11 marzo, 2010

Cattiva educazione

Questi sono giorni cupi per chi - per condizione esistenziale o per mestiere - assolve a funzioni educative. Infatti la vicenda delle liste elettorali ha molte conseguenze nella vicenda politica e in quella relativa al più vasto patto tra cittadini e tra questi e le Istituzioni.
Ma rappresenta anche una ferita mortale a quella decisiva funzione umana che è l'educare.

Noi tutti, infatti, possiamo pretendere di educare i nostri figli, gli alunni o chi da noi vuole imparare un'arte o uno sport, solo se sono salvate alcune inderogabili condizioni. Se ci assumiamo il carico dell’esempio e del modello da fornire e, dunque, curiamo noi per primi la coerenza tra i proponimenti dichiarati e i comportamenti. Se presidiamo con costanza le procedure, le regole e i limiti, permettendo, in tal modo, ai più giovani di potervi fare i conti attraverso la adesione progressiva, per prove ed errori.

Ma poiché il mondo è imperfetto e noi con esso, dobbiamo anche assumerci - nella umana possibilità che le regole vengano disattese - l'onere di pretendere l'umiltà necessaria a rimediare alle conseguenze di tale disattesa. E se questo vale per i più giovani, vale a maggior ragione quanto più si è avanti negli anni e quante maggiori responsabilità si assumono. E' per questo che si educa al saper chiedere scusa sapendola chiedere a nostra volta. E che si attribuisce generale valore alla fatica delle ammissioni pubbliche di inadeguatezza ed errore. E che le si accoglie quando vi è una qualche sincera forma di contrizione e una riflessione leale sugli sbagli commessi. E non quando c'è la pretesa di avere torto e di invocare al contempo ragione.

Nel modo in cui si è preteso di rimediare al «pasticcio» sulla presentazione delle liste, ben al di là del merito della soluzione trovata, è evidente che chi occupa la posizione non solo politica ma simbolica del governo del Paese ha disatteso a queste funzioni adulte. E ha procurato una ferita simbolica severa al nostro poter educare. E con ciò ha indebolito - più di quanto già non lo sia - il papà che pretende coerenza tra la promessa ricevuta e gli atti del proprio figlio, il preside che prova a far rispettare gli orari e, se questi vengono disattesi, pretende le scuse prima della riammissione in aula, il mister della squadra di calcio di adolescenti di periferia che chiede ai ragazzi di seguire le regole e di rispettare l'arbitro e anche di ammettere il fallo commesso, la maestra di scuola d'infanzia che chiede alla bimba di quattro anni di non sgomitare per arrivare prima dei compagni e, se rimessa in fondo alla fila, di non pretendere di avere avuto ragione comunque.

Ci può essere una via di uscita? Certo. Chiedere scusa. Semplicemente e seriamente. Con la generosità leale che il gesto richiede. Sapendo che poi ci saranno degli atti conseguenti, da costruire insieme agli altri. Che dovranno a loro volta disporsi per farlo. Come accade per ogni riparazione. E se, per una volta, miracolosamente, questo fosse accaduto, sarebbe stato un piccolo regalo alla capacità di questo Paese di ritornare ad educare.

Questa cosa l'ho scritta per "la stampa" del 10 marzo.
Ma tutti sanno che chi doveva chiedere scusa ha invece raccontato un'altra storia, in modo aggressivo, vittimista e male educato.

10 marzo, 2010

Quattro amici al bar

Quattro amici al bar

I quattro amici al bar si incontreranno, dunque. Non al bar ma dal comune amico Bruno, al Sorriso integrale, ristorante vegetariano di Piazza Bellini. Ore 18 di Domenica 14 marzo.
Perché abbiamo desiderio di un parlare libero.
Abbiamo tutti una montagna di dubbi. Se votare o meno innanzitutto. E poi per chi, eventualmente. E soprattutto per chiedersi – al di là del voto - cosa fare della politica. In un posto che ne avrebbe un gran bisogno di buona politica. Non ci saranno relazioni. Solo una breve introduzione – minuti 5.
E’ un confronto tranquillo. Tra persone che, fortunatamente, la pensano anche diversamente. Un modo anche affettuoso di essere preoccupati per questo tempo in cui siamo. Uniche raccomandazioni: si parla uno alla volta, molto brevemente e rispettando questo clima. Sono contento che si farà questa cosa strana: non credo vi sarà un’altra occasione con tale spirito in questa campagna elettorale.
Per chi volesse, può annunciarsi su Fb.

