30 maggio, 2009

Fabrizia, testimone dell’aspirazione alla politica

Oggi a Galassia Gutenberg c'è stato un pomeriggio dedicato al ricordo di Fabrizia Ramondino a un anno dalla sua scomparsa.

Oltre Napoli: la vita e l’opera di Fabrizia Ramondino

L'incontro è stato curato da Goffredo Fofi con Patrizia Cotugno, sono intervenuti e hanno portato testimonianze Iaia Caputo, Arturo Cirillo, Valentina De Rosa, Patrizio Esposito, Wlodek Goldkorn, Enzo Golino, Peppe Morrone, Giovanni Mottura, Andreas Muller, Livia Patrizi, Enrico Pugliese, Valeria Parrella, Paola Splendore, Assunta Signorelli.

Ho detto qualcosa anch'io e questo è il testo che ho cercato di seguire.


Esattamente 3 anni fa, il 30 maggio 2006, Fabrizia mi ha chiamato al telefono da Itri – si era simbolicamente candidata nella nostra lista, contenta di farlo, sapendo di straperdere; sì, il giorno dopo la sconfitta elettorale della nostra avventura di “decidiamo insieme” mi ha chiamato. E ha parlato un po’ di altro con la voce di ogni volta; poi è venuta rapidamente al dunque; e io ho annotato quello che mi ha detto:

“Marco caro, lo sai già, ma proprio perché hanno vinto così tanto, quelli fatti come noi, la strana gente che siamo, abbiamo maggiore responsabilità nel far valere il programma quello vero per i cittadini e per la città; c’è da tanto ma tanto da fare…”

Fabrizia si occupava d’altro. Lo sappiamo e le siamo riconoscenti. Ma la politica “la pensava” sempre.
E, allora - mi chiedo - quale era “ ‘sto programma quello vero per i cittadini e la città” che stava in testa a Fabrizia? Da dove veniva questa sua idea? E che cosa erano queste “maggiori responsabilità” di cui parlava?

Ce lo spiega bene Fabrizia nella sua bella intervista a Franco Sepe titolata “Questi vetruzzi finiti sulla spiaggia mi sembrano tante vite umane, chissà da dove vengono…”

“Come donna, come persona, come napoletana sono stata sempre impegnata nella questione sociale, poco dal punto di vista ideologico molto a livello concreto. La sinistra ufficiale, soprattutto quella comunista, tranne eccezioni, ha spesso considerato le nostre iniziative come inutili – la classica goccia nel mare – o addirittura le ha contrastate. Per formazione politica appartengo al filone del socialismo libertario – la mia tesi di laurea su Proudhon fu pubblicata nel ’65 sulla rivista anarchica “Volontà”, fondata da Giovanna Berneri, il cui marito Camillo fu ucciso durante la guerra di Spagna dagli stalinisti. Ovviamente ho salutato tutte le rivoluzioni sociali, da quella di Masaniello e di Cromwell alla rivoluzione francese alla Comune di Parigi a quella bolscevica. E naturalmente la lunga marcia di Mao. Ma il potere è una brutta bestia, logora e corrompe chi ce l’ha. Per me esercitare il potere significa che già mentre lo eserciti lo condividi e lo estendi a quanti più individui possibile.”

Questa suo orizzonte politico era costante nel tempo. Sette anni prima ne parlammo in occasione dell’uscita della versione italiana del libro “il bambino e la città” dell’anarchico inglese Colin Ward. Gli erano piaciute due citazioni.
La prima era del grande anarchico Petr Kropotkin, dalla sua definizione dell’anarchia, scritta per la Enciclopaedia Britannica. La lesse due volte ad alta voce, estasiata. Eccola:

“l’armonia non si ottiene per sottomissione alla legge o obbedienza alle autorità, ma grazie ai liberi accordi conclusi tra gruppi diversi, territoriali e professionali, liberamente costituiti nel nome della produzione e del consumo, nonché per il soddisfacimento dell’infinita varietà di bisogni e aspirazioni degli esseri civili”

La rileggeva. E mi piace ricordare i suoi occhi soddisfatti, ridenti.

La seconda era da Martin Buber e oggi pare quasi un controcanto a quello che Fabrizia ci ha lasciato in quella ultima intervista, quando dice che si era impegnata nella questione sociale e che diffidava del potere…. Eccola:

“Il predominio del principio politico, del potere, della gerarchia e del dominio sul principio sociale dell’associazione spontanea per le esigenze comuni provoca una continua diminuzione della spontaneità sociale espressa nella capacità e nella volontà di svolgere un ruolo attivo nella comunità.”

“Accussì, proprio accussì” – ripeteva.

E alla domanda , sempre di Franco Sepe – “secondo te come si combatte il potere?” – ecco la sua risposta:

“Tanto i grandi poteri, che provocano guerre fra popoli, opprimono le libertà individuali, ignorano il senso del limite, quanto quelli quotidiani, familiari o amicali, si combattono con l’immaginazione, la facoltà di immedesimarsi nell’altro, popolo o singolo che sia. E soprattutto con la diffusione dell’istruzione e della cultura – la vera cultura che non ha niente a che fare con l’indottrinamento ideologico o con l’uso che ne fanno sempre più i mezzi di comunicazione di massa. Se fossi un ministro della pubblica istruzione introdurrei già all’asilo l’insegnamento della musica classica antica e moderna, che con il suo metalinguaggio unisce invece di dividere. Kafka sosteneva che la cosa più difficile al mondo sono i quotidiani rapporti umani.”

E’ una risposta complicata. E anche sofferta. Parla di educazione – quando la politica non sa risolvere si parla sempre di educazione. Parla di musica e del carattere speciale di quel linguaggio. Quando pare che i linguaggi faticano ad avere un senso comune, si invoca la musica. E non è un caso che la citazione di Kropotkin sull’anarchia inzia, appunto, con la parola ‘armonia’. E parla poi – con uno scatto tipico di Fabrizia – delle relazioni tra persone, della difficoltà dei rapporti umani quotidiani. Rapporti quotidiani che sono stati difficili, spesso, per Fabrizia e con Fabrizia.
La impossibilità di una politica che sia lontano dal tessuto sociale vivo – che diventa tecnica del dominio – si lega all’idea della fatica delle relazioni e all’aspirazione all’armonia.
Un giorno sulla spiaggia di Laurito, commentando non ricordo quale vicenda di quella che comunemente si chiama politica, al commento di qualcuno – fatto con un velato senso di ammirazione - che diceva che non so chi aveva avuto grande “cazzimma”, Fabrizia, secca, replicò:
“ ‘a cazzimme è ‘a cazzimm e la politica e la politica”.
Ne seguì una delle molte, infinite nostre discussioni sulla relazione tra le due cose…. Ma era evidente che Fabrizia aveva scelto da tempo immemorabile la politica che non avesse relazione con quel altro ente.

Fabrizia perciò, fin da ragazza, si era dedicata alla questione sociale e alle sue azioni concrete come dimensione politica. Per libera scelta disincantata. Disincantata come è il disincanto di chi viene dalla borghesia e si impegna dall’altra parte perché, come una volta scrisse Fabrizia:
“Se l’esempio non viene dai ‘signori’ essi non sono degni di essere tali”.
Di chi si può permettere di fare senza incanto, appunto; e, dunque, di crederci – e lei ci credeva molto - ma sapendo anche tutto il resto.

