24 maggio, 2018

Napoli: le violenze fatte da ragazzi contro altri ragazzi

All'inizio dell'anno a Napoli si sono verificati alcuni gravi episodi di violenza giovanile che hanno aperto un dibattito sulle cosiddette babygang. La stampa se ne è occupata diffusamente. Enrico Rebeggiani mi ha intervistato su questo tema per la rivista Inchiesta. Il testo è stato pubblicato nel suo ultimo numero e lo riporto qui.


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Marco Rossi-Doria*, intervistato da Enrico Rebeggiani** sulle violenze 
fatte a Napoli da ragazzi contro altri ragazzi, presenta uno scenario di spiegazioni e indica le strategie più adeguate per un cambiamento

Negli ultimi mesi, tra dicembre e gennaio a Napoli si sono verificati svariati episodi di violenza che sono caratterizzati dal fatto di essere fatti da ragazzi contro altri ragazzi; in due casi le vittime hanno sono state ferite in modo molto grave, hanno rischiato la morte. Questi episodi hanno colpito molto per il fatto di aver visto adolescenti sia nel ruolo delle vittime sia nel ruolo degli aggressori e soprattutto perché sembravano totalmente gratuiti, puri esercizi di violenza di un gruppo contro ragazzi isolati e apparentemente scelti a caso, diversamente da quanto accade di solito in città, dove la violenza non è estranea, ma ha un suo codice comunicativo e sue precise connotazioni gerarchiche. Questo ha fatto sì che si generasse allarme nella società, amplificato da parte dei mezzi di comunicazione e questo ha immediatamente istituzionalizzato il problema, gli è stato dato appunto un nome, è stato etichettato come fenomeno di baby gang e il problema è stato portato su un piano politico, tanto che la settimana scorsa il ministro degli interni ha tenuto una riunione a Napoli. 

Marco Rossi-Doria è maestro elementare e ha avuto importanti esperienze istituzionali in Italia e all’estero, negli anni ’90 ha iniziato a fare il maestro di strada, questo gli ha permesso di conoscere approfonditamente la condizione dei giovani che la scuola non ha integrato. A lui la ministra dell’Istruzione ha affidato la Cabina di regia sulla dispersione scolastica e la povertà educativa. Marco è un lettore e amico di Inchiesta e ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Tu hai una grande esperienza della città, della condizione in cui vivono i giovani, soprattutto quelli più poveri e che vivono in una situazione di svantaggio dal punto di vista della formazione e hai una grande esperienza nella vita quotidiana sia nelle pratiche che sono alla base di azioni di riduzione del danno o di prevenzione. Quale è la tua percezione del fenomeno e come lo inquadreresti?

Vorrei iniziare con la mia opinione su come come guardare questi eventi. Penso che sia importante evitare generalizzazioni e semplificazioni, dare nomi uguali a cose diverse. La dicitura baby gang è salita all’onore delle cronache ed è stata utilizzata dalla stampa quotidiana già più di due anni fa in occasione delle prime cosiddette stese. Si trattava di un fenomeno relativamente nuovo, iniziato nei viali del quartiere di case popolari di Ponticelli. In riprese fatte dai carabinieri in si vedono ragazzi a bordo di motorini, ragazzi di età fra 16 e 19 anni, quindi a cavallo tra maggiore e minore età che con armi da fuoco, pistole e anche di più, in pieno giorno creano paura nel quartiere popolare sparando all’impazzata e costringendo i passanti a mettersi a terra, a stendersi appunto. Sembrava che fosse un fenomeno di violenza gratuita. In realtà un’analisi migliore da parte degli inquirenti e da parte delle persone che nel quartiere lavorano come privato sociale, parrocchie, centri sportivi, con una qualche prossimità con la situazione, ha rivelato che in quel momento i capi della criminalità organizzata del quartiere stavano trascorrendo lunghe pene detentive, si era creato un vuoto in alcune zone sul controllo sul mercato minuto della droga e quindi il fenomeno aveva uno scopo preciso: quello di affermare chi comandasse in quella zona, delimitando il territorio con atti violenti a forte valenza simbolica, appunto le stese. Alcune di queste stese hanno portato a morti più o meno volute e per un periodo atti simili sono stati compiuti anche in altri quartieri della città, alcune hanno anche portato a morti accidentali, come capita se si spara all’impazzata tra i passanti. Come dicevo, lì si è iniziato a fare uso del termine baby gang. Ma per me questo è un altro fenomeno, distinto da quello che abbiamo di fronte oggi. Oggi quella stessa parola la si è usata per un altro tipo di fenomeno, cioè ragazzini che più di sera che di giorno – la questione dell’orario andrebbe indagata – vanno in giro, girare in motorino è una costante, circondano una persona, scelta per caratteristiche che vanno capite, ma che in genere è coetanea e estranea a quel gruppo e si accaniscono contro la vittima in modo particolarmente violento. Nel caso illustrato in precedenza si sparava per spaventare o per uccidere qualcuno che era visto come un nemico, in questo caso no.

Quanti sono stati i casi di questi assalti con motorini?

Stiamo parlando finora di 5 o 6 casi di cui 2 con grave ferimento della vittima. A un ragazzo hanno dovuto asportare la milza, un altro ha avuto gravi problemi alle corde vocali. Per puro caso non si è arrivati alla morte: non c’è controllo, non si fermano, possono essere molto pericolosi.

Finora questo fenomeno non si era mai manifestato in queste forme?

No, mai. Insisto sulla differenza, pur essendo state chiamate tutte e due baby gang la differenza è nell’età. In questi ultimi casi stiamo sicuramente entro la minore età, in alcuni casi sotto i 13 anni. Anche dal punto di vista del diritto non sono giudicabili. Non sono ragazzi di 16-20 anni, la differenza è grande, anche per il tipo di dinamica di gruppo che si instaura. Stiamo parlando per fortuna finora di aggressioni senza armi da fuoco, ma con armi da taglio con catene, pietre, sbarre di ferro. Non volano proiettili, ma ci si ferma e si mena, anche a mani nude, con calci una volta che la vittima è per terra, in tanti contro uno o due e infine con coltelli.

Il coltello è un oggetto che sta avendo importanza crescente nella simbologia di certi giovani.

I coltelli sono in grandissima diffusione in tutti i quartieri; non sono coltelli piccoli e sono almeno 10 anni che vengono utilizzati in ferimenti vari avvenuti a vario titolo e scopo in varie zone della città da ragazzi provenienti da quartieri di periferia o comunque difficili. Accade soprattutto il sabato o la domenica che in diverbi di strada salti fuori il coltello e spesso l’occasione è data da questioni tipo “hai guardato la mia ragazza”, “io non l’ho guardata”, “non ti devi permettere” e parte la coltellata. Questo è avvenuto in varie occasioni tra la villa comunale, Chiaia, il Vomero già da anni. C’è una lunga serie di sequestri di coltelli nelle scuole, i coltelli sono un problema. Tanto lo sono che per esempio vari giornalai, che ormai non vendendo più giornali vendono un po’ di tutto tra cui anche i coltelli da collezione, a me consta che abbiano smesso di tenerli dopo aver visto che venivano comprati da ragazzini sempre più piccoli: fino a 9 o 10 anni. Tornando quindi al punto, questo più recente fenomeno è diverso da quello precedente per le armi usate, per l’età dei ragazzi e per il fatto che l’aggressione non è volta a affermare un controllo sia pure simbolico del territorio, ma ha ragioni molto più nascoste e complesse.

Per riassumere, il primo fenomeno è riferibile a giovani, non solo minori, che rispondono a logiche militari di controllo, a un vuoto di potere o a un passaggio generazionale nelle fila della camorra, che potrebbe essere anche legato al successo dell’azione repressiva dello stato. Diversamente quello che è successo tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 è un fenomeno con caratteristiche nuove, che potrebbe essere definito come l’inasprimento di una pratica di violenza urbana di minorenni armati – ma non con armi da fuoco – rivolto contro coetanei di altre zone della città o anche della stessa zona ma che vengono percepiti come estranei, come bravi ragazzi.

Nei casi accaduti nel centro storico della città le vittime sono appunto ragazzi qualsiasi, abitanti del quartiere che non vengono percepiti come simili da un gruppo coeso, appunto da una banda. C’è un altro tratto che mi ha colpito e sul quale non sono arrivato a conclusioni. Mentre per le stese si tratta di bande con uno scopo di controllo militare del territorio che hanno uno scopo dichiarato non attraverso una simbologia ma attraverso gli atti: abbiamo le armi comandiamo noi, dovete fare i conti con noi e ci facciamo vedere e riconoscere. In questi ultimi casi invece il messaggio della banda non è rivolto all’esterno, ma al suo interno. Ci diamo un nome, sottoscriviamo un patto d’onore se non di affiliazione come può accadere in una banda di adolescenti o preadolescenti che ha bisogno di manifestare un’identità di gruppo in assenza evidentemente di altre maniere per affermare sé stessi. Ma lo scopo è interno.