08 marzo, 2010

Domenica 14, ore 18: vedersi per stare sui temi e anche per andare a votare

E’ inutile nascondersi. L’ultima settimana ha cambiato la scena politica, tingendo di buio pesto il suo grigiore. La vicenda delle liste riammesse – al di là delle opinioni sull’operato del Presidente della Repubblica e su tutto il resto – comunque pone prepotentemente una questione. Dalla quale ancora una volta non possiamo sfuggire: non ci possiamo permettere il lusso di non andare a votare.
E questo anche se in Campania i candidati non parlano in modo serio dei temi che riguardano la nostra vita e anche se non ci piacciono né i candidati e nemmeno le liste.

Insomma non fa parte delle opzioni possibili il non votare contro questa destra. Ci dobbiamo arrendere all’evidenza. So che è triste, mi fa male alla pancia anche a me. Ma questa vandea qui non trova paragoni nella storia repubblicana italiana e, se possibile, è andata peggiorando anno per anno, mese dopo mese.

E c’è dell’altro ancora. Dobbiamo probabilmente anche fare quella cosa che, in linea di principio non mi ispira affatto: il voto utile.

La domanda è dunque questa: possiamo tranquillamente tapparci il naso e fare la nostra piccola parte nel provare almeno ad arginare il berlusconismo? E come farlo in Campania, con queste liste e questi candidati?

Domenica vediamoci davvero. Perché dobbiamo parlare di questo e, insieme, non demordere dal voler discutere delle drammatiche emergenze del territorio e dei cittadini campani, a partire dai più deboli.
Su ciò io estenderei l’invito a quelle rare persone competenti e per bene che stanno nelle liste. E le chiamerei a confrontarsi su questo terreno.
E speriamo che non saremo pochi.

Il posto ancora non lo sappiamo e stiamo cercando l'ospitalità di amici. Lo troverete qui non appena sarà deciso.

Update: Bruno ci ospita e quindi ci vediamo a Piazza Bellini, al Sorriso integrale.

02 marzo, 2010

Appuntamento: rilancio

Lo so che qui tutti pensano a voti e equilibri e iniziative legate al voto.
Ma le questioni dei cittadini contano ancora. E per quanto saremo pochi penso che si debba “dare testimonianza” delle cose che servono alla Campania oggi. A partire da una analisi non lamentosa ma realista e asciutta della nostra realtà. Come ho scritto ieri: il meridionalismo ricominci con il pessimismo della ragione.
Perciò insisto di vedersi – magari a Piazza Bellini – e far parlare due o tre introduttori, brevemente. Su argomenti-chiave per la nostra vita qui. Salute, emigrazione, disoccupazione, povertà, formazione mancata. Scegliamo tra questi temi. Non delle conferenze. Ma inviti al confronto di merito. Provarci almeno. Farlo davanti a un giornalista che lo riporti. Poi si deve decidere chi altri invitare.
La data potrebbe essere Domenica, 14 marzo, dalle 18 alle 20.
E poi vino e formaggio. E il famoso caffè.
Che ne dite?