Così voglio ricordare ancora una volta le sue giornate con i bambini della Torre a Quarto e della Pigna dove Fabrizia ha lavorato ogni giorno dalle 9 alle 16, per 6 anni, prendendo dalla vita gli argomenti per aprire con i ragazzi le vie del sapere, andando con loro in giro, fermandosi poi in una stanza semivuota qualsiasi, tra campagna e periferia, raccogliendo i loro racconti….

“Così ho celebrato il mio passaggio all’età adulta”.

Vi è un legame antico tra l’aspirazione alla politica – o, se si vuole all’utopia ma nella sua funzione politica – e i bambini.
Non so dirla altimenti che con la visione del profeta Isaia che piaceva molto a Fabrizia, su un tempo che sarà:
“Il vitello e l’orso frequenteranno insieme i medesimi pascoli e i loro piccoli riposeranno insieme… e farà loro da pastore un fanciulletto”

29 maggio, 2009

minuti 10 per la scuola


Brutte elezioni.
Ci sono 1600 candidati e una scheda di 50 centimetri per la nostra Provincia.

E nessuno quasi che parla di contenuti.
A sorpresa la coalizione di centro-sinistra che si riferisce a Nicolais mi ha chiesto di parlare per minuti dieci dei temi ai quali mi dedico da sempre, nel merito.

Non ho voluto dire di no. Perché dire anche poco sulle cose vive vale la pena comunque in questo deserto.

E, poi, parlo per quello che nei fatti sono: uno che si occupa di scuola e integrazione sociale, libero da appartenenze ma comunque non di destra.

24 maggio, 2009

Perdonate ma insisto


"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
 Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso
 vestito per molte settimane.
 Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle 
città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
 Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo
 appartamenti fatiscenti.
 Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina.
 Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
 Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi
 dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente
 davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani 
invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
 Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
 Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. 
Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma
 perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in
 strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma,
 soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel
 nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti
 o, addirittura, attività criminali."


"Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di
 comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
 Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le 
famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
 Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima
 relazione, provengono dal sud dell'Italia.

 Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. 
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".



Relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione
 del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, 
Ottobre 1912.

La foto è del 1947, dall'archivio di Life Magazine.

17 maggio, 2009

Napoli divisa tra razzismo e antirazzismo

Un anno fa a Ponticelli, nella periferia est di Napoli, un campo rom è stato assaltato e gli abitanti scacciati. Oggi una manifestazione della Caritas e della Comunità di S. Egidio ricorda quell'episodio.
Ho scritto questo articolo per la Repubblica Napoli di oggi.

A un anno dall’assalto ai campi rom di Ponticelli si tiene al centro della nostra città una manifestazione per ricordare e per riflettere. E’ un’occasione civile importante. Che chiama a un esame impietoso di noi stessi. Come italiani e come napoletani.
Perché l’anno che è passato non è stato un buon anno per l’Italia in fatto di sentimenti e di azioni volte all’effettiva difesa dei diritti di tutti. Tanto è vero che il Capo dello Stato chiama a vigilare contro la crescente xenofobia e che, per la prima volta nella storia, è in atto un aperto conflitto tra il massimo garante posto a tutela dei diritti umani a livello planetario – le Nazioni Unite – e il governo del nostro Paese.
Ma anche a Napoli – bisogna pur dirlo – stiamo vivendo un tempo cupo, che vede la città profondamente divisa tra chi è preso dalla regressione razzista e chi si batte per una civiltà dei diritti.
E sono i nudi fatti a dircelo, a partire proprio da quelli di un anno fà a Ponticelli. Ricordiamone la triste sequenza. Mentre le autorità annunciavano lo sgombero legale, per ragioni igienico-sanitarie, di alcuni campi rom lasciati per decenni all’abbandono più scandaloso, bande di giovani e meno giovani, spesso con precedenti di mala, assaltavano le baracche rom e le bruciavano lanciando molotov dai motorini, mirando non solo ai luoghi ma alle persone. Nelle strade vicine, dinanzi alle telecamere della Rai, si urlava in loro convinto sostegno perché si dovevano “vendicare i furti di bambini”, un’accusa antica, che – nella storia umana – ha sempre accompagnato la persecuzione dei gruppi minoritari da parte di maggioranze frustrate dalle persistenti povertà e aizate dalle menzogne.
A Ponticelli ci si riferiva in quelle ore a un episodio di intrusione in una casa del quartiere da parte di una minorenne, subito assicurata alla giustizia e sulle cui circostanze e responsabilità la magistratura stava già indagando, minorenne poi risultata innocente.
Ma a Ponticelli, come nei pogrom nella Russia zarista dell’ottocento, il pregiudizio si mescolava anche agli interessi più grevi. E presto gli incursori rivelavano ai giornalisti che le attività illegali dei rom facevano aumentare la presenza, per loro fastidiosa, della polizia nel quartiere e che i rom erano loro diretti concorrenti nell’accumulazione di ferro, alluminio e rame da rivendere. E, infatti, bruciato il primo campo, i poliziotti erano costretti ad allontanare le bande di predatori che intendevano “riprendersi rame e ferro”. Intanto i TG della sera riprendevano gruppi di donne del quartiere che ballavano e urlavano come nelle feste delle orde; e esaltavano la vendetta contro la comunità rom in quanto tale, rea di essere tutta intera “ladra di bambini”… un’adagio cupo, che fin dal Medioevo ha accompagnato l’attacco agli ebrei e agli zingari d’Europa, fino alla Shoah.
Così lo sgombero legale annunciato è stato sostituito dall’assalto incendiario contro chi è diverso. Così lo stato ha ancora una volta perso il monopolio della forza. E così il diktat della camorra di quartiere si è sposato con la crescita del pregiudizio xenofobo. Il “sistema” ha fatto le ronde per assicurare il quieto vivere dell’economia illegale di sempre mentre annunciava strada per strada di “proteggere la popolazione dagli zingari cattivi”.
Resterà nella memoria negativa di Napoli il fatto che roghi e assalti hanno costretto alla fuga notturna circa 500 persone - vecchi, donne, bambini inermi - protette solo dai poliziotti e dai volontari della Caritas e della Comunità di S. Egidio. E resterà nella memoria positiva che questi volontari - circondati da una folla attrezzata al linciaggio, quello vero - hanno coraggiosamente trovato i furgoni e le auto per portare in salvo, viaggio dopo viaggio, decine di persone sistemandole per la notta nelle abitazioni di cittadini civili di questa città.
L’indomani, alla fine del saccheggio, bande di squadristi rovistavano tra le povere cose lasciate. Ma nelle aule del 88° circolo didattico dove, di lì a breve, avrebbe dovuto concludersi un progetto tra bambini rom riconquistati alla scuola pubblica e altri bimbi del quartiere – un lavoro basato sulla narrazione di fiabe rom, che uniscono – i bambini di Ponticelli coinvolti nel lavoro didattico piangevano disperati: “Abbiamo visto i nostri compagni di classe fuggire piangendo tra la folla inferocita”.
E la politica? Mentre venivano lanciate le molotov i partiti di destra e il PD, all’unisono, tacevano sulle violenze e insistevano sullo smantellamento dei campi. E il PD affiggeva un manifesto per le vie della sua roccaforte elettorale che resterà un’onta nella sua storia perché confondeva rifiuti e presenza rom chiamando alla loro immediata cacciata dal quartiere mentre le bande erano già all’assalto.
Ma quel che è ancor più grave è che nessuno con una funzione di rappresentanza politica è stato lì sul posto insieme alle forze dell’ordine. Né un parlamentare né un solo rappresentante di comune o provincia o regione. Nessuno è stato in grado di parlare con le due parti.
Queste cose sono avvenute l’anno scorso nella nostra città e – per la loro inaudita gravità - sono state oggetto di studio e riflessione da parte degli studiosi del razzismo e delle persecuzioni dell’Europa intera. E queste cose non sono, purtroppo, restate isolate. Anzi. Da allora c’è stato il massacro di lavoratori neri a Castel Volturno, i cortei contro gli stranieri nella zona occidentale, il pestaggio di un ragazzo italiano perché non era bianco, l’astio contro alunni rom di una scuola elementare sol perché una bimba rom era risultata positiva al test della TBC senza essere malata, la separazione “d’autorità” di una mamma africana dal suo bimbo appena nato in un ospedale cittadino.
Di fronte a tutto ciò sono poco credibili le ricorrenti prediche auto-assolutorie sulla buona natura partenopea, che sarebbe diversa da quella di altre parti d’Italia. Ed è davvero tempo che si torni anche a Napoli all’impegno sui diritti umani e civili.