Quello che è accaduto negli ultimi mesi è quindi un insieme di episodi di violenza urbana che riguarda ragazzi svantaggiati e che segnala un bisogno di protagonismo e di aggregazione. Viene spontaneo, visto anche l’uso del termine baby gang, un collegamento con quanto accade negli Usa. Lì il fenomeno è ormai radicato e si comincia ad affiancare alla pratica repressiva anche un approccio orientato alla riduzione del danno. In un rapporto governativo si evidenzia che questi giovani esprimono un bisogno di identità, di avventura e di rendersi protagonisti della propria vita; una delle molle alla base dell’adesione sta nel bisogno di sicurezza.[1] Far parte della gang viene percepito come una soluzione alla percezione di pericoli che si vivono nella vita quotidiana, la violenza in famiglia, quella da parte di altre gang, la violenza in generale. Pur sapendo che far parte di una gang determina forti rischi la scelta viene percepita come una forma di difesa. Questo viene spesso verbalizzato da ragazzine che aderiscono alle gang e che riportano casi di violenza, anche sessuale tra le mura domestiche. La gang come scelta di reali o potenziali vittime. Secondo te quanto potrebbe essere vero questo anche nel nostro caso?

La domanda è pertinente, ma temo che non abbiamo sufficienti strumenti per rispondere. Quello che ci proviene dagli Usa, e che spesso si articola anche in maniera diversa, ha avuto eco in paesi dell’est europeo, come il caso di bande di ragazzini che escono da istituzioni totali in città russe ucraine o polacche in cui c’è un bisogno di identità che si accompagna alla voglia di proteggersi da qualcosa. Qui c’è un'ipotesi di rivalsa contro altri, che possono essere le parti più protette del proprio quartiere o le parti considerate estranee e nemiche o quelle della propria percepite come favorite dalla sorte. Ma questo è sicuramente troppo presto per poterlo dire. Bisognerebbe potere accedere a un dialogo o a una prossimità con loro che ora non c’è. Così come nel nostro caso di ragazzine non ne sono state viste, stiamo ai fatti, si tratta solo di maschi.

Bisogna secondo me tenere una posizione di sorveglianza costante ed è pericolosa la tentazione, anche per persone che hanno una vasta esperienza in questo campo, di arrivare a conclusioni rapide, magari sospinti dall’emergenza o dalla sensazione di pericolo sociale, dal “facciamo presto”, “occorre inventarsi qualcosa”, “il ministero ha messo i soldi”.

In realtà bisognerà inventarsi qualcosa, bisogna rispondere al senso di insicurezza nella cittadinanza, e bisogna anche rispondere anche alla invocazione che proviene da altre componenti degli stessi quartieri. Mi ha molto colpito il corteo di svariate migliaia di ragazzini che c’è stato a Scampia il 16 gennaio in risposta a uno di questi episodi. Nella manifestazione si chiedeva di intervenire contro la violenza e questa richiesta non solo era perfettamente legittima, proveniva da coetanei e amici delle vittime che esprimevano loro solidarietà, ma costituiva anche un moto di reazione e netta distanza da quegli episodi, “noi non siamo così”, “la città e il nostro quartiere non è così”. C’era la richiesta di intervenire e anche quella di essere ascoltati.

Quindi la necessità di rispondere a una emergenza c’è, ma nello stesso tempo bisogna essere molto attenti a capire a cosa bisogna rispondere: noi non sappiamo esattamente cosa c’è. Quindi noi dobbiamo da un lato rispondere, dall’altro avere un dubbio metodologico vero nel rispondere. Tranne alcune cose che si possono fare subito.

Prendiamo il caso dello schema annunciato dal ministero dell’interno. È articolato sostanzialmente in due azioni. La prima consiste in cento poliziotti in più che controlleranno i motorini e avranno la possibilità di sequestrare armi e nel caso anche i motorini, chiamare i servizi sociali del comune e nel caso di minori di 13 anni anche convocare immediatamente i genitori. In sostanza: elementi di contenimento con i quali lo stato esercita anche il monopolio nell’uso della forza in modo consono a quanto prescrive la legge per quanto riguarda i bambini e i ragazzi.

La seconda azione è costituire personale specializzato di prossimità, cioè immaginare insieme al comune, alla città, degli educatori di strada che abbiano la capacità di venire in contatto di diventare prossimi e interloquire di capire e proporre avventure positive in alternativa a quelle negative. E questo si può fare subito, mentre si cerca di analizzare meglio il fenomeno.

Queste sono le due misure del ministero, prospettata in modo più preciso la prima, perché più vicina a pratiche di intervento consolidate, meno la seconda, ma io spero e mi impegno affinché resti un’apertura per capire meglio di cosa stiamo parlando. Il rischio è che si dica che questi ragazzi sono già pericolosi, sono pronti a diventare come quelli delle stese, sono pronti a quella deriva e quindi agiamo secondo logiche unicamente repressive, oppure – posizione speculare – basta che li mandiamo a scuola, che frequentano la parrocchia o che fanno sport e tutto si risolve da sé. A me pare che queste dimensioni di certezza siano fuorvianti in questa fase.

D’accordo con te sulla necessità di capire meglio le dimensioni del problema, si tratta di un fenomeno molto grave perché può estendersi e acuirsi. Il fatto che negli Usa fenomeni di questo genere siano molto più radicati e il fatto che quella situazione ha una così grande rilevanza nell’immaginario dei nostri ragazzi ci obbliga a pensare e a prevenire. Ma oltre alla necessità di comprensione è forse utile fare un passo indietro e osservare il tema della violenza in prospettiva, in termini macro e in termini di evoluzione storica. Le morti violente sono oggi in Italia 0,77 per 100.000 abitanti, tra i valori più bassi in Europa e quindi nel mondo, incomparabili con quelli degli Usa.[2] Va detto che in Campania il tasso è quasi del doppio, ma comunque poco sopra la media europea. Questo basso tasso generale di morti violente è in diminuzione da decenni: la metà rispetto agli anni ’90 e un terzo rispetto agli anni ’60. Ma siamo tutti convinti che invece aumenti.

La differenza è molta non solo in termini di politiche e di azioni di lungo periodo, ma anche nella interpretazione di ciò che ci accade. Se la violenza è in cima alle nostre preoccupazioni, è molto più probabile che ci capiti di dare risposte esagerate in circostanze che riteniamo minacciose, ma che in realtà non lo erano.
Va ricordato che la tradizione italiana ha contribuito a un trend internazionale che è stato codificato dalla convenzione ONU di New York del 1989, la posizione dell’Italia sulla non carcerabilità e sulla pene alternative al carcere per i minori e il codice penale minorile italiano che ha avuto come ispiratore principale Alfredo Carlo Moro è stata alla base di questo consenso internazionale e ha portato a risultati inoppugnabili che vanno – nello specifico per i minori – nella direzione che indicavi e che è stato considerato un modello da molti paesi, opposto al modello della carcerazione precoce seguito da altri paesi tra cui gli Usa che infatti non hanno firmato la convenzione; anche se pure lì come dicevi c’è un ripensamento. Noi veniamo da un’altra e solida cultura, non esiste in Italia, tranne poche eccezioni, una spinta verso il ripristino di pene in età precoce. La discussione semmai è avvenuta su come applicare le pene, anche quelle non detentive e quelle per i minori. L’orientamento è quello di una maggiore chiarezza e di una maggiore costanza educativa delle sanzioni. Per fare un esempio riferito al nostro caso anziché dire che il tredicenne trovato in possesso di una catena debba andare in carcere, si dice che ci deve essere un costante supporto della genitorialità della mamma, e se c’è anche del padre, e che oltre all’obbligo di andare a scuola ci sia – nell’ambito della comunità educante del suo quartiere, la parrocchia, il privato sociale, – una specifica attenzione nei confronti di questo ragazzino con un mentore, un tutor sufficientemente bravo e a cui lui si possa affidare per una durata non di una settimana ma di sei mesi un anno o più. Ma essere contro le pene detentive per i minori non vuol dire che non bisogna fare nulla; bisogna invece fare e fare in maniera meno sciatta e occasionale di quanto fatto finora. Fin qui però siamo nel solco di quanto già raccomandato dal codice penale per i minori e dalla letteratura costituita dalle migliaia di provvedimenti non necessariamente restrittivi, ma di accompagnamento educativo che i tribunali per i minori hanno emesso fin qui. Il tribunale dei minori infatti per un omicidio commina pene carcerarie e i casi del genere in italia sono complessivamente decine, mentre sono migliaia i ragazzini cui viene dato un programma educativo alternativo. Il problema di questi programmi educativi alternativi è che iniziano bene ma poi non ricevono la necessaria manutenzione. La raccomandazione che proviene dalle considerazioni del ministero della giustizia è che bisogna vigilare sulla continuità delle finalità educative. Credo che dobbiamo continuare su questa linea perché essa è alla base non solo della nostra civiltà giuridica ma anche dei buoni risultati complessivi che citavi.

