto: “What are the issues, the debt and then? What would be your political agenda… the nine (not ten) things that you think should be done?” – “Quali sono i punti di merito, il debito sì, e poi? Quale sarebbe la tua agenda politica… le nove (non dieci) cose che tu pensi che andrebbero fatte…”
Venti secondi di silenzio. Poi enumero, uno in fila all’altro i punti, come so che piace a Jack:
1. un anti-trust contro il monopolio in tutto il sistema di informazione;
2. un provvedimento anti-evasione draconiano per chi evade e premiante per imprese e cittadini virtuosi, dedicata direttamente a coprire il debito e se necessario, l’Iva sulle case, secondo ragionevole misura;
3. una patrimoniale sui grandi patrimoni per cinque anni da utilizzare per allentare la pressione fiscale su imprese e lavoro, per riportare al 2006 il budget per la scuola e per politiche contro la povertà e a sostegno dell’auto-impresa vera, per i ragazzi del Mezzogiorno in particolare;
4. l’aumento dell’età pensionabile tranne per i lavori usuranti, con maggiore flessibilità nella sua gestione e un patto tra generazioni che ridia il diritto a una vecchiaia protetta a chi entra oggi al lavoro;
5. una seria flex-security anzicché il brutale diritto di licenziare;
6. un piano di dismissioni pubbliche che contribuisca a coprire il debito ma anche a creare un fondo per valorizzare il patrimonio e difendere terriorio e ambiente;
7. il superamento del bicameralismo perfetto, il senato delle autonomie locali, la diminuzione dei parlamentari nazionali e ragionali e l’abbassamento dei loro stipendi al 10 per cento sotto la media europea;
8. una legge elettorale a doppio turno, con collegi uninominali e le primarie per legge;
9. e due diritti subito esigibili: i pat e una norma di fine vita decente.

25 ottobre, 2011

Povertà e politica


Dieci giorni fa la Caritas, nel suo annuale rapporto, ha documentato ancora una volta l’aumento costante della povertà in Italia.
Nel 2010, 8 milioni e 272 mila persone erano povere (13,8%), contro i 7,8 milioni del 2009 (13,1%). E’ l’11 % di tutti i nuclei famigliari. Ma le famiglie di 5 o più componenti che sono povere passano dal 24,9% al 29,9% e le famiglie monogenitoriali povere – le mamme sole! – dall’11,8 al 14,1%. Invece l’investimento per le politiche della famiglia si riduce e passerà da 185,3 milioni di euro nel 2010, 51,5 milioni nel 2011, 52,5 milioni nel 2012 e 31,4 milioni nel 2013.
Poiché le famiglie numerose sono concentrate nel Sud, il tasso di aumento della povertà in famiglia nelle nostre regioni è passato dal 36,7 al 47,3%! La povertà è poi aumentata lì dove le donne meno lavorano, sempre nel Sud: tra le famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro sono passate dal 13,7 al 17,1%.
La povertà è sempre in rapporto diretto con il mercato del lavoro. In Italia, i cittadini tra i 15 e i 64 anni con un lavoro regolarmente retribuito sono 22 milioni e 900 mila, il 56,9% dei cittadini. La percentuale è tra le più basse dell’Occidente. E diminuisce.
Ovunque i più colpiti sono le donne e i giovani. Lavora solo il 47 percento delle donne e 1 ragazzo su 3 è senza lavoro. Ma nel Sud si scende sotto il 30 percento delle donne al lavoro e a 2 ragazzi su 3 a spasso (solo il 31,7 % degli under 34 lavora) - secondo il rapporto Svimez. Così, la Svimez profetizza che il Mezzogiorno perderà un giovane su cinque nei prossimi vent’anni. Un trend che è già cominciato, infatti negli ultimi dieci anni il numero di emigrati dal Sud verso il Nord è stato di 600mila persone.
Ma ovunque in Italia le prospettive dei giovani peggiorano. Per i giovani l’occupazione è crollata dell’8% nel 2009 e del 5,3% nel 2010. E i giovani che hanno iniziato a lavorare a metà degli anni Novanta matureranno verso il 2035 una pensione analoga a quella degli attuali pensionati con il minimo Inps, ossia di 500 euro. Sono i poveri relativi di oggi e i poveri assoluti di domani.
Di tutto ciò la politica non parla e non parlerà: non esiste una lobby dei poveri né una vocazione a difendere i deboli da parte delle forze sindacali e politiche.
Eppure se votassero farebbero la differenza, se li si riportasse a votare sarebbe un’altra storia…

24 ottobre, 2011

A Bologna parlando di scuola e di Sud

Sono andato a Bologna. Ho tenuto una delle relazioni al congresso di Legambiente scuola e formazione su: "I nuovi modi di apprendere dei ragazzi, dentro e fuori scuola".