14 maggio, 2009

Legalità sostenibile

Difficile curare il blog quando si passa molto tempo viaggiando su e giù per lo stivale. Spero di tornare a maggiore regolarità.
Mi sto occupando sempre di innovazione della scuola e dell’apprendimento professionale a Trento – dove ormai sto abitualmente quattro giorni a settimana. A proposito di scuola in generale segnalo il sito educationduepuntozero di cui curo la pagina dedicata alla “città educativa”.

Ho passato questa volta l’inizio settimana a Napoli. Dove 1500 (!) candidati si presentano per le provinciali, una roba terrificante e che da sola dimostra che non c’è spazio per contenuti, dibattito, confronto vero su cosa è e cosa dovrebbe o potrebbe essere la nostra provincia.
Mi sono incuriosito di altro perciò. Per esempio delle notizie su miei alunni ancora una volta emigrati al Nord dai Quartieri mentre altri, al contrario, sono in rientro a causa di licenziamenti al Nord. Mi ha poi colpito l’episodio – l’ennesimo – dei due giovanissimi motociclisti morti nella notte tra domenica e lunedì perché gareggiavano nella corsia preferenziale, da poco asfaltata, del Rettifilo (va chiamato proprio così in questo caso il Corso Umberto) e che si sono ‘toccati’ a quasi 200 km all’ora… La corsia sta ormai stabilmente assumendo la funzione di pista per scommesse e i feriti e i morti si moltiplicano. Polizia a controllare? Nemmeno dipinta. Mah?
E a proposito di “cambio di destinazione d’uso” di luoghi urbani vi è stato il blitz dei vigili a Piazza Mancini di cui scrivo su la Repubblica di Napoli di domani. Dopo aver letto le cronache degli eventi, ho preso il coraggio e chiamato l’assessore, prof. Raffa, che reputo brava persona e conosco da quasi quaranta anni. Mi pare che provi, almeno, a voler fare qualcosa in senso un po’ sensato e partecipativo: il mercato del pesce è stato bonificato e attrezzato, i venditori giovani del Centro antico hanno avuto occasioni legali di vendita nel Borgo orefici, vuole convincere a pensare in termini – finalmente! – di “legalità sostenibile”. Resta che gli stranieri devono fuggire con la mercanzia ogni due ore e che c’è stato lo scontro di piazza stamattina con tanto di minaccia con pistola sguainata da parte di un vigile urbano... Ma Napoli è anche molto complicata. Ecco comunque l’articolo:

Ieri mattina i vigili hanno tentato di avviare la trasformazione di Piazza Mancini da luogo che da lungo tempo è un mercato ad area attrezzata, con zone a parcheggio a pagamento.
I venditori si sono ribellati. Un vigile ha reagito estraendo una pistola, senza, per fortuna, sparare. Ne è nato un parapiglia, la minaccia di un presidio permanente e l’avvio di una mediazione tra amministratori e commercianti di strada.
L’amministrazione sta cercando di mettere ordine nell’uso dei suoli pubblici e di regolare meglio i mercati promuovendo un passaggio a una “legalità sostenibile” dei tanti diversi tipi di commerci di strada. Ci vorrà tempo. Ma forse c’è un disegno teso a creare spazi di vendita regolati senza penalizzare chi già vive di commercio. Dunque forse si riconosce - in particolare, da parte dell’assessore Raffa - che è tempo di superare una tipica trappola della vita della nostra città: tracciare confini rigidi tra ciò che è consentito e ciò che non lo è ma senza proporre vie di uscita per i soggetti interessati, salvo, poi, trovare soluzioni “aum aum”, ossia fondate sulla mediazione fatta fuori da ogni disegno pubblicamente espresso e luogo deputato. Dunque speriamo che davvero si affronti il nodo del come coinvolgere le persone che vivono di commercio in un processo di trasformazione del proprio lavoro e del proprio rapporto con gli spazi della città e con la legge.
In tale prospettiva l’episodio di Piazza Mancini può essere utile. Perché è un tipico esempio della complessità alla quale si deve rispondere con soluzioni condivise e differenziate. Infatti lì vi sono stati sempre posti vendita. Ma di natura diversa. Banchi vendita nati per strada ma divenuti fissi nel tempo e con clientele stabili. Banchi oggetto di ripetuta compravendita – si vende la mera occupazione di un dato spazio – e, dunque passati da molte mani in modo spesso poco chiaro. Oppure commerci di sussistenza di migranti, con o senza permesso di soggiorno, costretti a fuggire a ogni arrivo della polizia, come altrove in città; e stretti tra i fornitori, spesso legati al malaffare, la dura concorrenza e anche il conflitto con gli italiani, la necessità di sopravvivere. Tutti questi commerci - spesso direttamente legati a varie filiere controllate dalla camorra, altre volte no - sono certamente illegali. Così come lo sono molti parcheggi o pulmini abusivi o vendite porta a porta o lavoro domestico, ecc. E’ questa, però, una delle condizioni per sopravvivere in una città segnata dalla precarietà del lavoro e dalla vita sotto la soglia di povertà di quasi un terzo dei nostri concittadini. In questi modi intere famiglie hanno sbarcato il lunario, sposato i figli, pagato il mutuo. Piaccia o non piaccia. Fa parte del modello di sviluppo dei nostri luoghi, quello reale, quello tollerato e con il quale conviviamo tutti.
Misurarsi con questo e anche cambiare questo stato di cose si può. Lo si è fatto altrove nel mondo. Ma a condizione di discutere di un qualche modello di sviluppo che riprenda le mosse dalle produzioni di beni e servizi. Deve tornare finalmente all’ordine del giorno una città che produce – ora come ai tempi di Francesco Saverio Nitti. La vita civile non può fondarsi solo sulla gestione della spesa pubblica da parte della politica. E anche a condizione di proporre, appunto, vie di uscita per tutti e per ciascuno. Nel nostro caso: lotta tenace al controllo criminale sui commerci, riconoscimento della funzione economica e anche civile del commercio di strada, sostegno allo studio per i diversi tipi di licenze, spazi regolati e tassati ma anche accessibili. Di queste cose si può parlare con le persone di Piazza Mancini e altrove; e con la città. Perché la crescita della città si misura anche da queste piccole grandi cose.