Un altro aspetto che secondo me è rilevante nelle vicende di cui stiamo parlando è quello delle notizie, del racconto fatto dai mass-media e del clima che hanno contribuito a creare intorno a questo tema. La narrazione di quanto accaduto è stata una narrazione molto allarmata, si è immediatamente creata un’etichetta che abbiamo visto essere sommaria e in generale queste notizie sono sembrate molto appetibili perché truculente. C’erano elementi di drammaticità adatti a trasformarle in titoli a più colonne. Ma in seguito l’enfasi data alla narrazione di questi episodi ha creato un clima che potrebbe essere di per sé pericoloso, nel senso che creare allarme su questioni di questa delicatezza può determinare conseguenze anche gravi. Mi riferisco a due episodi in cui il clima di allarme e la richiesta di interventi repressivi sono stati indirettamente responsabili del ferimento o della morte di minori. Il primo è successo a Milano pochi giorni dopo i fatti di Napoli. Alcuni ragazzi hanno avuto una discussione in autobus con un signore, una volta scesi il signore – che era un autista fuori servizio – ha tirato fuori un coltello e ne ha ferito uno. Inizialmente l’episodio è stato rubricato sotto il capitolo baby gang e violenza giovanile; solo le telecamere a bordo del bus hanno permesso ai carabinieri di capire che i giovani erano le vittime.[3] L’altro è accaduto a Napoli tre anni fa quando dopo una campagna di stampa sulla presenza di criminalità nel rione Traiano un carabiniere che credeva di inseguire un ladruncolo evaso dai domiciliari ha sparato a un ragazzo di 16 anni incensurato, uccidendolo sul colpo. Le fonti giornalistiche hanno narrato la cosa in modo completamente distorto e solo il processo ha ristabilito la verità e l’innocenza del ragazzo morto.[4] Soprattutto quest’ultimo caso va tenuto ricordato tutte le volte che si chiede il polso fermo e la soluzione facile di problemi complessi. 
Tornando a noi, quanto conta il modo con cui i mass media raccontano gli episodi di violenza come quelli che sono accaduti di recente?

La storia del rione Traiano è significativa. È un quartiere popolare, con una lunga storia che lo lega alla povertà estrema del primo dopoguerra, alle vicende operaie della siderurgia e nel quale si sono poi insediate alcune famiglie che gestivano una quota, peraltro infima, del mercato della droga in città. Questo ha portato a una sua forte connotazione negativa sui media, alla sua etichettatura come quartiere difficile. È chiaro che questo stigma nasce da fatti concreti, ma finisce per coinvolgere la popolazione dell’intero quartiere. Le forze dell’ordine presidiano l’esterno del quartiere e quindi assumono come ugualmente sospetti tutti quelli che, specialmente di notte, entrano o escono. Questo caso mostra come un problema reale, descritto e etichettato in un certo modo, porta a soluzioni per così dire tecniche che sono pericolose per le persone senza peraltro risolvere il problema. Perché certo non si è risolto il problema dei corrieri di droga in quel quartiere.

C’è una questione che andrebbe trattata separatamente e che richiederebbe molta attenzione: che cos’è un quartiere povero e come si identifica la parte più marginale di un quartiere povero. Comunque, quando le strategie di contenimento della criminalità confondono la parte o addirittura la sottoparte con il tutto si creano le premesse per una serie di errori che non stanno solo nella narrazione dei media, ma in generale nel discorso pubblico sulla città. Per discorso pubblico intendo anche nell’attenzione istituzionale, nell’organizzazione delle forze dell’ordine, nell’intervento e nel lessico delle scuole e della componente migliore, educativa e sociale della città. Questi errori di generalizzazione possono portare a essere inefficaci e retorici, ma anche a conseguenze più tragiche come abbiamo visto.

Rispetto agli adolescenti bisogna stare molto attenti a questo: non radunare sommariamente tutti i ragazzini dei quartieri difficili e neanche tutti i ragazzini della parte più fragile del quartiere difficile sotto l’etichetta della baby gang. In termini più concreti, se si dovessero fare delle scelte di politica pubblica che offrono risorse al terzo settore per fare gruppi attentamente costituiti di educatori di prossimità che stanno in un quartiere, il primo mandato da affidare loro non è andare a cercare le baby gang, ma cercare di capire da vicino cosa fanno tra di loro quegli adolescenti, come si organizzano, cosa fanno, come ragionano, quali sono le loro difficoltà le e loro sofferenze. Dopo questo lavoro di prossimità si potrà capire perché alcuni tra questi si atteggiano a baby gang, se lo fanno per paura, o invece per crearsi un’identità, o se invece – tratto che unifica sempre più la popolazione adolescente italiana, anche quella benestante – hanno poca esperienza di presidio dei limiti da parte degli adulti. Questo andrà capito mentre ci si avvicina a questa situazione di sofferenza, di difficoltà o di agito pericoloso. Evitiamo di dire quello è il quartiere a rischio, occhio su quel quartiere, controllo militare del territorio e magari poi solo alla fine ci mandiamo anche gli educatori. Evitiamo di confondere il tutto con la parte, se lo si fa la tendenza a commettere errori aumenta e con essa la probabilità che la situazione peggiori. Ci sono però dei segnali positivi, il decisore pubblico su questo discorso è avvertito, mi riferisco al Comune, al responsabile della Regione, lo stesso ministro dell’Interno, criticabile per altri aspetti, ha attenzione per questa cosa, il prefetto ha detto che bisogna stare attenti a non chiamare fenomeni nuovi con nomi vecchi. Siamo quindi in presenza di un atteggiamento consapevole e articolato delle istituzioni, non di un’intenzione di risolvere il problema alla svelta e manu militari. Dobbiamo tutti vigilare perché questa consapevolezza porti a risultati altrettanto consapevoli, ma almeno per ora va registrata un’attenzione di questo tipo e uno degli elementi che ha consentito questa attenzione è stata la mobilitazione dei ragazzi. Se non ci fosse stata questa mobilitazione, che si è imposta sui media, avremmo avuto una narrazione delle cose centrata sulla passività e sulla rassegnazione, sulla generale indifferenza al fenomeno.

Torniamo alla questione delle radici del fenomeno. Il problema dei ragazzini violenti e in generale della violenza viene costantemente ricondotto alla concentrazione dello svantaggio sociale in determinati quartieri. Secondo alcuni, per esempio il presidente della corte di appello, la violenza minorile è preoccupante perché agisce anche in zone ritenute sicure.[5] Come dire, il problema è che esce dai ghetti. Cosa pensi di questo interpretazione territoriale?

È vero che una parte della città non parla con l’altra, ma è vero in termini di classe e non di territorio; la borghesia – a differenza di quanto avveniva negli anni ’60 e ’70 – non si avvicina con le sue sensibilità migliori alla vita quotidiana e concreta delle classi cosiddette popolari. Con le dovute eccezioni, ma manca un moto di fondo come è stato in quegli anni, purtroppo. Questo non solo è un arretramento in sé, ma anche una perdita per chi è giovane e ha più risorse: si impara di più e meglio se si vedono più cose nella vita. Ciò premesso, la geografia e la storia della città sono molto più complesse di quanto i media facciano capire. A me colpisce moltissimo quando mi chiedono se davvero i quartieri napoletani sono così come vengono mostrati, non solo da Gomorra, ma anche dai telegiornali. Bisogna spiegare che lì vivono tante persone con condizioni diverse: impiegati, operai, lavoratori molto precari ma assolutamente onesti, persone che vivono di lavoro nero loro malgrado perché di lavoro regolare non se ne trova e sono altrettanto oneste, famiglie in cui si trovano intrecciate cose diverse come il piccolo contrabbando, attività irregolari ma non criminali insieme a piccole attività criminali ma assolutamente marginali rispetto alla criminalità organizzata, vive la manovalanza spicciola della criminalità organizzata che però è distante da quello che racconta Gomorra, e in quella stessa famiglia ci possono essere il fratello, il cugino o lo zio che fa normalmente l’idraulico, ha un bar, una piccola ditta edile o di trasporto. C’è quindi una grande complessità. Il punto è che in un quartiere come ad esempio la Sanità o Secondigliano o Pianura anche rispetto a questa articolazione di condizioni c’è una parte che risulta ancora più marginale. Una parte che nei quartieri popolari i cui figli non sono raggiunti dalle parrocchie, non fanno uno sport, vanno saltuariamente a scuola, sono difficilmente raggiungibili. Gli stessi promotori di sviluppo locale, per esempio la fondazione di comunità san Gennaro alla Sanità che ha un’attività intensa e capillare e che gode di finanziamenti pubblici e privati usandoli bene, non sempre riescono ad avere una relazione con parti del quartiere. Quindi quando si additano singoli quartieri o quando specularmente si dice che Napoli è tutta bella e sana si fanno semplificazioni che non aiutano. Tornando alla questione delle baby gang è possibile che la baby gang sia costituita nel suo nucleo promotore da ragazzini che provengono dalla parte più marginale della quota marginale di un quartiere e che non hanno nessuna rappresentanza e nessun aggancio con adulti significativi che possono prospettare una qualche forma di regolarità di vita: mangiare ad orario, andare a scuola, fare cose normali come andare il sabato a vedere un’altra parte della città; sono ragazzini che per specifica fragilità familiare si trovano in una situazione per cui cercano un’identità. Di questo non ne ho la certezza ed è un’ipotesi da verificare, ma questa ipotesi si può verificare solo se si ha un’idea complessa dei quartieri difficili e popolari, non se si pensa che quelli di un quartiere siano tutti in un modo. Nel caso accaduto a Chiaiano per esempio vittima e carnefici sono della stessa zona, come ce lo spieghiamo?

Nel dibattito sulla violenza minorile si è fatto spesso riferimento alla influenza che il cinema e la letteratura hanno sul comportamento delle persone e nel caso specifico se Gomorra abbia influenzato gli stili di vita di questi adolescenti. La polarizzazione è tra chi sostiene che ci siano responsabilità dirette e chi dall’altra parte le nega e condanna le censure. Luca Sofri ha sostenuto in modo argomentato che la risposta è “Sì, e vale la pena parlarne e rifletterci sopra, ferma restando la totale libertà degli autori di decidere come comportarsi”. [6] Sarebbe ingenuo pensare che una rappresentazione televisiva di successo non abbia conseguenze, non stimoli processi di identificazione e di emulazione. Tutto il cinema e in generale l’arte si fonda sulla partecipazione emotiva dello spettatore. Questo non vuol dire che bisogna censurare le serie televisive. Ma non si può fingere di non sapere. Lo stesso Saviano in Gomorra, il libro, ricorda come la filmografia sulla mafia americana abbia plasmato i gusti dell’immaginario della camorra. Arrivando perfino insegnare modi spavaldi e imprecisi di impugnare la pistola.