01 marzo, 2010

Miscellanea del pessimismo dell’intelligenza

Sono uscite le liste per le regionali della Campania.
Fatta salva qualche eccezione per lo più relegata in liste di testimonianza, a differenza di quanto si sbraita sull’essere “nuovi” sono vecchie vecchissime. A sinistra e a destra. Senza contenere né storia né storie.
E sono scalfite e corrose, unte e bisunte. Come una padella da cambiare perché avvelena ormai il cibo e che, però, non si trova il coraggio di buttare via. Ma forse sono io che vedo e leggo male. Perciò: vi prego, andare a leggere ognuno per conto suo, vagliare con cuore sgombero.
Sono disponibili on line anche i rapporti completi sulla povertà (2008 e 2009) e i dati di quella estrema nella nostra come in altre città. Vengono dalla Commissione di indagine sull’esclusione sociale detta commissione povertà.
Sono anche disponibili i dati della Fondazione Agnelli sull’istruzione e il divario Nord/Sud, commentati anche da Scotto di Luzio.
E i dati reali, relativi allo scorso anno ma molto significativi, del Ministero dell’Istruzione sulle insufficienze nel primo quadrimestre e di nuovo sulle differenze tra scuole del Nord e del Sud… (qui in pdf)

… Sud: con un “d” sola – mi raccomando. Quelli che … Sudd con due “dd” di queste cose non si occupano. Sono in campagna elettorale – non distraiamoli, per amor del cielo. Hanno i loro cavalli da spronare e i loro fantini da incoraggiare. Ma quelli che… invece sono del Sud ma non di Sudd possono investire un po’ del loro tempo per capire da quale baratro dobbiamo tirarci fuori. Sarebbe questo un buon primo passo di meridionalismo contemporaneo: pessimismo della ragione innanzitutto. Come fu della storia nobile del meridionalismo…O è troppo?

Ma c’è finalmente una lieve brezza di primavera. Che porta la mente al mare. Agognato. Ma anche su di esso – ahi noi! - c’è da riflettere – ricordate l’anno scorso e le piscine di plastica allestite per i bambini nei Quartieri Spagnoli perché l’inquinamento era oltre ogni limite.

Se non fosse che viene lo scoramento, ci sarebbe da dire “altro che elezioni: al lavoro e alla lotta”.

26 febbraio, 2010

Le parole per spiegare gli sgomberi

Con solidarietà e dolore riporto la lettera di queste mie colleghe – che è in continuazione col post precedente, a favore di una scuola che insegni bene e presto le parole. E che sia solidale.

Le maestre scrivono ai loro alunni dopo lo sgombero del campo Rom di Segrate

Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo
di Segrate.
Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. E’ proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.
Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.
Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.
Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona.
A presto bambini, a scuola.
Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli.

La foto viene da Scampia ed è di chi rom e... chi no

21 febbraio, 2010

Un appuntamento, please – decidete voi!

E poi insisto ancora sui fondamentali: leggere, capire, scrivere.
Grazie Livia, Francesco, Salvatore, tutti – anche quelli da Daniela. Va bé! Organizzarsi sì allora. Un posto accogliente. Vino e formaggi? (+ il caffè offerto da Fraba). 20 euro min. a testa per mettere su la cosa? Posso prendere il treno. E esserci o il 1 o il 22 marzo. Ci vogliono, secondo me, un disoccupologo, un immigratologo e emigratologo, uno che parla di salute e ambiente, uno di bimbi e ragazzi. Importante è che sullo sfondo ci siano i dati sulla spesa pubblica campana. Altre o diverse proposte sono graditissime. Se si decide il 22 forse si può fare venire qualcuno da fuori. Battage via web e via. Organizzare luogo e dettagli da qui è un po’ difficile, però. Chi se ne occupa?

Poi… ho scritto il seguente articolo su La Stampa, in risposta a una sollecitazione di Paola Mastrocola. Con la quale spesso mi trovo in disaccordo. Non questa volta o non completamente. Uscirà a breve – mi dicono. Parla dell’analfabetismo funzionale. Che è a livelli intollerabili. E’ questione nazionale. Che fa male a tutti ma colpisce di più chi ha di meno. E’ ancor più questione campana: più di un terzo dei nostri ragazzi non finisce la scuola e la metà di tutta la popolazione della nostra regione non capisce quel che legge. Con buona pace della politica. Che anche di questo non parla.