20 aprile, 2009

La Pasqua che non rasserena affatto

Giorgio Napolitano subito dopo la consueta Pasqua napoletana, ha detto che “ha trovato un’atmosfera serena”. Davvero difficile essere d’accordo col presidente. Sarò fissato io ma, come diceva quel tale: “mi dicono che non è vero”. Povertà che si estende e si approfondisce, ragazzini che non vanno a scuola sempre di più, progetti e azioni di welfare locale gettati alle ortiche, nessun indizio di qualsivoglia idea campana per rispondere alla recessione… nessuno. E dato che vivo i due terzi dei miei giorni a Trento, ecco qui come in quella provincia autonoma il governatore risponde alla crisi e alla povertà.
Sarà il caso, magari, di confrontare ciò con tono, metodo e misure del governatore nostro campano sugli stessi temi? O, in materia di piano- casa, con quanto proposto dal nostro premier?

…. Lo so, lo so… Conosco l’obiezione: è vero che sono realtà ben diverse per consistenza dei fenomeni. Ma ogni tanto è anche utile trovare modelli e pietre di paragone. O no?
E poi cose assai poco rasserenanti bensì tremende accadono: un ragazzo di Scampia – Giovanni Tagliaferri – fa da paciere in una delle cento e cento risse metropolitane e lo ammazzano con uno dei cento e cento coltelli che stanno nelle tasche delle persone, spesso imbottite di coca o altro. E nella loro villa della Gaiola, a pochi metri proprio dalla serena residenza presidenziale di Marechiaro, vengono massacrati i coniugi Ambrosio in uno degli omicidi orrendi che connotano la nuova Italia della cosidetta sicurezza belusconiana, avvolta più che mai, invece, nella paura. Una roba così terribile ed emblematica che l’ho voluta commentare su Repubblica.

Della politica a Napoli e dell’imbarazzo che provo, in particolare, per quel che “propone” – si fa per dire - il centro-sinistra, proverò a dire quanto prima, se ci riesco... (sic!)

07 aprile, 2009

L’Aquila e Abou


Da ieri abbiamo lo sguardo su l’Aquila. E anche la mente e il cuore: quelli che vissero il terremoto “nostro” del 1980 e il terrore di quella sera e il lasciare la casa lesionata e il partire poi, come tanti da tutta Italia, per l’Irpinia so che hanno dentro le emozioni forti che vengono addosso da quel momento passato e – grazie a quelle stranezze della memoria umana - so che lo sentono come se fosse ieri. Gli odori, le voci, i visi, le mani, il rombo dei generatori, la gioia di salvare qualcuno e la pena orribile di essere arrivati tardi con qualcun altro; e il moto che da sotto continua a salire…

Sì, è l’Aquila che prende i pensieri. E poi continuo a nutrire pensieri pessimisti riguardo alla politica e alla politica napoletana in particolare, che ho espresso in un’intervista con Norberto Gallo.

Eppure stamattina sono un poco contento. Perché c’è una piccola buona notizia: il sindaco di Napoli, per una volta, ha dato ascolto al tam tam costruito dal basso. Insomma siamo riusciti a fare avere al piccolo Abou la cittadinanza almeno onoraria della nostra città. I 5000 e passa messaggi arrivati in comune hanno comunque prodotto un’importante riparazione simbolica. Una piccola campagna è riuscita. E dobbiamo ringraziare molto Daniela e chi ha commentato sul suo blog, Massimo Villone e un po’ anche questo mio articolo, apparso domenica su Repubblica di Napoli e che qui riporto:

In questa settimana abbiamo saputo di una storia su cui sarà saggio riflettere a lungo. È il 5 marzo. In un ospedale della nostra città una donna straniera di nome Kante è venuta a partorire. E ha dato vita a un figlio. Di nome Abou. La norma richiede che vi sia riconoscimento di madre e figlio. È una norma del codice civile per evitare la tratta di bambini. Che, in questo caso, non è una possibilità. Infatti il figlio è uscito dal grembo della donna nel luogo in cui si fa il riconoscimento e mater certa est. Di chi altri poteva mai essere figlio il piccolo Abou? Ciononostante le chiedono un formale riconoscimento. E non il giorno dopo, come normalmente si usa fare. Bensì il giorno stesso del parto.
La signora Kante è, però, in attesa di permesso di soggiorno in quanto persona che aveva richiesto asilo politico. Pertanto non ha il passaporto che è depositato a tal fine in questura. Ha tuttavia con sé un fascio di carte che recano molte notizie atte al riconoscimento: la fotocopia del passaporto medesimo, la fotocopia della richiesta di asilo da cui si evince che la pratica è ancora aperta e anche il numero di telefono dell´avvocato italiano che segue la pratica di asilo. Ma di fronte a queste carte l´ospedale non si prende un giorno di tempo e vuole subito il riconoscimento. La circolare della Regione Campania in materia parla di «necessità di identificare la madre per la dichiarazione di nascita e per il riconoscimento del nascituro che si pone nel caso di donna straniera temporaneamente presente priva di documenti di riconoscimento». La circolare, poi, specifica la procedura: «Riconoscimento sulla base di un valido documento; in mancanza di documento, mediante due testimoni; e facendo ricorso, in ultima analisi, all´autorità di polizia». Il personale dell´ospedale, sempre in data 5 marzo, non chiama la questura per sapere se la fotocopia del passaporto in possesso di Kante corrisponde al documento lì giacente, ma soprattutto non chiama l´avvocato né opta per la soluzione dei due testimoni. Non lo fa neanche in presenza del compagno di Kante, di nome Traore, nonostante che il signor Traore abbia un regolare permesso di soggiorno che scade in data 31 marzo. L´ospedale sceglie di inviare subito al commissariato un fax che «chiede vostro urgente interessamento per identificazione».
La storia ha destato scandalo. E oggi tutti vogliono che si chiuda bene. La Regione intende cambiare la circolare. Medici e ospedali raccontano delle tante buone accoglienze fatte. Kante ha ottenuto il permesso di soggiorno in attesa della sentenza di asilo ed è stata accolta dal presidente della Regione.
Ma in molti restiamo storditi e feriti. Perché questa città, che ha avuto una storia di accoglienze degli stranieri e ha visto i suoi figli andare per il mondo, nell´ultimo anno ha già conosciuto un assalto di massa con bombe incendiarie contro donne, vecchi e bambini inermi di un campo Rom, il massacro di lavoratori neri, i cortei contro stranieri, il pestaggio di un ragazzo italiano solo perché non era bianco, l´astio contro una bimba Rom colpevole di essere positiva al test della Tbc.
E perché in tanti ci troviamo a fare, volta dopo volta, le stesse domande. Che ci voleva ad aspettare un giorno accarezzando Kante e il suo bimbo? O a telefonare a quel numero del legale? O a chiedere a Kante di trovare due testimoni? Costava forse troppo fare poi le fotocopie dei documenti degli stessi? Era più rassicurante mandare quel fax perché è meglio mettere le carte a posto?
Kante ancora ieri ha ripetuto che è stata allontanata da suo figlio appena nato, che non ha potuto allattare per i primi giorni di vita. Il referto dell´ospedale nega tale evento. Sarà bene sapere la verità. Ma al di là di questo, Napoli è chiamata a cercare di nuovo il senso primo delle cose e ritornare al diritto delle persone. Semplicemente. E forse è per questo che oggi oltre tremila cittadini mandano e-mail in Comune e «chiedono al sindaco di conferire al bimbo clandestino nato a Napoli e denunciato quale clandestino con la madre la cittadinanza onoraria napoletana quale risarcimento morale per il torto ricevuto».