Gomorra è stata tirata in ballo per dire che era colpa sua e poi invece per dimostrare che non si potevano rintracciare colpe e responsabilità. Sono d’accordo con Sofri: è ovvio che quei modelli vengono visti e anche imitati dai ragazzini, il problema è che non ne hanno altri e il problema è il contesto nel quale inseriscono queste narrazioni.

Secondo alcuni la questione delle baby gang è una delle periodiche finte emergenze destinate a esaurire velocemente tutta l’attenzione per poi a rientrare in una stanca accettazione dello stato di fatto.

Negare l’emergenza è paradossale e rischioso, rischia di essere un atteggiamento ideologico. Il problema esiste ed è grave, abbiamo il compito di assumerlo e leggerne la complessità.

Per concludere, cosa pensi si debba fare per affrontare questa situazione?

Quello che mi sto sforzando di far passare nel mio rapporto con le istituzioni è che ci vuole costanza nelle politiche generaliste, anche se non è detto che queste siano in grado di avere effetti diretti sullo specifico fenomeno, nondimeno è indispensabile che ci siano. Cosa intendo: ad esempio che in ogni quartiere ci siano centri di aggregazione per ragazzini che funzionano costantemente e con fondi funzionali di lungo periodo, con educatori che hanno una formazione, un monitoraggio e una supervisione seri e un rapporto costante nel tempo, se questi si mettono d’accordo con le scuole in una unica comunità educante in cui ci sono ruoli diversi tra docenti e educatori, tra tempo scuola ordinario e il tempo fuori. Un accordo su alcune costanti pur nella distinzione e nella differenziazione delle funzioni e dei ruoli.
Quando un quartiere è munito di queste cose in maniera costante non abbiamo dato risposta al singolo episodio di violenza giovanile, ma abbiamo la base indispensabile per lavorare fuori dall’emergenza.
Ora si sta avviando un piano per il rione Sanità con dei fondi straordinari e si prospetta che questo divenga un modello replicabile ma non illudiamoci che questo intervento sia in grado di far sparire le baby gang, se lo pensassimo rischieremmo di chiudere tutto al primo nuovo episodio di violenza. Il compito di figure intermedie come me è quello di far capire con parole semplici alle istituzioni e anche ai mass media queste evidenze metodologiche che vengono dalla realtà.

E qual è la considerazione del problema nel dibattito politico?

Le istituzioni sono costrette ad affrontare il problema e ad assumersi responsabilità, nel dibattito politico invece non ravviso parole sensate da nessuna parte.


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*Maestro elementare, esperto di dispersione scolastica e povertà educativa. È stato sottosegretario all’istruzione.

** Dipartimento di Scienze sociali, Università degli studi di Napoli Federico II.


[1] T.R, Simon, N.M. Ritter, R.R. Mahendra, Changing Course. Preventing Gang Membership, U.S. Department of Justice, National Institute of Justice e U.S. Department of Health and Human Services, National Center for Injury Prevention and Control, 2013. https://www.ncjrs.gov/pdffiles1/nij/239234.pdf

[2] Istat, Rapporto Bes 2017. Benessere equo e sostenibile in Italia, 15.dic. 2017. https://www.istat.it/it/files/2017/12/Bes_2017.pdf

[3] Ansa, “Litiga su bus con ragazzini, scende, ne accoltella uno”, 20 gen. 2018. http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/01/20/aggredito-su-bus-da-adolescenti-ne-accoltella-uno-_cf4194c2-fb7f-4bcc-8cdd-3f51216e2880.html

[4] La vicenda è narrata in un recente libro di inchiesta da Riccardo Rosa, Lo sparo nella notte. Sulla morte di Davide Bifolco, ucciso da un carabiniere, monitor edizioni 2017.

[5] D. Del Porto, “Napoli , sale l’allarme per le baby-gang che agiscono senza zone franche”, La Repubblica-Napoli, 25 gen. 2018. http://napoli.repubblica.it/cronaca/2018/01/25/news/napoli_sale_l_allarme_per_la_delinquenza_giovanile_che_agisce_senza_zone_franche_-187253796/

[6] Luca Sofri, “La risposta è sì”, Wittgenstein, 20 gen. 2018. https://www.wittgenstein.it/2018/01/20/la-risposta-si/

28 gennaio, 2018

Candidato a Napoli


Sarò candidato alla Camera a Napoli. In un collegio uninominale e dunque sostenuto da tutte le forze della coalizione di centro-sinistra. E senza "paracaduti" nelle liste del proporzionale, per le quali non ho dato disponibilità.

Nelle settimane passate avevo di nuovo riflettuto - con vera preoccupazione - sul fatto che queste elezioni hanno come tema principale l'arginare la destra. Più che in passato perché non è una normale compagine conservatrice bensì un agglomerato populista aggressivo:
- che vuole ulteriormente fare aumentare le diseguaglianze già crescenti da anni e tali da minare sviluppo e coesione sociale, attaccando addirittura il principio costituzionale della tassazione progressiva,
- intende fare della xenofobia dichiarata il proprio cavallo di battaglia, con esplicitazioni razziste e addirittura con richiami al fascismo e la volontà di espellere migliaia di rifugiati, contro il diritto internazionale,
- considera l'Europa come un'entità da porre all'esterno della prospettiva italiana mettendoci tutti fuori da a una comunità condivisa di diritti e dall'ambizione di tenuta democratica in un mondo sempre più complicato e anche pericoloso,
- eredita e rivendica la sua lunga e scellerata stagione di governo che ci ha portato a tagli strutturali terribili che hanno penalizzato innanzitutto il nostro Mezzogiorno e i suoi giovani e i suoi poveri in particolare e, poi, la scuola, l'università, la salute, la ricerca, l'ambiente mentre al contempo ha rovinato i conti pubblici portandoci nel baratro della speculazione finanziaria, cosa che a leggere il programma, rischia di ripetere.

In questi anni mi sono battuto per contrastare le povertà e le diseguaglianze e pensare a come ridare risorse al Sud per promuovere innovazione, inclusione e sviluppo, a partire da un vero sostegno alle parti meno protette del Mezzogiorno, ai ragazzi poveri in primo luogo. E, al tempo stesso, ho criticato le posizioni di rendita, il clientelismo e nepotismo dei notabilati meridionali, di tutte le parti politiche.
Ho lavorato, con le scuole e il MIUR, per far ripartire una scuola inclusiva e rigorosa, e, in questa prospettiva, ho criticato le cose che non andavano della legge 107 provando, al contempo, di aiutare a fare funzionare bene le sue parti promettenti.
Ho lavorato a alleanze fattive tra scuola e terzo settore per costruire, in ogni territorio colpito dalla povertà educativa, soprattutto nel Meridione, vere comunità educanti capaci di unire scuole, privato sociale, centri sportivi, parrocchie, luoghi solidali e di formazione.

Queste cose le continuerò a fare. Le interrompo semplicemente come attività lavorativa, per 35 giorni di campagna elettorale, per portarle, nel dibattito pubblico, che rischia, in un clima politico assai brutto, di non toccare queste questioni così importanti. Intendo portarle con forza nel Parlamento della Repubblica. E, in ogni caso, me ne occuperò, sempre. Semplicemente perché da oltre 40 anni sono parte della mia vita.

Per tutte queste cose sono contento e onorato di essere stato scelto, dal Partito Democratico, come candidato alla Camera dei deputati nel collegio uninominale di Napoli San Lorenzo (Posillipo, Chiaia, San Ferdinando, Montecalvario, Avvocata, San Giuseppe, Porto, Pendino, Mercato, San Lorenzo, Stella).
È il pezzo di Napoli nel quale vivo e dove ho lavorato "per strada" per anni. Ed è, come sapete tutti, un pezzo importante della città, dove convivono fianco a fianco, con tutte le difficoltà e le differenze, tantissime persone, in condizioni e con stili di vita incredibilmente distanti.
Io porterò nella campagna elettorale tutte le mie battaglie contro la disuguaglianza e tutta la mia esperienza per la sostenibilità economica, civile, sociale e ambientale dei luoghi dove viviamo e mi batterò perché in questi quartieri il centrosinistra possa vincere.
Come sempre, chiedo agli amici e ai cittadini che appoggiano questa scelta, di aiutarmi con i loro suggerimenti prima ancora che con il loro voto.