Poi sono stato invitato a parlare di scuola e di Mezzogiorno all’evento “Il Nostro Tempo - Convention organizzata da Giuseppe Civati, Debora Serracchiani e Prossima Italia”, insieme anche ad altri.

E se avete pazienza, potete vedere/sentire il mio intervento nel pomeriggio su Radio Radicale. Vi ho incontrato anche il sindaco Luigi de Magistris e con lui ho brevemente parlato degli stessi temi.

17 ottobre, 2011

Roma di sabato


Sabato sono stato agli indignatos. Nella serata ho visto riunirsi gruppi pacifici e altri no nel centro di Roma. Mi sono chiesto molte cose dopo avere molto parlato in giro nel corteo e ai bordi. Prima e dopo di quel che è accaduto. Tra le quali: è possibile, finalmente, un “gandhismo occidentale” in questo paese? Oggi La Stampa di Torino ha pubblicato questo mio articolo, col titolo "Lo strappo delle minoranze violente".

Il corteo si sta formando. Giovani dottori e infermieri da anni a contratto. Docenti precari e non. Disabili a cui tolgono aiuto. Operai in cassa integrazione da mesi. Donne giovani e non giovani, spesso con i figli, che stanno perdendo il lavoro e la dignità. Immigrati che lavorano al nero nei campi e nell’edilizia. E tanti ragazzi, universitari e lavoratori. Da Nord e da Sud. E non sono venuti con i bus e i treni speciali pagati dalle grandi organizzazioni ma a spese proprie.
Ci sono i suoni e i colori come gli altri 900 cortei del mondo. Bande, bongos, striscioni costruiti in proprio, teatro di strada. Colpisce l’assenza di astio e faziosità. Non è una piazza anti-berlusconiana. E’ un giorno nel quale nessuno s’interessa più a quel anziano signore del tv color, come se finalmente si sapesse che abbiamo altro da fare.
Cos’è questa piazza? C’è la richiesta di poter fare bene il proprio lavoro o di poterne fare uno. Ma il tema è il mondo che vogliamo. Attenzione: non quello che non vogliamo, cosa più facile. Così, quando parli in giro le parole sono sul come tenere in piedi la cooperativa, come garantire la qualità dei servizi, come inventare lavoro, a chi può servire la cosa che hai imparato all’università. E c’è il chiedersi di mercato, competizione, produzione, senza questa finanza però. E con in testa i vincoli del pianeta, i consumi possibili, un altro modo di lavorare, le conoscenze e le tecnologie che lo rendono possibile. E c’è anche il desiderio o la richiesta o l’attesa di un’altra politica.
Poi ci sono anche le bandiere e gli spezzoni organizzati con i simboli del secolo breve. Mentre li guardo, incontro un’educatrice che conosco. Ha venticinque anni. “Non li guardare troppo – mi dice – sono fatti così, anche oggi devono mettere il loro bollino. Li trovi in ogni città. Vengono alle assemblee. Stanno sul web. Non ascoltano e riportano tutto alle loro ricette”. Sì, in Italia è più difficile che altrove ricercare nuove risposte alle domande comuni. Perché ogni nuovo moto che nasce nel mondo deve fare i conti con la presenza di chi riconduce le cose alle categorie, ai segni e al lessico del secolo scorso, come non accade in altre parti del mondo. Presto la tristezza sparisce però. Il corteo è troppo più grande.
Ma ecco che - fuori da ogni rapporto con le diverse anime della piazza - piccoli gruppi si preparano. Vestiti di nero. Senza alcuna manifestazione di rabbia, in modo preordinato. Tutti con tascapane e casco. Alcuni sono più vecchi. Molti giovanissimi. E’ fuorviante chiamarli black block. Ci rassicura ma non spiega. Forse si deve finalmente dire che si ritrovano insieme professionisti della guerriglia urbana legati all’eco dei brutti miti degli anni settanta e piccole fraternità marginali, fondate sull’esaltazione del gesto distruttivo, giovani che cercano l’identità così, nelle curve degli stadi, nella rissa di quartiere, nell’occasione di piazza. A sera, calata l’adrenalina, li trovi ai soliti bar.
Sulla piazza ancora in formazione si capisce il pericolo. Lo capiamo in molti. Ma non c’è un servizio d’ordine che possa intervenire e la polizia non viene a chiedergli conto. Sarebbe anche difficile farlo. In poche decine di minuti la giornata va a finire male. L’energia positiva viene violentemente scippata nonostante gli sforzi di tanti. Solo qualche spezzone di corteo pacifico, indomito, ce la fa. La frustrazione è enorme. Molte persone piangono. In tanti riconoscono che la polizia non ha attaccato in modo indistinto e che i manifestanti hanno creato un solco profondo con chi ha violato la giornata. Queste due cose hanno evitato esiti ancora peggiori e sono una promessa di possibilità.
Restano le domande. Perché dopo decenni tornano sempre le minoranze violente che tolgono potere ai tanti? Quali lunghe rimozioni permettono ancora questa cosa terribile? Il governo nazionale e una politica bloccate – così chiaramente incapaci di dare risposte alle domande del Paese - non contribuiscono a farci ritornare ogni volta indietro?
Delle cose si possono fare. I processi rapidi e rigorosi, che sapppiano inchiodare chi è stato alle sue responsabilità. Il sostegno - da parte di un movimento che voglia continuare a pensare e a manifestare - della necessità, per chi è stato violento, di scontare la pena. E un dibattito politico che per una volta eviti di avvitarsi intorno ai soliti cliché e dia spazio ai temi di questa piazza. Perché sono preziosi.