02 aprile, 2009

Kante e Abou


Non ho più voglia di interpretazioni e commenti. Sono troppo indignato. E ferito.
Come persona e come cittadino. Perché individuo una tragica linea che, nella nostra città, va dall’offesa intollerabile a una madre e una donna della Costa D’Avorio di nome Kante e a suo figlio Abou, a una indecorosa rivolta contro una bambina Rom di nove anni, al pestaggio di un ragazzo nero al centro della città, all’attacco ai lavoratori neri nel Casertano, al pogrom contro i campi Rom di Ponticelli e all’orribile manifesto che lo anticipò – sì anche quello.
Perché qui è tempo di serbare memoria lunga e non scordarsene neanche una. E di ripartire dalle fondamenta, dall’aurora: il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.
E c’è somma urgenza di una riparazione e di un segnale civile.
Perciò: il sindaco dia la cittadinanza onoraria di Napoli al piccolo Abou. Subito.

Update: come fa notare d.l., è un'occasione per farsi sentire. E' stato aperto un gruppo su FB . Ma si può anche inviare una semplice email al sindaco (sindaco(chiocciola)comune.napoli.it). Sarebbe bello sommergere di richieste la cassetta della posta di Rosetta.

La foto viene da qui.

22 marzo, 2009

La “città dei bambini” non ci è stata e i nodi vengono al pettine

E’ capitato di assentarmi a lungo da questo luogo. La principale ragione è che mia mamma si è rotta il femore. Chi ha le mamme anziane sa di cosa parlo.

Continua da giorni una campagna sul Corriere del Mezzogiorno – che ringrazio per l’attenzione molteplice. Che mi riguarda. Perché contiene un invito, a me rivolto, di tornare a Napoli da Trento. Dove sto in media quattro giorni a settimana per lavoro dopo che ho lasciato il Ministero della Pubblica Istruzione mentre gli altri tre li trascorro a Napoli. E dove mi occupo di cose da cui imparo molto. Centrate su nuovi modelli di welfare educativo. Si tratta, infatti, di un lavoro di progettazione e costruzione partecipata di una migliore offerta ai ragazzi in difficoltà da parte della formazione professionale trentina.
E’ una innovazione voluta dal presidente Dellai - che ha appena vinto le elezioni con una coalizione di centro-sinistra sulla base di un programma di cinque anni - che vuole dare grande importanza a istruzione e integrazione sociale. E’ un lavoro con un mandato forte, dunque; e che ha luogo entro un sistema di formazione che conosce da anni molti buoni risultati e oggi alcuni problemi emergenti e che si rivolge a ragazzi, italiani e stranieri, provenienti da famiglie certo non ricche.

Comunque, all’invito iniziale, che mi riguardava – lanciato da Isaia Sales sul Corriere del Mezzogiorno a Bassolino e Iervolino - ho subito risposto su Repubblica Napoli. E vi invito a leggermi anche perché davvero non trovo ulteriori argomenti. Infatti, in fondo, la mia è stata una scelta professionale. Che, in quanto tale, non ho reso nemmeno pubblica. Ma poiché c’è stato un appello, allora ho risposto. E la risposta, in fondo, si riassume in una frase: i nostri governanti sono stati per anni parte del problema, dubito che possano essere anche i promotori della soluzione. Tutto qui. E aggiungo solo una cosa del tutto evidente: tanto meno lo possono essere ora. A pochi mesi dalla fine dell’ennesimo mandato elettorale non usato bene nel campo di cui mi occupo da sempre, nonostante i mille e mille suggerimenti e le proposte fatti da tanti, negli ultimi tre lustri, me compreso. Questo appello, insomma, arriva fuori tempo massimo, a una fermata dal capolinea.
Resta il dramma: sono passati quindici anni e la “città dei bambini” non ci è stata proprio. E questo fallimento ha colpito, come sempre avviene, innanzitutto i più deboli tra bambini e ragazzi. Non solo, dunque, non ci è stata una politica ma non ci è stata una politica “di sinistra”. Constatato questo, il personale delle tante case famiglie chiuse o gli operatori dei progetti educativi senza stipendio protestano, amareggiati, Cesare Moreno si incatena sotto la regione, io lavoro a Trento… E’ semplicemente normale – e anche sano – che chi ha dedicato la vita a queste cose - di fronte a un fallimento così palese - ne tragga le conseguenze. Solo 'a politica si può permettere il lusso di cantare serenate mentre la nave affonda perché è stata portata contro la scogliera.
Verrà un’altra stagione – ne sono convinto. Ed è bene che ci si prepari. Ma è altrettanto bene che con questa stagione qui - e con il suo personale politico - si chiuda. Poi, purtroppo, si profila il fortissimo rischio che si tratterà di una brutta chiusura. Perché, dalle nostre parti, le cattive politiche stanno per favorire anche l’ascesa di una bruttissima destra. Ma di questa chiarissima duplice responsabilità del centro-sinistra campano e di chi lo ha condotto – di avere fallito le politiche concrete e, al contempo, avere spalancato le porte alla peggiore destra - ho già detto tante volte e dirò ancora…

26 febbraio, 2009

C’è spazio per un’altra politica


Mentre la signora Iervolino e i vari immancabili presenzialisti locali sono convinti che a Napoli sia tempo di dedicarsi ai terzi arrivati delle competizioni canore mediaset-rai, Bassolino si scopre democratico conseguente e reclama le primarie per le elezioni provinciali senza, naturalmente, parlare di merito su alcunché; tanto che, per una volta, mi sono sentito di dover ricordare i suoi trascorsi in materia.
Fortunatamente, camminando per il mio quartiere, si incontrano piccoli segni di un’altra città. E’ stato completato l’altare che ricorda Nicola, con tanto di poesia… da cui si evince una consapevolezza di cosa sia Napoli nei ragazzi che lavorano al nero, emigrano o stanno ai margini... I quali hanno anche pagato e affisso un manifesto di partecipazione per la morte di un loro coetaneo polacco che è caduto dal motorino mentre portava il pane, ha sbattuto la testa ed è morto sul colpo.

Forse varrebbe la pena non partecipare in alcun modo al balletto solito delle provinciali di Napoli. Ma usare, invece, questa stagione elettorale per mettersi di nuovo a parlare di persone. E di diritti, poveri, formazione, partecipazione, piani di sviluppo realistici ecc. magari organizzando degli incontri a tema.

Più in generale non riesco proprio a rassegnarmi al fatto che, mentre Obama affronta, faticosamente, la crisi, ponendo le grandi questioni del come ricreare opportunità e libertà (come si ridistribuisce la ricchezza entro un sistema liberale, come le energie pulite, diversificate e sostenibili possano liberarci dai vicoli e pericoli di petrolio e nucleare, come vanno nuovamente sostenuti i diritti dei deboli), da noi il dibattito è centrato sulla punizione e il controllo (regolare i diritti, escludere da essi varie categorie, prepararsi al ritorno al nucleare, non parlare di esclusione sociale mai ecc.).
E la sinistra e il PD? Mi pare che siano per lo più dedicati a beghe interne, nomenclature, tattiche, nomi…

Intanto cresce la povertà in Italia. Segnalo, per chi volesse guardare i fatti, che è finalmente disponibile il rapporto della commissione povertà alla quale ho lavorato anche io. I dati sono quelli del 2007.
Ma sono già molto evidenti i trend: ulteriore immiserimento di disoccupati e anche di lavoratori, di vecchi, di bambini e di donne, poca istruzione e formazione nelle fasce deboli e il crescere della spaccatura tra condizioni di vita nel Mezzogiorno e nel resto del Paese. Così è. Anzi, era. Ancor prima dei morsi di questa crisi… che sarà moltiplicatrice terribile di esclusione sociale e di divari territoriali.
E’ faticoso. Ma c’è spazio per dedicarsi a un’altra politica.