17 gennaio, 2018

Ragazzini e violenza a Napoli

Settimane terribili, sana mobilitazione, strategie complesse da costruire tutti insieme 

Sono molti giorni che mi confronto con colleghi docenti nelle aree di massima crisi e con educatori impegnati in quartieri difficili, del centro e delle periferie di Napoli, spesso molto più giovani di me e che guardano le cose senza i troppi condizionamenti di altre stagioni educative. Raccolgo indizi, ascolto, provo a capire se e come avvengono cose analoghe altrove, nelle metropoli del mondo, nelle aree dell'estrema marginalità dove i bambini appena diventati ragazzi sono lasciati a se stessi nelle lande diseducate delle parti più affaticate dalla crisi multi-dimensionale (non solo povertà) delle città.  Sono molto contento che - a fronte di cose terribili - vi sia una forte mobilitazione dei ragazzi della mia città. Tantissimi ragazzi innanzitutto proprio dei quartieri più difficili. In tanti sentiamo che bisogna far vivere insieme il sano presidio del limite e della legge e l'offerta educativa ricca, che si deve consolidare il molto di buono che già si fa, rendendo costante l'azione delle buone comunità educanti, tra scuola e altre agenzie educative; e che, al contempo, bisogna pensare a nuove azioni, capaci di ri-creare prossimità con giovanissimi oggi lontani da ogni presenza adulta propositiva e autorevole. In questi giorni provo a dare il mio contributo per costruire un'azione corale: mettere insieme strategie già in campo e possibili ulteriori dispositivi, dispositivi del Ministero dell'Interno e del Miur, azioni delle istituzioni locali e nazionali. Facciamo fatica a parlare perché dobbiamo, appunto, agire tutti insieme in modo costante e credibile e, al tempo stesso, studiare davvero, con molta umiltà mentre operiamo. Perché non tutto ci è chiaro ed è pericoloso credere di capire tutto e, al contempo, azione e riflessione devono andare insieme, mai come adesso. Troviamo parole ancora molto provvisorie. Negli ultimi due giorni ho detto alcune cose, provvisorie appunto, e che cercano confronto.
Tra le altre, qui sono le cose dette a Vita e al Sole24ore
E alcuni pensieri li ha riportati Ottavio Ragone su Repubblica

27 ottobre, 2015

Indirizzi operativi della Giunta capitolina per il funzionamento dei servizi educativi e scolastici

Da tempo lavoro insieme al dipartimento per migliorare l'offerta a bimbi e genitori e la situazione di chi lavora nelle scuole d'infanzia e nei nidi del comune di Roma. Ieri la Giunta capitolina ha approvato il decreto d'indirizzo da me preparato, d'accordo con il vice-sindaco Causi - assessore al personale e al bilancio.
C'è ancora molto lavoro da fare ma chi verrà ha ora una via tracciata, ben motivata e normata, articolata e concretamente percorribile x migliorare i servizi all'infanzia della città e potere rendere stabili le posizioni di oltre 2000 maestre ed educatrici. 
Di seguito il testo deliberato.


INDIRIZZI OPERATIVI DELLA GIUNTA CAPITOLINA
PER IL FUNZIONAMENTO DEI SERVIZI
EDUCATIVI E SCOLASTICI DI ROMA CAPITALE
A GESTIONE DIRETTA PUBBLICA



Per garantire il funzionamento delle proprie strutture educative e scolastiche a gestione diretta, i Comuni,  annualmente, impiegano a livello nazionale, oltre al proprio personale di ruolo, alcune migliaia di lavoratori, previa instaurazione di rapporti a tempo determinato con personale incluso in graduatorie di concorso o in graduatorie specificatamente costituite per le supplenze (lunga e breve durata).

I limiti fissati nell’ultimo quinquennio, dal complessivo quadro normativo di riferimento, non hanno tuttavia consentito di sviluppare politiche assunzionali a tempo indeterminato coerenti con il mantenimento dei livelli quantitativi dei servizi educativi e scolastici erogati, con la conseguente necessità di reiterare contratti a tempo determinato a personale che ha, in molti casi, superato il limite dei 36 mesi previsto dal D.Lgs. n. 368/2001 e confermato dal D.Lgs. n.81/2015.

26 maggio, 2015

Per una politica meridionalista

Un mio articolo pubblicato su la Repubblica Napoli il 22 maggio 2015.

L'articolo con il quale Ottavio Ragone ha voluto avviare il suo lavoro di direttore di Repubblica Napoli ha esplicitato un'ispirazione, culturale e politica, quella del grande Meridionalismo.
E' una tradizione impegnativa, che inizia con le parole profetiche di Mazzini: "l'Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà". E che attraversa tutto il secolo scorso: Fortunato, Salvemini, Gramsci, Nitti, Sturzo, Dorso fino a Saraceno, Compagna, mio padre e molti altri che, insieme a migliaia di persone, hanno lavorato per il riscatto, l'innovazione, la lotta ai potentati fondati sull'interesse proprio contro quello comune e per una politica capace di guidare questa spinta.
Il Meridionalismo era fatto di persone molto diverse e che sostenevano posizioni differenti. Eppure avevano alcuni forti tratti comuni. Erano capaci di analizzare in modo rigoroso la nostra realtà entro lo scenario nazionale ed europeo. Facevano proposte bene articolate legate a persone competenti. Pensavano che il nostro riscatto non poteva avvenire con la demagogia né arrendendosi al "piangi e fotti" dei notabiliati parassitari. Non erano "élites di testimonianza" ma si impegnavano a "fare politica" coinvolgendo migliaia di insegnanti, imprenditori, funzionari pubblici, artigiani, contadini, scienziati, operai attraverso l'impegno disinteressato, anche nei partiti, nei sindacati, nell'associazionismo. Non sono mai stati "contro il Nord" ma "insieme alla parte migliore del Nord" perché ogni volta hanno cercato le possibili alleanze contro il nemico comune: la rendita.

10 maggio, 2015

Quando la scuola si ferma

Un mio articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa il 6/5/2015 a seguito delle proteste del mondo della scuola contro i progetti di riforma del Governo.

Quando si ferma la scuola è una cosa seria. La scuola è, infatti, un luogo che unisce molte cose: si impara il sapere dell'umanità in un tempo di radicale mutamento del come e del cosa si impara, si apprende a stare insieme tra coetanei nel mezzo di una crisi educativa generale che è di tutta la società, è il luogo della Repubblica che è più vicino alle attese e ai sentimenti di ciascuno. Sì, perché la scuola - tra bambini, ragazzi, docenti e altri lavoratori - comprende 9 milioni di persone; e, intorno - tra genitori, nonni e altri - almeno altri 20 milioni. Luogo di speranza e artigianale costruzione, di grande inclusione, di dolorose esclusioni, di meravigliose innovazioni fatte da docenti straordinari, di conservazioni inaccettabili e anche di docenze mediocri.
E' per questo e per tanto altro ancora che tutto ricomincia a muovere le menti e i sentimenti quando il tema è la scuola. Esercitare scelte riguardanti la scuola, in modo democratico, non è facile. Ci vogliono processi ben sorvegliati. E' certo che non tutti possono essere sempre d'accordo. Ma è pur vero che se così tanti - e così diversi tra loro - sono contro una proposta che riguarda la trasformazione della scuola bisogna dare ascolto - per il bene stesso del processo di cambiamento -  e riflettere perché, evidentemente, il processo non è andato come poteva.

26 marzo, 2015

Un "normale" martedì di marzo

Un mio articolo scritto dopo alcune scene impressionanti avvenute nella periferia est della città e pubblicato su Repubblica Napoli il 25 Marzo.

E’ un normale martedì di marzo. Ma è un tempo di seria riflessione per la nostra città.
Ponticelli. Le telecamere dei carabinieri riprendono una strada per vari mesi. Lo si capisce dagli abiti delle persone riprese. Prima calzoncini e magliette. Poi abiti invernali. Sono scene che si ripetono nel tempo. E’ un luogo dove non vi è la legge. Non è un singolo episodio. E’ la ripetizione nel tempo che colpisce. Con una normalità della scena, una consuetudine nei gesti. Il monopolio della forza sul quale si basa ogni stato di diritto è evidentemente eclissato. La via è in mano, mese dopo mese, episodio dopo episodio, a bande, giovanissime, che vengono, vanno, ritornano. Gli abitanti sono terrorizzati.
I giudici, i carabinieri, i funzionari della Questura ripetono che non sembra l’Italia. Lo ripetono con voce misurata e affaticata, in modo accorato, dolorante. Colpisce che dicano questo dopo avere appena arrestato oltre 60 persone di tre diversi clan. Non cantano affatto vittoria. Non minimizzano, non sono soddisfatti. Molti degli arrestati sono giovanissimi. Giudici e forze dell’ordine parlano con toni preoccupatissimi. Dicono che si deve fare molto di più. Chiamano a una nuova stagione di impegno straordinario tutte le istituzioni e la nostra comunità. Hanno ragione.
Dobbiamo fermarci a capire cosa sta succedendo. Guardo queste scene sullo schermo con gli amici che lavorano da anni in questi quartieri, insegnanti, operatori del sociale che hanno, nel tempo, costruito una conoscenza, una competenza straordinaria, unica in Italia.

29 gennaio, 2015

La scuola è mondo

Quest’estate ci siamo presi il tempo per una lunga conversazione, l’abbiamo registrata e ci abbiamo lavorato su. Ed eccoci qui, finalmente!
 Il  4 febbraio arriva in libreria “La scuola è mondo. Conversazioni su strada e istituzioni” (Edizioni Gruppo Abele). Si parla di scuola. Ma si parla soprattutto dei modi dell’apprendimento, del mondo che cambia e delle nuove sfide educative che l’Italia ha di fronte. E di innovazione sociale, buona politica e vari altri aspetti della vita umana…


07 gennaio, 2015

Il suo blues oltre le generazioni

Un mio articolo sulla scomparsa di Pino Daniele, apparso su La Stampa del 6/1/2015.