07 ottobre, 2011

Sette aree di intervento urgente

Sul prossimo numero di Vita (link: http://www.vita.it/) pubblico questo intervento-proposta che ho fatto alle giornate della Fondazione Sud e Save the children a Napoli: 

Le aree metropolitane del Mezzogiorno conoscono da tre decenni una situazione di esclusione sociale e culturale di massa dei bambini e dei ragazzi. Il 23% delle famiglie vivono sotto la linea di povertà nel Sud mentre la media nazionale è dell’11%. Si tratta di 1.200.000 persone tra 0 e 18 anni. Alle quali vanno aggiunte ben 410.000 in situazione di povertà assoluta e altre centinaia di migliaia che sono poco sopra la linea di povertà.

Fino agli anni ottanta, nel Mezzogiorno la scuola - unitamente alle politiche pubbliche a sostegno dello sviluppo - è stata una forte leva di emancipazione dalle condizioni di povertà delle nuove generazioni. Ora non più. I dati – che la Fondazione con il Sud e Save the children hanno riassunto per l’ennesima volta - sono impressionanti. Il fallimento formativo riguarda oltre il 30% nel Mezzogiorno contro il 20% che è la già elevatissima media italiana. Nelle periferie il dato nazionale dei territori meno protetti - che già si eleva oltre il 25% anche al Nord - diventa, nelle città meridionali, il 45%. E i ragazzi senza scuola né lavoro legale né apprendistato sono il 30% nel Sud contro il 19,2% della media nazionale.

Dunque, le azioni di sistema riparative e compensative si sono interrotte. Così gli asili nido accolgono 1 bambino su 10 contro i 6 su 10 nel Centro-Nord. La contrazione dei plessi scolastici riguarda il 9% a Sud contro la media nazionale del 2%. Sono chiuse le esperienze di scuole di seconda occasione. Il tempo pieno, che serve di più dove vi è maggiore analfabetismo funzionale nelle famiglie e nelle comunità, riguarda nel Sud meno dell’8% delle classi della scuola di base contro il 35,3% del Centro, il 42,6% del Nord-Ovest e il 26% del Nord-Est. La formazione professionale – che ovunque dà struttura educante e apprendimenti alla fascia più debole della popolazione minorile – vede i corso triennali chiusi o di cattiva qualità, con rare eccezioni e gli istituti professionali con un bassissimo livello di interazione con aziende e territorio, peraltro devastati dalla disoccupazione di massa, con l’eccezione degli alberghieri. E – secondo la Banca d’Italia - il differenziale nell’investimento in istruzione da parte di enti locali, stato, famiglia è a svantaggio del Mezzogiorno di circa 1000 euro pro capite.