13 febbraio, 2009

Pensieri intorno ai “giorni di Eluana”

Questi “giorni di Eluana” li ho vissuti come tra i più cupi della recente storia di questo Paese. Non ne ricordo di così segnati da violenza e volgarità istituzionale. Perché questa volta, a differenza di altre brutte stagioni – lo stragismo, il terrorismo, tangentopoli - c’è stata una isterica, ostentata e virulenta mancanza di senso dello e nello stato a causa del comportamento e delle parole di chi – presidente del consiglio, ministri, membri del parlamento, ecc. - ricopre cariche alte. Un attacco alla Costituzione? Certo. Ma è dir poco. Infatti la Costituzione – è vero – può anche essere cambiata. Ma qui l’attacco è stato proprio al costrutto liberale, all’insieme di procedure condivise e sobrie che stanno a garanzia e a salvaguardia della democrazia liberale ovunque. Se ci fosse ancora lo Statuto Albertino o se vi fosse una qualsiasi altra Costituzione liberale questa sarebbe sotto attacco comunque da parte di costoro. Nessuna costituzione degna di questo nome consente, infatti, che una sentenza passata in giudicato venga smentita da un decreto del potere esecutivo con valore immediato e senza un voto del potere legislativo.

Dunque c’è stato, contemporaneamente, un attacco all’essenza delle regole di uno stato di diritto e un cupo assalto di vero integralismo, un’intrusione nella libertà e nel pudore di ognuno in quanto persona e cittadino che è portatore di diritti personali e civili.
E le “rappacificazioni” degli ultimi due giorni e il sobrio rito funerario per Eluana sui monti innevati della Carnia non riescono a cancellare questo fatto. Perché qualcosa è avvenuto di assai grave intorno agli enti della libertà e della responsabilità. Contro i quali si è manifestata una potenza che è diventata atto, in modo nuovo e più forte che mai.
Si tratta, certo, di Berlusconi e di Berlusconi premier senza regole e manifestamente psicotico. Ma non è solo Berlusconi. E’ un agglomerato politico che è ben ramificato e poliedrico dentro le istituzioni e che le utilizza senza alcun rispetto per il modo in cui dovrebbero funzionare. Ed è la tv – sì la tv - che entra come una clava in ogni casa e dice e osanna e offende e sbraita e diseduca.
E’ un agglomerato illiberale largo e potentissimo dunque. Che ha olezzo di Chiesa medioevale ma modi da regime – sovietico o fascista - degli anni trenta del secolo scorso. Che vuole dirmi – a me persona e a me cittadino - come vivere e come morire. E impormelo tout court e insultandomi e al contempo sovvertendo le leggi fondamentali su cui si regge il mio patto con le istituzioni.
Questo è stato e questo è. E una siffatta bestia, quando inizia a digrignare i denti e poi a mordere, non la smette tanto facilmente. Può mettersi momentaneamente a cuccia. Per opportunismo. O per quel affaticamento che fa seguito a ogni assalto d’ira o impeto di violenza. Ma è fuori dalla gabbia e attaccherà ancora e ancora.

Sul merito. Parto da me. Sono stato malato e volevo vivere e basta. Quasi a tutti i costi. Ma volevo continuare ad essere me stesso, sia pure malato: parlare, ascoltare, mangiare frutta, guardare da una finestra. E non volevo a lungo soffrire. Un po’ di male si può e si deve pure, anche se è difficile – mi dicevo; ma tanto lungo, inutile male – prima della certezza della morte – questo proprio no. Così ho pensato in una stagione difficile della mia vita; e così è per me. E ho un diritto, inalienabile, a pensarla così. E a fare le scelte che ne conseguono e a disporle per il mio futuro se non sarò in grado io stesso ad attuarle.
Poi c’è chi, invece, altrettanto legittimamente, crede nella sua personale e individuale tenuta in vita comunque e ha un altro rapporto dal mio con la sofferenza? E c’è chi ritiene che un radicale cambiamento di stato, ben oltre la soglia della normale battaglia propria di ogni malattia, sia comunque da preservare a ogni costo in quanto vita? Fa bene quanto me. Con pari diritto inalienabile. E deve essere altrettanto libero di stabilire ogni atto affinché ciò sia.
Ma io non posso e non devo dire a lui o a lei cosa fare e lui o lei non può e non deve dirlo a me. Devo semmai confrontarmi rispettosamente con questa differenza. E viceversa.
E a garantire tutto ciò c’è lo stato. Che mai deve prendere parte per uno o per l’altro e deve consentire a ciascuno di disporre per sé, una volta che le cure non servono più e che non vi è speranza di vita cosciente.

Perciò voglio avere subito la possibilità di un testamento biologico.
Ma le proposte che sono prese in considerazione in Parlamento e che sono oggi oggetto di mediazione tra PD e PdL non mi convincono proprio. Perché non hanno una ispirazione liberale. E non mi consentono quel che ho appena detto. Intanto, infatti, non vedo perché io debba disporre del come morire andando ogni tre anni, a mie spese, dal notaio e con il medico a reiterare la validità del mio proponimento – come dicono queste “bozze di mediazione”. Se cambio il testamento devo poter andare gratuitamente a cambiarlo; altrimenti vale ciò che ho scritto. Ma soprattutto pretendo la possibilità di decidere. Punto. Il che vuole dire che è mia l’esclusiva competenza determinare l’uso o meno di ogni procedura medica, anche intrusiva e forte - una volta stabilito che sono su una strada senza alcun ritorno. Ivi compresi ossigeno, alimentazione e idratazione.
Insomma, in questo testamento, ognuno deve poter scrivere quel che crede. Davvero e in toto. Perciò a me non piace la bozza unificata detta Calabrò. Che mette limiti a monte della decisione di ognuno. E, per esempio, costringe me – che la penso come la penso - a vivere in coma irreversibile con una sonda per anni nella gola che mi dà acqua e cibo che da solo non potrei assumere neanche aiutato manualmente.
No, non posso ammettere in alcun modo che sia una legge o il papa o Berlusconi o Rutelli o chicchessìa a impormi ciò.