Due cose a Napoli sono come i venti che vengono dal mare, che cambiano ma restano eterni: la musica e il teatro. Quando muore un teatrante o un musicista di Napoli, qui è lutto vero.
I funerali di Pino Daniele non sono a Napoli. Se lo fossero, si sarebbero riempite le vie di un popolo di ogni età che, all’ora data, sarebbe “sceso” - come si dice qui. Ma il tributo intenso, universale a Pino c’è. Da ieri mattina i negozi e i bar, i ristoranti e gli ambulanti con le radio accese, le strade riempite per i saldi e le stazioni del metrò risuonano del suono di Pino. Le persone si fermano, commentano i testi che riempiono l’aria gelata, che ognuno conosce strofa per strofa, senza omissioni, e canticchiano e ricordano. La gente parla di lui, dei suoi concerti, del primo disco comprato, dei figli che collezionano i dischi. I bambini ascoltano i genitori e sanno di cosa si sta parlando, senza bisogno di spiegazioni. Su skype e su facebook le decine di migliaia di ragazzi e ragazze andati lontani per studio o per lavoro, si collegano, chiedono “che si dice” nella loro città. Da fuori si sa com’è in questi momenti; e ci si sente più lontano e più vicino. Ogni incontro oggi per strada inizia con Pino, prima ancora del saluto. Quartiere per quartiere. E’ tutto così.

07 novembre, 2014

E Marianna scoprì il numero pazzo

"I bambini pensano grande. Cronaca di un'avventura pedagogica." (Sellerio editore, Palermo, 2014). Il maestro elementare Franco Lorenzoni spiega in un libro come insegnare “dando il tempo di perdere tempo”. La mia recensione apparsa il 7 Novembre 2014 sul quotidiano La Stampa.

C’è un frammento di Senofane. Gli dei non svelarono agli uomini tutti i segreti:
sono migliori gli esiti di una ricerca lunga. E’ a questo frammento che ho pensato dopo avere letto e riletto il libro del mio amico Franco Lorenzoni.
Un gruppo di alunni di V elementare vogliono misurare l’altezza del castello del loro antico borgo. Il maestro li aiuta a viaggiare nel tempo, all’origine del nostro comune sapere. Scoprono che Talete, duemilaseicento anni fa, durante un viaggio in Egitto, aveva trovato il modo di misurare l’altezza della piramide di Cheope usando l’ombra. Così - mentre studiano l’Egitto antico e il perché era così importante misurare la terra lungo il Nilo e anche come si calcola il passaggio del tempo da allora ad oggi – misurano a gruppi le loro altezze e quelle delle loro ombre alle diverse ore del giorno. Trovano l’ora esatta nella quale le loro ombre sono la metà dell’altezza di ognuno. Poi misurano l’ombra del castello all’ora giusta stabilendone l’altezza. Imparano la geometria così. Come fu originata, sulle orme di una grande maestra della scuola pubblica italiana, Emma Castelnuovo, “dando il tempo di perdere tempo”.

30 settembre, 2014

Campania: rispondere alle attese di buona politica


Questo articolo è stato pubblicato su La Repubblica di Napoli il giorno 30 Settembre.


Sono giornate di ripresa e di turbolenza politica. E non è facile orientarsi. 
La vicenda giudiziaria che riguarda il Sindaco di Napoli è venuta proprio nel momento in cui iniziavano a scaldarsi i motori in vista delle elezioni del consiglio metropolitano ma soprattutto  della lunga campagna per la guida della regione. 
La reazione del Sindaco alla vicenda che l’ha coinvolto è disarmante. Insomma, si sa: le regole possono non essere le migliori; però, una volta date, lo sono per tutti; e lo sono di più per chi ha maggiori responsabilità. Questa è la loro natura, la loro sintassi. Parlare di regole esattamente in questo modo – come ha sempre fatto, con enfasi, il Sindaco - salvo poi smentire questa linea, con toni smaccatamente anti-istituzionali, quando capita a lui, è smentire la sintassi stessa. Per il posto che ricopre (e anche non volendo considerare la sua storia e le sue posizioni pubbliche su analoghe vicende), Luigi de Magistris era chiamato a rispettare i modi e i toni che sono confacenti alle responsabilità istituzionali che riguardano la guida della terza città d’Italia. Non l’ha fatto. Perciò, sulla vicenda in sé, vi è ormai poco da dire. Perché ha detto lui da solo che il suo orizzonte è fuori dalla responsabilità pubblica. 
La cosa, però, assume una forte valenza negativa per i cittadini, ben oltre quel che avverrà al sindaco: sospensione, dimissioni o lento tira e molla.

10 settembre, 2014

Micromega

E' in edicola Micromega n. 6/2014, un numero monografico dedicato alla scuola. All'interno c'è un mio contributo sul fallimento formativo, di cui riporto un piccolo estratto introduttivo. 

"Poiché è onesto esplicitare da quale punto di vista si guardano i fatti, le posizioni dalle quali guardo la “dispersione scolastica” – che è meglio chiamare “fallimento formativo” -  sono più d’una. Ho insegnato nelle scuole primarie in Italia e all’estero e perciò ho esperienza diretta di più modelli di scuola; ho fatto l’educatore sociale mentre facevo l’insegnante e ho imparato a riconoscere, nel concreto, che apprendere è cosa “ben più larga” di imparare a scuola; mi sono occupato di una scuola di seconda opportunità e ho a lungo lavorato, dunque, con ragazzi già fuori dalla scuola mettendo alla prova un modello di apprendimento più flessibile e a misura di ciascuno, sempre pubblico ma “altro e diverso”  - così come raccomanda la Convenzione dei diritti dei bambini di New York  e come ha indicato già Jacques Delors all’avvio dell’Unione Europea ; ho, nel tempo, riconosciuto che non basta “riportare alla scuola così com’è” per riconquistare chi è già fuori dal diritto all’istruzione e che, d’altra parte, la scuola così com’è contiene un forte eccesso di standardizzazione che è con-causa dei fenomeni di “caduta fuori”/droping-out dalla scuola ; ho avuto la possibilità di guardare al sistema scolastico nel suo insieme e non solo da dentro l’esperienza operante, potendo esaminare la grande complessità dei dati che mostrano i punti di tenuta e di innovazione ma anche i molti limiti del nostro sistema; ho potuto avere  il punto di osservazione di chi, insieme ad altri e entro i processi istituzionali, contribuisce alle politiche pubbliche.
Qui vorrei esplicitare, in particolare, due punti di vista dai quali continuo, testardamente, a guardare al fallimento formativo i quali – credo – abbiano sia una connotazione etica e di diritto pubblico che politica. La prima proviene da don Milani. Che ha avuto, per tanti della mia generazione, un’importanza decisiva per come si guarda al mondo e anche per le scelte personali e che, quaranta anni fa, mi ha, in qualche modo, spinto a fare il maestro e a farlo prevalentemente nei luoghi delle povertà educative, luoghi ai quali sono ora tornato, dopo l’esperienza di Sottosegretario di Stato all’Istruzione, con delega anche per la dispersione scolastica. [...]"

Continua su Micromega n. 6/2014

08 settembre, 2014

Un sussulto per il rione martoriato

Un mio articolo apparso su La Stampa del 7 Settembre sulla tragica morte di Davide Bifolco e sulle risposte della politica verso chi cresce nei rioni di Napoli.

Davide Bifolco era poco più che un bambino. Morire così a diciassette anni è terribile. Il dolore dei genitori, dei fratelli e degli amici è terribile. Lo smarrimento di tanti insegnanti, educatori, mister dei campetti di periferia, volontari, parroci, assistenti sociali impegnati ogni giorno in città è grande in queste ore. E la città tutta intera tocca ancora una volta le sue ferite.
Non è proprio il caso di fare ipotesi su come è andata. E’ bene tacere e aspettare le indagini. Certo, un ragazzino non può morire così. Non è ammissibile.
Ma sulla scena che sta intorno a questo strazio non si deve tacere. E per chi non è di Napoli va raccontata questa scena.

27 agosto, 2014

Cosa si chiede a una scuola moderna

Sono giorni in cui si parla di nuovo e molto di scuola e di possibili novità in arrivo. Oggi 27 Agosto La Stampa pubblica una mia riflessione su ciò che si chiede a una scuola moderna. A partire dai ragazzi e dal migliore lavoro dei docenti. 

"Il Presidente del Consiglio fa molto bene a ripetere che il futuro dell’Italia è determinato dal futuro delle nostre scuole. Si vedrà quel che sarà fatto, a partire dal prossimo Consiglio dei Ministri. Ma, intanto, una cosa è certa: sono finiti gli anni cupi del disinvestimento in istruzione, nei quali la nostra scuola - a differenza di tutti i paesi OCSE e di tutte le stagioni della nostra stessa storia nazionale - veniva  considerata una zavorra anziché il più importante degli investimenti.
Ma quale scuola serve per il futuro?
Per rispondere è davvero importante partire dai ragazzi. E dal migliore lavoro dei docenti. E da come le due principali risorse della scuola hanno saputo rispondere al lungo stallo italiano e poi alla crisi. [...] "

L'articolo integrale qui. 