Dunque, il problema che il Paese ha di fronte è che l’analfabetismo funzionale di massa ha ripreso ad accompagnare e rafforzare l’esclusione sociale. Ed è certamente questo il più grave portato del modello di sviluppo duale che ha invertito le scelte politiche dei primi decenni della storia repubblicana, a svantaggio del Sud. Così, mentre la costante de-industrializzazione nel Sud non è stata contrastata da investimenti innovativi pubblici e privati e da piani strategici di riqualificazione urbana, vi è stato anche un progressivo e marcato ridimensionamento delle politiche formative e di welfare che erano fondate sulla discriminazione positiva. Questa inversione di indirizzo sta ora indebolendo la cultura di base che è indispensabile a sviluppo, legalità, intrapresa, merito, solidarietà e anche concorrenza.

Certamente, nel riflettere su tale situazione, si ripropone la storica questione delle classi dirigenti meridionali, in quanto il ceto politico del Sud ancor più che altrove occupa gli apparati pubblici per mantenere interessi corporativi o speculativi perseguendo i propri interessi attraverso le clientele elettorali e, in alcune aree di Calabria, Sicilia e Campania, legando tutto questo anche all’”intermediazione impropia” con il malaffare. Tale carattere del potere meridionale ha condizionato anche le decisioni in materia di istruzione e sostegno all’infanzia, già frammentate tra molti diversi centri di erogazione e gestione. Così, le scuole dell’autonomia e anche le reti del privato sociale – impoverite dal drenaggio di risorse dovute ai tagli nazionali - si sono trovate ad essere unici presidi educativi nel mezzo di lande dominate dalla cattiva o colpevole amministrazione locale e dall’illegalità.

Ma nonostante tutto, molte buone esperienze e riflessioni ci sono state e ci sono. Non si tratta di libri dei sogni ma di cose già attuate, che funzionano, che possono diventare politiche pubbliche che attuino la ripresa della responsabilità nazionale e locale insieme in favore dei bambini e dei ragazzi del Sud:
1. Sviluppare gli asili nido e il sostegno alla genitorialità durante la prima infanzia, soprattutto nei confronti delle mamme sole;
2. Sostenere le scuole dell’infanzia, dando loro più tempo per la progettazione e per l’alleanza con le famiglie e sviluppando azioni particolarmente promettenti quali mense comunitarie e psicomotricità;
3. Creare zone di educazione prioritaria lì dove si concentra la dispersione scolastica: privileggiare la conquista precoce delle competenze di base linguistiche, matematiche e scientifiche dando più tempo dedicato a chi ne ha più bisogno, raggiungere tutti gli adolescenti dispersi con scuole di seconda occasione, affiancare sport, musica, teatro, arte al rigoroso consolidamento degli alfabeti di cittadinanza;
4. Rilanciare la formazione professionale, la ripresa dell’apprendimento dei mestieri, le esperienze di formazione proiettate verso l’auto-impiego;
5. Rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’apprendistato e offrire un pacchetto di almeno 300 ore per riprendere le conoscenze irrinunciabili con le persone di 16 – 28 anni;
6. Sostenere la formazione continua dei giovani emigrati al Nord;
7. Creare un patto tra banche, fondazioni, responsabilità sociale di impresa che sostenga il micro credito, la formazione e i luoghi di aggregazione giovanile positiva. Con quali soldi fare queste cose? Sarebbe ora di dire che almeno un terzo di una patrimoniale sia dedicata ai nostri bambini e ragazzi più poveri e che tali fondi, gestiti localmente, abbiano però un sistema di monitoraggio nazionale, ad un tempo rigoroso e partecipativo.

04 ottobre, 2011

Ancora per la scuola e per i ragazzini del Sud

Venerdì, nel Quartiere Sanità a Napoli ho lavorato con Fondazione con il Sud e Save the children su un possibile programma concreto di contrasto della esclusione precoce nel Mezzogiorno.
Nei prossimi giorni intendo tornare proprio sui punti programmatici sul settimanale Vita.
Intanto si è conclusa la mia inchiesta sulla scuola che sa proporre su La Stampa. Ecco qui l’ultima puntata, riassuntiva, apparsa lunedì, 3 ottobre.