Poi ho altri pensieri ancora. Provvisori e incerti. Che riguardano la mia personalissima e assai modesta riflessione religiosa. Sono un credente atipico. Della religione codificata apprezzo i rituali e non i dogmi. Quella dibattuta mi arricchisce. Vado in sinagoga, non spesso, soprattutto per un senso di rispetto per l’unità dell’universo e per interrogarmi.
E non riesco proprio a ritenere la sofferenza in sé un valore. Può insegnare. Ma non può essere considerata cosa sacra. Il feticismo del dolore a me non piace. E, più in generale, ogni feticismo e falso idolo mi insospettisce. Perché mi distoglie troppo facilmente dal dubbio, dal confronto e dal pensare. E perché – ove mai vi fosse Dio – tende comunque a mettere ombra alla sua unicità.
So bene che anche molti cattolici diffidano del feticismo del dolore; e dicono che “la croce senza la resurrezione” non ha senso. Ma oggi si deve constatare che in quel mondo c’è la ricorrente tentazione o, peggio, la pratica, di voler difendere il valore della croce in sé e dunque mettere in ombra la resurrezione. Il che significa una certa affezione per il dolore in quanto tale. Senza salvezza. Vorrei potermi confrontare con quei tanti cattolici che su ciò nutrono preoccupazione per le posizioni che, con ostentazione, sono venute, in questi giorni, dalla Chiesa e dai cosiddetti esponenti politici cattolici, a destra e anche a manca…
Un altro tema, per me molto aperto e su cui mi muovo in mezzo a molte incertezze – tema che è religioso, filosofico, economico e anche psicologico - riguarda il delirio di onnipotenza. Fino a quando è bene andare contro l’ordine delle cose secondo quel che fu natura? Attenzione: quel che fu natura… perché questo tema è sempre legato a cosa sia cultura e cosa sia natura. E si fa complicato assai. Su ciò sia sul fronte non cattolico che su quello cattolico si vedono molte posizioni e anche molte incoerenze, spesso tra loro speculare. Molti laici sono spesso per la morte naturale e contro le forzature di interventi tecnici; ma poi, altrettanto spesso, appoggiano ogni progresso della scienza che muta l’ordine naturale. Viceversa molti cattolici sono spesso contro i ritrovati della scienza considerati troppo manipolativi dell’ordine naturale ma poi si schierano altrettanto spesso a sostegno di vari dispositivi moderni atti alla tenuta in vita a tutti i costi. Mi pare che in entrambi i casi sia in gioco il principio di non contraddizione. Va pure bene così. Basta non millantare coerenze e certezze… Interrogarsi, appunto.

Così, mentre la storia di Eluana potrebbe aprire la comunità nazionale a una dignitosa stagione di confronto tra diversi su questi temi, ciò risulta, tuttavia, impossibile. Perché non vi sono state e non vi sono le garanzie liberali minime, indispensabili a questo confronto. Perché il governo le attacca brutalmente e il PD non le difende con una posizione serena e forte. Tutto ciò, oltre a essere minaccioso e mutilante di diritti, ci impoverisce terribilmente anche sul piano culturale.

07 febbraio, 2009

Il coraggio della vecchiaia

Contro la povera Eluana, la sua famiglia, la legge e la democrazia liberale, continua la volgare e terrificante guerra di Berlusconi e dei suoi accoliti – Fini escluso, ancora una volta; e va rimarcato.
Ci auguriamo tutti che, oltre a vincere le elezioni in Sardegna, abbia ragione Renato Soru: che Berlusconi finisca ricordato come Caligola e venga un Traiano o un Adriano.
Ma per ora il Cavaliere è qui. Sta smantellando le procedure e lo spirito della Costituzione, sostenuto da una Chiesa che a sua volta sta ritornando a prima dell’elezione di Papa Giovanni XXIII.
Berlusconi ha come opposizione gli strepiti di Di Pietro e il sostanziale nulla del PD. E’ pochissimo. Anche se si dovrà vedere quanta gente si presenterà davanti a Palazzo Chigi per un presidio indetto per oggi pomeriggio.
Ma c’è il “coraggio della vecchiaia” del Presidente Giorgio Napolitano. Che ha dichiarato urbi et orbi di non poter né voler firmare un decreto che è anticostituzionale.
Stasera il Presidente è a Napoli. Sto fuori per lavoro – e molto mi dispiace. Ma sarei andato anche da solo ad applaudirlo fuori dal S. Carlo, con un cartello su cui avrei scritto “grazie, Presidente”.

03 febbraio, 2009

Piovosa Napoli, senza buona politica

Fare politica a Napoli?
Per come la vedo e la rispetto io – e non solo io – di buona politica, da queste parti, ce n'è pochissima. Quanto sono presenti i problemi vivi di città, regione e cittadini? E qualcuno fa un bilancio di come si sono spese e si spendono le risorse pubbliche? O c’è qualcuno che propone un confronto sul perché c’è una paurosa crisi nella partecipazione? O su come ridare di nuovo senso alla rappresentanza – che pure serve in democrazia?

Quel che interessa sono i nomi… per vere o presunte candidature future. E i nomi sono regolarmente indipendenti da problemi, proposte e competenze. Ma sono dipendenti da equilibri tra fazioni, mutanti o consolidate. Che a loro volta sono da mettere quasi sempre in relazione con pezzi di amministrazioni – cioè con clientele già solide o da conquistare. E, al contempo, sono nomi che si sono andati ad accreditare presso le varie corti di partito. In quel di Roma. Come avveniva per le borghesie compradore delle colonie.

C’è, poi, il sordido rumore di sottofondo. Che riguarda il non dover escludere nessuno, il cooptare chi potrebbe mugugnare fastidiosamente, chi minaccia di sottrarre pezzi utili al mosaico del consenso, chi ha un ricatto pret à porter, chi promette in dote questo o quello, chi negozia col controllore di turno. E’ un sottobosco movimentato da non pochi umani ben addestrati. Fatto di proponimenti reali e di bluff, di intrighi, scontri, alleanze con uscite e rientri. Con propri codici, linguaggi, stili. Alla fine dei quali ci sono posti nelle liste, nei partiti, nelle organizzazioni limitrofe, nei centri di spesa, nelle agenzie pubbliche.
E poi ci sono le umane vicende delle tante piccole sopravvivenze personali… “A’ politica”. Un mestiere. Ma non nel senso che indicò Max Weber. Più banalmente: un modo per campare senza dover produrre né beni né servizi.
Sì, ci sono le debite eccezioni. Ogni volta ad esse ci si deve inchinare. Ma anche l’onesto che s’affaccia o vuole fare buona politica è in queste acque che deve navigare.
Come nel resto d’Italia? Sì. Ma molto di più. Per intensità di attività e per massa critica di attori in campo.

E allora va forse un po’ rivendicato che, in uno strano modo, c’è, invece, chi, ha costruito un qualche imperfetto spazio pubblico a Napoli. Con mille limiti e difetti. Ma che è sicuramente altro da tutto questo. E che lo ha fatto non solo durante le ultime elezioni comunali con la lista civica Decidiamo insieme.
Non siamo i soli? Certamente non siamo i soli.
E c’è un mare di brave persone che non tollerano più “a’ politica”. E che vogliono ridare senso alla politica.
Cammino per strada. E tante persone – in dialetto o in italiano - mi chiedono di fare cose, di essere più presenti, di attivarsi in politica. “Dovete fare qualcosa”, “Ma tu hai lasciato correre, te ne vai fuori a lavorare invece di combattere qui”, “Bisogna fare questo o quello”.
In qualche modo si tratta di una richiesta. E in questa richiesta il soggetto è spesso o il ‘voi’ o addirittura il ‘tu’; oppure è il famoso impersonale italico spesso seguito dal verbo al condizionale…
“sarebbe giusto, si dovrebbe, si potrebbe, ci sarebbe da…”. La prima persona plurale è più rara. Ma non inesistente. Molte persone in pensione sono disposte a dare tempo. Altri sono pronti a fare iniziative. Sono iscritti e non a partiti. Alcuni hanno votato per quella nostra lista o per me. Molti no. Queste persone che incontro e che altri incontrano fanno questa sorta di richiesta un po’ per spirito di delega, un po’ per rimarcare una necessità evidente, un po’ per stima di quanto allora facemmo pur perdendo (ancor più visti i risultati di chi ha vinto), un po’ per un’idea di protagonismo che resiste in qualche modo…

“Ma che farete?” “Ma che pensi di fare?”
A me viene da ribaltare la questione. Che cosa, intanto, stiamo già facendo - e stiamo facendo nella nostra condizione reale. Che è quella di persone perbene e normali che cercano disperatamente di ridare un senso alla politica. Ma che - a differenza di chi fa il ‘mestiere della politica’ – sono persone che non vivono con stipendi provenienti dalla politica; e che quindi la mattina vanno a lavorare. E sono dunque persone per le quali la politica contende il tempo alle altre relazioni umane: compagni di vita, genitori, figli, amici, hobby, ecc.. Sarà banale ma fa la differenza. In termini di rapporti tra te-persona e la politica: perché lo fai nel tuo tempo libero e non in relazione al guadagno presente né a quello futuro o futuribile. E in termini di disponibilità materiale e dunque di limiti di tempo dedicati a ciò.