26 luglio, 2014

Con l’altro davanti

E' in libreria "Con l'altro davanti" (ed. Libreria Universitaria) 

Da molti anni ho ripreso a interrogarmi sul significato degli incontri umani – di tutti gli incontri umani, ben oltre la scuola - coma base dell’apprendere e dell’educare. Questo lavoro sui fondamenti mi aveva portato, sette anni fa, anche a riprendere gli studi universitari dopo troppe interruzioni. Ero intenzionato a capirne di più, iscrivendomi alla Pontificia Università Salesiana ma soprattutto leggendo intensamente e con metodo sul tema. Avevo anche un grande bisogno di parlarne in modo libero da schemi e facili conclusioni e, dunque, con una persona e una ricercatrice che, proprio su questo tema, ne sapesse davvero tanto. E’ così che ho costruito una serie di lunghe “sedute di conversazione” con Clotilde Pontecorvo, mia cara amica e maestra; sedute di intervista-conversazione che sono state il centro, poi, anche della mia tesi di laurea.
Clotilde è professore emerito di psicologia dell’educazione dell’università la Sapienza di Roma. Docente universitario di vasta cultura filosofica, pedagogica e psicologica, ha sempre lavorato a contatto con le scuole e gli insegnanti. Membro ascoltato di molti organismi istituzionali, è impegnata da decenni per l’innovazione della scuola pubblica, la formazione dei docenti, l’accurata costruzione dei contesti di apprendimento e la centralità dei temi educativi nella società contemporanea. Ricercatrice di profilo internazionale, ha scritto e curato una ventina di volumi e più di 230 articoli e monografie, dedicati, in particolare, alla complessità dei processi socio-cognitivi, ai contenuti e alla didattica soprattutto di area umanistica e alle interazioni discorsive tra le generazioni a scuola e in famiglia.
Nel conversare con Clotilde sono partito dalla nota affermazione di Martin Buber: “Ogni vita vera è incontro”. Da qui è nato un dialogo molto appassionato che interroga il senso e le prospettive del dialogo stesso. E che è andato avanti e indietro tra la vicenda biografica di Clotilde, la storia degli studi e delle ricerche sul tema, le diverse prospettive e i grandi quesiti intorno alla nozione di altro che attraversano più tradizioni, da quella ebraica a quella cristiana a quella del tempo dei lumi a quella che è a fondamento, con Socrate, della filosofia antica.
Per chi si occupa di scuola e di educazione è un libro che prova anche a mostrare come la ricerca in campo psicologico, pedagogico e delle neuroscienze oggi attesti che il riconoscimento dell’altro sia alla base dell’apprendimento umano.
Per me che c’ho lavorato ne è venuto una sorta di nuovo richiamo all'altro come fondamento, ancora oggi, della possibilità di vivere e operare insieme per la polis.

24 luglio, 2014

Da tutto il mondo

L’altro ieri (22 luglio) sono andato all’incontro di 400 maestre e maestri provenienti da tutto il mondo. Maestri spesso di bambini poveri, in piccole scuole lontane dai grandi centri  (come nella foto) o in scuole piene di bambini e bambine nelle metropoli gigantesche del modo. Sono i maestri che si sono formati e che si ispirano alla pedagogia di Celestin Freinet e della cooperazione educativa. Alla quale mi sono formato quando ho iniziato a insegnare.
Dal 21 al 30 luglio si riuniscono a Reggio Emilia. E lavorano. Tanto e bene. Basta guardare un attimo i soli titoli dei molti laboratori. Sì, solo i titoli dei laboratori formativi  - guardate qui, per favore ci dicono di mondi, di tempo dedicato, di vero confronto tra persone che fanno lo stesso mestiere a migliaia di chilometri di distanza, in contesti diversissimi, eppure….
Tanto ma tanto materiale prezioso, costruito da persone dedicate e capaci e sul merito delle cose. Quanto ci vorrebbe più tempo e pensieri dedicati a queste cose, in questo Paese...

12 luglio, 2014

Quelle barriere che separano le persone dalla bellezza

Questo che segue è il mio articolo uscito su Repubblica Napoli di oggi a commento dell’intollerabile morte di Salvatore Giordano, ragazzo di 14 anni colpito da una pietra caduta da un cornicione storico nel centro monumentale della sua città, vittima innocente della perenne incuria della città di Napoli, ora tutta transennata. E segno di irresponsabilità degli adulti, incapaci di lasciare alle future generazioni i luoghi curati e manutenuti come dovrebbe avvenire in ogni comunità umana.


Sciama il vento di maestrale. La pioggia che è passata ha ridato nitidezza a S. Martino, a Capodimonte, alle centinaia di palazzi messi uno accanto all'altro con maestria, nei secoli; e ridà luce al golfo, che viene incontro com'è ritratto nei quadri ammirati nei grandi musei di Vienna, di Londra, di Parigi, di San Pietroburgo. I dipinti dei migliori pittori d’Europa che volevano mostrare ovunque una delle città più belle al mondo. Da sempre vista così.
Ma in questi giorni così luminosi i turisti che continuano a venire per ammirarci e i cittadini di Napoli sono messi a distanza dai luoghi. Crescono le barriere tra le persone e le bellezze. Ovunque. E ora nel centro monumentale. Il palazzo reale è transennato e vi si accede da un lato che il gruppo dei turisti, uscito estasiato dalla metropolitana, non può trovare. In via Toledo altre transenne impediscono l’ingresso in Galleria. E altre ancora stanno davanti al S. Carlo. Le persone passano, commentano, sentono la città come in una specie di assidua quarantena. Si dispiacciono. Per Salvatore. Per i luoghi deperiti e resi un pericolo. La ragazza napoletana che parla un buon inglese cerca di spiegare alla coppia salita dal porto con la guida in mano che è un’emergenza, che c’è pericolo. La giovane coppia dice che non capisce. La ragazza risponde loro - con un sorriso di vergogna dignitosa - che neanche lei capisce. E ha ragione.

01 luglio, 2014

Dare forza ai potenziali di cambiamento positivi

Un mio articolo apparso sulla Newsletter Nuovi Lavori n. 135 del 24 Giugno 2014 dedicata al tema: "Perchè il Mezzogiorno non si ribella?".

Più che domandarsi perché il Sud non si ribella all’evidenza del declino economico e della marginalità prolungata (pre-esistenti a questa crisi ma da essa aggravati) - che continua a escluderne i cittadini, più che altrove, dalle opportunità e dai diritti civili e sociali - conviene, forse, ritornare a indagare i fattori di cambiamento e quelli di conservazione che convivono sulla scena del Mezzogiorno.
Con uno sguardo a ritroso e uno sull’oggi.
C’è un passaggio della storia del Mezzogiorno al quale, nella riflessione comune, è importante tornare. L’Italia è una Repubblica grazie alla vittoria del referendum costituzionale. Ebbene, quella vittoria ci fu anche grazie al compatto e non scontato voto repubblicano dei contadini e dei braccianti meridionali. La parte più povera, dunque, della società meridionale si rivelò essere fortemente dinamica in un passaggio decisivo. E fu dinamica nonostante due decenni terribili, vissuti proprio da questa parte della popolazione più esclusa dai diritti e dalle opportunità.
Ricordiamolo. Tra il 1926 e il 1941 - mentre vi fu un nuovo aumento demografico più rapido di quello del Nord - la recessione mondiale e la sua gestione da parte del regime fascista imposero la riduzione dei salari agricoli a sostegno dei latifondisti e fecero crollare i prezzi in agricoltura che allora contribuiva per il 70% alla formazione del reddito meridionale. E, intanto, si arrestarono l’emigrazione verso l’America e il flusso delle rimesse degli emigranti, colpiti dalla chiusura all’emigrazione italiana del 1921 e, poi, dalla grande crisi del 1929. Così, la disoccupazione di massa e la miseria investirono soprattutto contadini e braccianti. E non bastarono ad arginarle né l’arruolamento nelle guerre di Spagna e d’Etiopia né le lente politiche delle opere pubbliche (limitata bonifica, estensione delle reti stradali, lavori nelle città), né le fragili protezioni sociali (prima previdenza, piccolo imponibile di mano d’opera). Quel Mezzogiorno legato alla terra e stremato dalla miseria fu portato a conoscenza del grande pubblico italiano e mondiale dal Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi.


30 giugno, 2014

Un evento civile per unire il Paese

L'articolo a mia firma pubblicato su Repubblica Napoli il 28 giugno. Una riflessione sulla violenza negli stadi nel giorno dei funerali di Ciro Esposito.

La folla di Scampia che ha accompagnato Ciro Esposito, riunendo tutta Napoli e anche tanti pezzi d’Italia, è un evento civile di rilevanza nazionale. 