L’altro ieri, su queste pagine, Paola Mastrocola ha ripetuto che bisogna riprendere a imparare bene a scuola la nostra lingua nazionale. E’ proprio così! E lo è tanto più per chi parte con meno. Infatti la conoscenza dell’italiano è la prima arma per emanciparsi e fare meglio dei propri genitori nella vita o per fare strada nel Paese in cui si è venuti a vivere. E la scuola che non insegna bene e presto l’italiano perpetua, più di ogni altra cosa, l’esclusione dalle opportunità.
Non è un tema nuovo. Lo diceva don Milani sessantanni fa. Il professor Tullio De Mauro ne scrive da decenni. L’Unione europea raccomanda la buona conoscenza della lingua come condizione della cittadinanza e della coesione sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità spiega che è cosa indispensabile per farcela nella vita. Il che significa che saper leggere, capire quel che si legge, scrivere e parlare correttamente non solo ti aiuta a proseguire negli studi, a salvaguardare il tuo posto di lavoro o a trovarne un altro ma anche a difenderti dai soprusi, far valere i tuoi diritti, prevenire e curare malattie, allontanare dipendenze, evitare il carcere, allungare la vita per te e i tuoi figli.
Eppure – dice bene Paola Mastrocola – non si impara più la nostra lingua a scuola. Bisogna iniziare ad urlarlo: è uno scandalo insopportabile. Che va descritto puntigliosamente. Come si fa per le malattie gravi. Le parole non si usano bene e se ne utilizzano sempre di meno. Si legge e si ascolta spesso senza capire: i test invalsi ce lo mostrano con chiarezza. Si scrive per frasi fatte, spesso tratte da stereotipi della tv. Non si conoscono le basi della sintassi. Tanto che le frasi scritte vengono tenute su – si fa per dire! – da parole tuttofare. Così la parola “che” è ormai polivalente: la si trova, indifferentemente, al posto di “a cui”, “di cui”, “in cui” ma anche al posto di “dove” e di “quando”. E’ una questione decisiva. Perché si perde la lingua e si perde la logica, il saper ragionare. Il congiuntivo si è eclissato e muore con esso la capacità di costruire ipotesi. E’ sparito l’uso dei connettivi fondamentali della nostra lingua: “infatti”, “mentre”, “tuttavia”, “sebbene”. E muore l’argomentazione. Non c’è, poi, idea di punteggiatura. E sparisce l’ortografia: le doppie, gli accenti, l’uso della h. O addirittura non si imparano i nostri pochi fonemi: ghe, ghi, che, chi, sce, sci, gli… E pensare che i bambini cinesi, in terza elementare, devono sapere leggere e scrivere almeno 300 ideogrammi, che in Francia si fa il dettato fino al liceo… Mentre il dettato nella nostra scuola primaria è merce rara già dalla seconda classe.
Ma perché? C’è, forse, scritto da qualche parte che la scuola italiana non deve mettere al centro l’apprendimento serio della nostra lingua? Assolutamente no. Anzi. Le indicazioni nazionali – una volta si chiamavano programmi – della nostra scuola di base – materna, primaria e media – insistono proprio sull’Italiano. Sintassi. Grammatica. Lessico. Punteggiatura. In modo dettagliato. E si tratta di norme. Che chi insegna a scuola è tenuto a seguire. Proprio così: pur avendo la libertà di metodo, infatti, si devono garantire alcuni traguardi, che sono irrinunciabili.
Certo, ci sono ragioni antropologiche e storiche che “spiegano” come le regole e i limiti – le grammatiche - siano tristemente spariti da tutta la vita nazionale. Certo, è triste constatare che i tagli alla scuola pubblica colpiscono le scuole primarie del Sud, lì dove c’è meno tempo pieno e più povertà materiale e culturale. Certo, la tv che portava l’italiano ovunque, nel solco della scuola pubblica e gratuita risorgimentale – vi ricordate il maestro Manzi? - è diventata la tv che massacra la nostra lingua.
Ma fa bene Mastrocola a evitare l’analisi e venire alla proposta. Che io condivido: un test prima del biennio delle superiori. Ma perché ciò possa funzionare ci vuole un tempo dedicato a chi è rimasto indietro. E soprattutto ci vuole un altro esame, ben prima. Bisogna ripristinare per tutti – italiani e stranieri – l’esame di quinta elementare. Per salvare l’Italiano è urgente, a dieci anni, una prova vera: dettato, tema, riassunto e test di “uso della lingua”. Perché è a quella età che si consolidano le basi della lingua materna o che si accede con successo a un’altra lingua. Perché la prova spingerà docenti e anche genitori a guardare con altri occhi alle competenze su cui non si transige. E perché è un rito di passaggio, cosa che serve a ogni essere umano che sta crescendo.