Abbiamo raccolto, in questo avvio di anno, le voci dalle scuole. E non abbiamo sentito solo lamentele. Anzi, sta prendendo forma la convinzione che la scuola è una cosa importantissima e che per salvarla va cambiata da subito, come si può. Per questo quando chiedi in giro, a sud come a nord, a docenti, genitori, ragazzi, dirigenti, esperti, nessuno nega i limiti della scuola. E anche i suoi fallimenti, il primo dei quali è la perdita di un quinto dei ragazzi – quasi un terzo nelle aree più povere del Paese. Insomma sta forse finendo il lungo tempo nel quale i docenti lavoravano con abnegazione ma chi criticava la scuola era percepito come nemico della sua funzione pubblica e l’autocensura impediva di parlare di quel che va cambiato. Beninteso: oggi chiunque faccia scuola - che voti a destra o a sinistra - si indigna per i tagli che mortificano il proprio operare, tagli sconosciuti negli altri paesi – un dato questo che è incontestabile in quanto siamo al ventinovesimo posto su 34 paesi OCSE per il investimenti in istruzione. Ma, al contempo, cresce la persuasione che si possono fare delle concrete cose utili “e che noi – noi che la scuola la facciamo – sappiamo pure quali possono essere, anche con relativamente poco denaro in più e combattendo gli sprechi”. Così, abbiamo potuto raccoglie indicazioni preziose per un suo nuovo governo: un’agenda utile per chiunque vorrà governare questo Paese nella fase di rinascita che prima o poi dovrà esserci.

Mettere in sicurezza e rendere più belle le scuole, con investimenti che tra l’altro incentivano la crescita, come propone il presidente Obama. Dedicare energie “per ragionare e pattuire con i genitori, mettendo ciascuno la sua competenza ma d’accordo” – come ci ha ricordato Piteropolli Charmet. Perché il patto implicito tra adulti che presiede all’educare non c’è più e la scuola è il luogo dove è possibile riformularlo in modo esplicito. Estendere a tutte le scuole le ore di progettazione e riflessione comune tra docenti, come si fa da decenni nella scuola primaria, una cosa che più di ogni altra ha creato formazione continua e rafforzato la cooperazione tra chi insegna e che tutte le ricerche dicono che è condizione decisiva per la tenuta educativa e il miglioramento della didattica. Fermare i tagli al numero dei docenti e dare un organico funzionale alle scuole in modo da favorire le indispensabili flessibilità di uso del tempo e degli spazi dato che la scuola non può più essere rigidamente standardizzata ma deve coniugare il lavoro comune di tutti i ragazzi con l’attenzione alle debolezze e alle forze di ciascuno. Sì, un organico che vada oltre l’ora-cattedra, che permetta di estendere le esperienze che superano la corrispondenza rigida tra classe e aula, sostenendo in modo diverso anche la grande tradizione italiana dell’inclusione dei ragazzi disabili e in difficoltà – che viene ammirata in tutto il mondo ma che ha bisogno di nuova linfa, come ci ha detto Andrea Gavosto. Favorire tutte le azioni, già in atto, che mettono insieme apprendimento formale e informale, on line e in laboratorio. E che coniugano il fuori e il dentro scuola grazie a esperienze significative, che sono un antidoto all’isolamento, alla tv peggiore, ai modelli che tutti – dal mondo laico alla CEI – riconoscono come anti-educativi. E che avvicinano vita e scuola. Al tempo stesso tornare a dare priorità assoluta alla cura precoce delle competenze irrinunciabili a partire daparlare, leggere, e scrivere. Come ripete Clotilde Pontecorvo, citando John Dewey: aumentare scuole materne e nidi e dare solide basi presto. Il che vuol dire dare più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato, a partire da Mezzogiorno e periferie povere, creando vere e proprie zone di educazione prioritaria nella aree di massima concentrazione della dispersione scolastica.

Sono queste le cose che abbiamo ascoltato. E non come idee da “tradurre in pratica”. Al contrario: come pratiche già operanti, come cantiere imperfetto certamente ma già in azione nonostante gli stipendi bassi, le scuole prive di manutenzione, il perdurare dello scandalo del precariato, l’assenza di investimenti per la formazione dei docenti e le classi affollate. Idee nate nel lavoro quotidiano, frutto di una passione civile di tipo operativo e di un’affezione al proprio mestiere, che sono cose diffuse tra i docenti italiani. Idee da tradurre in politiche pubbliche: non libro dei sogni, cose possibili e sostenibili anche in tempo di crisi. E non l’ennesima riforma della riforma della riforma ché, francamente, non se ne può più. È questo semplice ma decisivo cambiamento di prospettiva che sta diventando possibile. Ed è tempo che la politica – che i leader dei partiti – si mettano in posizione di ascolto e di rispetto verso tutto questo.