Sì, nazionale. 
Perché quando una folla di migliaia di persone e di tantissimi ragazzi e ragazze di una città ferita piange, in modo così composto, senza proteste né rivendicazioni, un proprio figlio innocente – un ragazzo noto per avere sempre vissuto lontano dalle violenze, un semplice amante del calcio, vittima di follia criminale - vuol dire che un’intera città sta provando a rimettere nell’ordine giusto le cose, a cominciare dalle più sacre e più vere, dalla vita e dalla morte. E sta mostrando che quest’opera di riparazione è possibile ovunque ed è urgente in tutto il Paese.
Per questa straordinaria pagina di civiltà dobbiamo tutti ringraziare una mamma e una famiglia esemplari che si sono sapute fare guida di una città e esempio per l’Italia.  Lo hanno fatto usando ogni volta le parole giuste con equilibrio miracoloso. Lo hanno fatto facendo appello alla parte migliore di ciascuno di noi, per riunire proprio la comunità nazionale, ben oltre le appartenenze calcistiche e i campanili, ben oltre i palazzi di Scampia e la città di Napoli, ben oltre lo stesso amore per il pallone. E quando le persone più colpite, dopo una terribile agonia e una morte così tragica, nel mezzo di un dolore che si fa fatica anche solo a nominare, sanno ricorrere alla propria più profonda spiritualità e a uno spirito repubblicano in senso vero e, da cittadini della Repubblica con una qualità etica fuori dal comune, fanno appello alla pace e ci riescono, vuol dire che la riparazione civile, in questo nostro caro Paese, è possibile. 
Questa riparazione – alla quale ieri siamo stati chiamati - riguarda molte cose. E – sia chiaro - comporta metterci tutti in discussione, affrontare la fatica positiva di interrogarsi su quel che conta e quel che non conta, su ciò che è bene e ciò che è male. Vuol dire lavoro con se stessi e con gli altri, ascolto reciproco, costanza nel mettere da parte le distruttività che ognuno di noi ha e inventare, raccogliere, costruire speranze. 
Questa riparazione non è fatta di parole ma di atti che vanno, appunto, pazientemente messi insieme, uno dopo l’altro.
Il primo di questi atti riguarda la giustizia per Ciro. Se la famiglia di Ciro e una città intera hanno rifiutato ogni parola di vendetta, a maggior ragione la giustizia deve sapersi esprimere nel modo più credibile possibile. La Procura di Roma deve fare bene e presto il suo lavoro, senza ombre e impunità, di alcun tipo. 
In secondo luogo va ricostruita – perché non accada mai più – la catena evidente di errori nella gestione di una giornata che non doveva proprio finire così. Da tale ricostruzione vanno, poi, tratte delle conclusioni circa le responsabilità. 
Ma è tempo di più profondi mutamenti. Ognuno di noi conosce decine di ragazzi che amano il calcio, che non sono violenti, che si accalorano per la propria squadra ma che non si nutrono di odio contro gli altri per cercare una propria identità. Sono ragazzi dei quartieri protetti e di quelli esclusi, che durante la settimana studiano, lavorano, provano, con vere difficoltà, a trovare le vie per farcela in un momento nel quale non è semplice crescere e costruirsi un futuro; e amano, coltivano amicizie e curiosità infinite per il mondo. Questi ragazzi vanno allo stadio perché vivono la passione ludica per il calcio, che è, in tutto il pianeta, la cosa che unisce più persone, la più grande metafora, comune a tutti, delle meravigliose complessità della vita. E per questi milioni di ragazzi, così come per gli adulti, vi è il sacrosanto diritto di raggiungere lo stadio, sedersi, divertirsi e tornare sani e salvi a casa. 
Va finalmente ripristinato un sistema di limiti e di patti che permetta questo.
Le autorità che non sanno garantire neanche le condizioni elementari perché ciò avvenga vanno sostituite. I sistemi di sanzione per le squadre i cui tifosi vanno oltre ogni presidio del limite civile –con l’istigazione alla violenza e il razzismo o con gli atti violenti – deve prevedere una penalizzazione nella posizione in classifica. Alle frange fanatiche e violente di ogni tifoseria va impedito di controllare biglietti e ingressi, di recarsi allo stadio in modo militare, di condizionare il tifo sano in modo intollerabile. Le società di calcio, dopo questo funerale, devono sapere fare un gesto chiaro, scindendo ogni connivenza con quanto non è più accettabile. E anche il giornalismo sportivo deve sapere presto dismettere toni, lessico, costruzioni mentali che nutrono alibi per le violenze.  
E, poi, i capi o i rappresentanti delle tifoserie devono mettersi finalmente in discussione e ripristinare dei patti di onore, fondati sul reciproco rispetto. In ogni ambito umano si formano delle leadership. Quando, però, questi leader portano verso il disastro devono trasformarsi, cambiando radicalmente rotta o essere costretti a farlo. A Roma il 3 maggio scorso – va pur detto – sono stati valicati, da parte di una minoranza fanatica, due ulteriori limiti rispetto a ogni tradizione del tifo: è stato cercato lo scontro fisico da parte di una tifoseria di una squadra che non era in campo quella sera ed è stata usata un’arma da fuoco in una rissa tra tifoserie. 
Ebbene: quando, nelle dinamiche anche conflittuali tra i gruppi umani, si valicano i limiti simbolici ed insieme, concretamente fattuali che questi stessi gruppi si sono implicitamente dati lungo il tempo, secondo codici reciprocamente riconosciuti, è giunto il momento di ritornare presto a un nuovo patto generale, esplicito, costruito in un luogo simbolico e sulla concorde adesione, un patto di pace capace di avere un’autorevolezza tale da isolare per sempre chi non sa aderire a una nuova più ragionevole maniera di confrontarsi intorno a una comune passione. 
E’ questo che devono fare le tifoserie oggi o essere costrette a fare.
Gli adulti che sanno camminare per i quartieri delle città, che fanno gli educatori nelle scuole, nei centri sportivi, nelle parrocchie e che ascoltano i ragazzi sanno che questo è il tempo per ripristinare un presidio dei limiti e anche un onore perduto. Il calcio affianca ogni giorno tutte le attività di milioni di ragazzi e ne plasma e accompagna le idee e le difficoltà, le speranze e le possibilità. La questione calcistica non è – dal punto di vista educativo – una questione come le altre ma in qualche modo le comprende tutte, proprio per la sua potenza metaforica e la sua universalità. 
Perciò è tempo di girare davvero pagina.
E, dopo lo straordinario funerale di Scampia, la città di Napoli, che ama la sua squadra, è chiamata a riprendere una posizione nazionale della quale si è dimostrata all’altezza ieri e perciò – proprio nel nome di Ciro e della sua famiglia – a proporre a ogni tifoseria d’Italia una stagione di pacificazione e di vera riparazione civile. 

27 giugno, 2014

Diamo giudizi ma senza bocciare

Un mio contributo pubblicato su La Stampa del 26 giugno che prende spunto dal dibattito in corso in Francia sui voti e le bocciature.


Da qualche tempo la Francia s’interroga sui voti e sulle bocciature. Questo dibattito di oltralpe è utile anche a noi. Ci aiuta a guardare ai nostri punti di forza o di debolezza. E forse ci suggerisce qualche trasformazione già da tempo matura.
In Italia, come ovunque, sappiamo che bisogna raggiungere presto e bene le conoscenze irrinunciabili, ben descritte nelle indicazioni nazionali dove è detto cosa si deve sapere nelle diverse discipline in seconda, in quinta, in terza media e poi nelle diverse scuole superiori. Perciò, tutti sappiamo che ci vuole qualcuno – la maestra, il prof. – che ti dica: “guarda che questa cosa la sai ma quest’altra non la sai o la sai in parte e la devi e puoi apprendere”.
Il voto numerico è solo un modo, anche abbastanza grossolano, per fare questo. Il principio secondo il quale un adulto educatore vaglia, insieme al suo alunno o studente, le conoscenze e competenze non viene messo in discussione quando si discute del voto numerico. Né in Francia né qui. Quel che si discute oggi in Francia è un sistema centrato su conoscenze misurate solo con prove rigide, secondo scadenze ripetute in tempi non distesi, fin dalle classi elementari, con i docenti a fare medie aritmetiche estenuanti su ogni item di sapere, fino ai decimali e poi o bocciati o promossi. Il dibattito francese guarda finalmente alla possibilità, soprattutto per i più piccoli, di tempi e modi più distesi per favorire e misurare gli apprendimenti – cosa che noi abbiamo iniziato nel 1955.
La Francia, poi, si chiede se abbia senso spingere verso classi separate tutti i bambini in difficoltà (o perché appena arrivati da altri paesi o perché disabili o perché in una qualsiasi situazione di fragilità), dato che altri modelli - come quello italiano – integrano gli alunni con bisogni educativi speciali nella scuola ordinaria dal 1977, con buoni risultati per tutti - secondo l’OCSE.
I nostri vicini si stanno, infine, chiedendo, se la paura della bocciatura sia davvero la leva più utile per apprendere. E questo dibattito ci riguarda, eccome. Quasi tutte le scuole psico-pedagogiche – anche grazie a estese ricerche, ripetute nel tempo e in ogni cultura – pensano il contrario. Noi bocciamo i più piccoli molto di meno dei francesi: 0,2 % alla primaria, 4,3% alle medie. Ma – attenzione! - ancora l’11,8% alle superiori. E bocciamo soprattutto durante la crisi adolescenziale (15-16 anni) e nelle aree del Paese più povere e povere d’istruzione. E la maggior parte di chi viene bocciato entra a fare parte del 17,8% di ragazzi che ritroviamo a 25 anni senza diploma né qualifica professionale; che hanno rare occasioni di recuperare, che faranno lavori con bassi contenuti di sapere o rimarranno inoccupati, con grave danno per loro, per lo sviluppo economico che è fondato sulle conoscenze e per la coesione sociale.
La scuola deve essere più accogliente ma anche più rigorosa, avere percorsi per tutti ma superare gli eccessi di standardizzazione, favorire l’apprendimento laboratoriale rispetto a quello trasmissivo, fare i conti fino in fondo con il carattere permanente della rivoluzione tecnologica con cui i ragazzi si misurano in ogni momento eppure conservare anche modi di apprendere tradizionali.
Ma, detto ciò, non sarebbe meglio strutturare il sistema di conoscenze e competenze richieste per livelli, raggiungibili a scuola o anche dopo la fine della scuola senza dover per forza bocciare? Insomma, è possibile pensare – in Francia e in Italia - a una scuola che abbia un sistema di bilancio partecipativo e di rigorosa certificazione delle effettive competenze sulla base del quale Francesca o Françoise sanno a quale facoltà o programma di apprendimento successivo andare con quanto già sanno o a quale potere andare solo se recuperano quel che non sanno?
Ne vogliamo parlare anche noi?