20 febbraio, 2010

Vita dei campani. Sotto silenzio


In attesa di capire se davvero ci si può vedere da qualche parte – tra persone che ne hanno voglia - per parlare di cose possibili per migliorare la vita in Campania, vi prego di leggere cosa pensano i medici delle condizioni in cui viviamo. Ché riguarda proprio la nostra vita. Strictu sensu.

Di questo, delle fogne e delle discariche, dell’aspettativa di vita tra le più basse d’Italia e ancor più bassa tra il crescente numero dei poveri e di altre simili amenità – argomenti sconosciuti al circo politico – si può parlare?

09 febbraio, 2010

Incontrarsi da cittadini, almeno una volta

Purtroppo non riescono ad emergere, al momento, elementi di speranza intorno all’avvio della stagione elettorale campana. E’ certamente importante capire quali saranno gli uomini e gli schieramenti. Ma poi ci sono le priorità della vita sociale e civile. E queste sono già relegate in un limbo, altrove dal contendere politico. Così, purtroppo, “nun c’è bisogn’ a zinghera pe’ divinà” e tutto pare già andare nella direzione consueta…

Tra un po' inizierà la ridda dei mostri per un posto in una delle troppe liste, messe su per salvare la pancia e il sottopancia del ceto politico campano; mentre quelli che davvero hanno possibilità di entrare in consiglio regionale avvieranno le pratiche delle promesse, che poi dovranno saldare. Non è qualunquismo il mio. Sono amare constatazioni.
Perché, invece, sarebbe di vitale importanza poter ricominciare a credere nei processi democratici e anche nella possibilità di ridare senso alla rappresentanza. Ma – perché ciò possa avvenire – sarebbe semplicemente normale che le questioni della vita economica e sociale, dell'educazione e del funzionamento della macchina regionale, il nodo del mancato sviluppo e della crescente povertà, non siano cose relegate alle retoriche ma il centro del confronto.
E va pur ricordato – a noi stessi – che questo modo di decidere su chi ci governerà non ha luogo in un mondo che resta fermo. L'Italia è già candidata a restare ai margini delle nuove mappe che, a livello planetario, stanno emergendo da questi anni di impetuosa ridefinizione dello sviluppo, dei mercati, delle conoscenze e del potere. E la Campania - se resta governata con questi metodi e senza neanche la capacità di analizzare la propria reale situazione - è destinata a rendere stabile la sua condizione di periferia della periferia, il fanale di coda della parte debole dell'Italia drammaticamente divisa in due, una terra - ancora una volta - di saccheggio, speculazione senza sviluppo, sciatteria amministrativa, radicamento criminale, disoccupazione e povertà di massa, immigrazione miserabile e emigrazione che riprende, declino culturale.

Ma la gente seria che sa e sa fare e che non ha debiti da pagare con la politica né poltrone da difendere – e ce ne è - quale posizione o proponimento può assumere in questa campagna elettorale? Deve per forza ritirarsi? O deve per forza schierarsi entro questo gioco, così com’è?
E’, forse, ancora possibile almeno dare un segnale di testimonianza. Per esempio: chiamare a raccolta – un sabato mattina - chi intende analizzare “la condizione campana” e raccontare quel che, realisticamente, sarebbe bene o possibile fare e proporre. Con il contributo dei dati e degli argomenti seri e soppesati. Con al centro una domanda: cosa servirebbe oggi alla Campania, cosa servirebbe davvero?
Possiamo provare a proporre almeno un incontro che non serva al candidato ma ai cittadini? In una facoltà universitaria, in un bar, in una sala di municipalità, in una galleria d’arte, in una chiesa sconsacrata? Al centro o a Bagnoli o a Scampia? Insomma: un pubblico dire in un pubblico spazio. Che serva a mostrare l'agenda politica vera, quella che sarebbe urgente e che dovrebbe essere? A cui chiamare un giornalista interessato alla vita e non solo ai soliti inciuci. Magari non di Napoli. Magari una firma. E un’autorità della vita culturale nazionale: uno scrittore, un direttore d’orchestra, uno storico autorevole e pacato…
C’è chi vuol almeno provare a farlo?