Comunque, detto questo, beh… Francesco non smette di andare in giro a informarsi molto seriamente sui rifiuti e dirci delle cose che impara su questo e altro. Fraba e insieme Francesco e Norberto fanno comunque il punto di quella brutta — e noiosissima — politica e fortunatamente di altro ancora e per farlo selezionano informazioni e le ripropongono cercando di farlo con onestà intellettuale.
Nunzio analizza molto utilmente i conti pubblici, ultimamente il bilancio comunale di Napoli, deprimente. Il sottoscritto qui e altrove cerca di mostrare una politica possibile per Napoli e per contrastare l’esclusione sociale e l’istruzione mancata. Daniela lavora molte ore ogni giorno non solo per darci, ben elaborate, le mille e mille cose di Napoli ma anche per costringerci a pensare agli accadimenti un po’ tremendi che capitano nell’Italietta malsana di oggi. Giovanni mostra lo scandalo di una città con un terzo di suoi cittadini esclusi dalle opportunità e che non ha un’idea di come rendere moderno e stabile il lavoro sociale, anzi lo affossa. Luciano prova ogni volta a dare un quadro di riferimento alle nostre vicende secondo categorie meno banali del solito.
Ecc. ecc. E anche altri - tra loro anche molto diversi - fanno molte cose. Con spirito spesso simile.

E solo blog? Non è solo blog. Perché sono reti di persone, esperienze, presenza pubblica, proposte, scambi, incontri... Che hanno al centro un’idea di politica che non è ‘a politica. E che conserva una distanza da questi partiti e dai partiti a Napoli pur non essendo contro i partiti in quanto tali.
E’ poco? E’ sicuramente poco e non basta. Ma tuttavia è.

Si può fare altro e meglio? Possiamo fare altro e meglio – usando la prima persona plurale. A me piacerebbe, per esempio, che in tanti riuscissimo a convocare, ogni due mesi, una iniziativa sulla Napoli possibile. Un luogo pubblico, serio ma anche piacevole, in cui si potesse argomentare su cosa non va e perché, ma nel merito e dunque senza urli ma con argomenti e documentazioni; e provare a rispondere, sempre nel merito – e con i vincoli della realtà – su cosa si potrebbe fare. Con proposte. Anche tra loro molto diverse.

In queste settimane mi hanno colpito i giovani del mio quartiere. Che sono stati protagonisti di una piccola “onda anomala”. Si sono riuniti in parecchie decine. Hanno sostenuto la mamma e la sorella di Nicola ucciso a Capodanno. Hanno fatto un corteo non urlante anche se veniva di urlare; ma non arrendevole; e in qualche modo “testimoniante”. Hanno poi organizzato una fiaccolata. Hanno provato a costruire un’edicola, un luogo simbolico della memoria, come da tradizione del quartiere, dedicato al loro amico ucciso per assurdi motivi legati all’esclusione – argomento che riguarda ogni ora della loro vita e di cui stanno tra loro parlando un po’ più di prima, ai margini di questo evento e di questo strano attivismo. Hanno, quindi, avuto un normale contraddittorio civile coi vigili che volevano abbattere l’edicola e hanno poi chiesto regolare permesso. Piccole cose.

Forse possiamo fare anche noi piccole cose. Oltre quelle che già facciamo. Non urlanti anche se ci viene l’urlo. E testimonianti e non arrendevoli.

Nelle foto: 1) la piovosa Napoli senza buona politica, da san Martino; 2) il manifesto auto-finanziato che chiama alla fiaccolata per ricordare Nicola; 3) l’edicola con dentro il ritratto di Nicola Sarpa viene coperta dopo il sequestro da parte dei vigili e in attesa forse di permesso regolarmente chiesto o forse di benedizione.

22 gennaio, 2009

Gennaio strabico


Bisogna essere un po’ strabici di questi tempi. Guardare oltre l’Atlantico per cercare ispirazioni o trovare conferme alle convinzioni e, al contempo, stare nelle battaglie dei nostri luoghi. Dove, quasi sempre invano e comunque in pochi, avevamo detto, predicato, mostrato il senso delle ispirazioni che oggi diventano politica al più alto livello nel paese più potente del mondo.
Il primo atto di Obama ieri è stato quello di emanare un ‘ordine esecutivo’ sulla trasparenza e l'etica: “Gli americani devono sempre sapere quali decisioni vengono prese e perché vengono prese in modo che il popolo americano sia ben servito… c’è troppa segretezza in questa città… Iniziando da oggi ogni agenzia e dipartimento si pone dalla parte di chi cerca informazione”. E ancora: “La trasparenza e il dominio della legge saranno le pietre miliari di questa presidenza… Il solo fatto che si abbia il legale potere di tenere segrete le informazioni non significa affatto che lo si debba fare”
E’ adesso un atto esecutivo, un decreto che ha valore immediato, in linea con quanto il legislatore, senatore Obama già pensava e faceva nel 2006.
Guardando dalle nostre parti nel buio pesto delle consuete segretezze si cerca di decifrare quel che al cittadino non è chiaro perché – all’esatto contrario da quanto disposto dall’ordine obamiano - tutto quel che si costruisce resta programmaticamente celato al cittadino stesso e senza rapporto con i problemi veri della vita sociale e civile.
Anche di questa distanza tra parole e cose della nostra misera politica ho scritto nell’articolo apparso oggi sull’Unità nazionale (pp 38 e 39)

N.B. La foto stavolta è mia, scattata a Central Park West south side alla statua di G. Mazzini e al relativo motto.

20 gennaio, 2009

Gli auguri a Obama e le piccole battaglie


Sembra ridicolo. Ma viene da fare quasi personalmente gli auguri ad Obama che oggi entra nel suo ufficio – he takes office. E forse l’unico modo di farli non è seguire le stanche o oscene chiacchiere della politica ridotta com’è da noi quanto piuttosto continuare le nostre piccole battaglie di democrazia concreta e di ogni giorno. Perciò testardamente va ripetuto che la politica e l’amministrazione devono poter avere un carattere partecipativo e realizzativo. Le persone devono poter ‘toccare la politica’, usufruire in modo palpabile delle sue decisioni, farne esperienza diretta, migliorarla in prima persona. Si tratta di dispositivi, di attuazioni, di fatti e non di chiacchiere. E su questo che lo stesso Obama sta per misurarsi. E ciò vale quanto più si è cittadini socialmente e culturalmente esclusi.
Sono tornato ancora una volta su questi temi – decisivi per l’esistenza stessa di un democrazia – con un articolo a commento della crisi di liquidità del progetto Chance, da me fondato undici anni fa.