La foto è dalla locandina di Concerto, dove si parla di politica, desideri e canagliate.

04 febbraio, 2010

Quale politica ci riguarda?

La vicenda della designazione del candidato contro la destra per le regionali della Campania riguarda molti nudi fatti propri della “sfera separata della politica”. Il fatto che il lungo regno bassoliniano viene colpito a morte e che il colpo che gli viene inferto da Vincenzo De Luca, il quale ha sempre condiviso i medesimi metodi, più "bravo” stavolta nel medesimo gioco. Il fatto che vincitore e sconfitto, fino a prova contraria, hanno sempre considerato la politica come “n’ata cosa”, separata dalla vita e dalla società e riservata agli iniziati e non ai cittadini. Il fatto che questo scacco subito dal vecchio regnante sta suscitando i furibondi e anche patetici colpi di coda da parte di Bassolino e di gran parte del suo notabilato. Il fatto che un’altra parte dello stesso notabilato subito corre sul carro del vincitore, nella migliore tradizione del trasformismo italico e meridionale. E così via. Di tutto ciò racconta, con vera sapienza descrittiva, d.l., che invito a leggere con cura.
Ma per chi vuole una effettiva rinascita della politica, resta il fatto che, nel deserto angosciante lasciatoci dal bassolinismo, bisogna trovare il modo di dare voce e affrontare le questioni vere della vita in Campania. E’ con questo pensiero in testa che ho scritto l’articolo che segue, pubblicato oggi su Repubblica – Napoli.

Così, dopo settimane di attesa per capire chi avrebbe sfidato il candidato del centrodestra Stefano Caldoro per il posto di governatore della Campania, nessuno – tranne il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca – si è presentato alle primarie del Partito democratico. Hanno voglia a lamentarsi i lamentosi. Da che mondo è mondo, quando una squadra non si presenta in campo entro l´ora stabilita, pattuita di comune accordo, perde a tavolino.
Ma la lamentela della squadra che non si è presentata in campo, capeggiata, in questo caso, dal governatore uscente Antonio Bassolino, nel lamentarsi, ha parlato di altri candidati, potenziali, «più unitari». Che, però, o non si sono fatti avanti o si sono ritirati. E, sempre nell'argomentare il proprio lamento, questa squadra ha adombrato che c'è stata un´altra storia da quella che si è vista alla luce del giorno, che c´erano altri giochi in gioco, propri della politica, che è “n'ata cosa”.
Ma i giochi della “politica che è n'ata cosa” vivono, appunto, in altri luoghi, fuori dal cono di luce della vita civile pubblica. E perciò sono giochi che si vincono o si perdono nell´ombra. Inutile, dunque, lamentarsene in pubblico. Può andare bene o può andare male. Molte volte è andata bene a Bassolino, che – va detto senza ironia – è stato un vero maestro della politica come “altra cosa”. Questa volta no.
Così, in questi giorni, accadono le cose che accadono quando perde chi ha sempre vinto, quando si vede la fine di un regno. Così, c´è chi fa notare che “chi di spada ferisce di spada perisce”.
Ci sono i damerini e le damigelle, spesso attempati, che furono vestiti e portati a corte dal vecchio re, che fuggono verso i nuovi lidi e, nel correre via in fretta, cantano a squarciagola le nuove canzoni. Ci sono i perdenti fedeli che fanno a gara a dir male del nuovo arrivato. Tutto già visto, risaputo.
Ma al cittadino che vuole che la cosa pubblica funzioni e che migliori la sua vita – a maggior ragione in un posto d´Europa dove la vita è troppo difficile per troppe persone – resta la domanda: ma la politica deve essere e restare per forza “n'ata cosa”?
In Campania questa è una domanda cruciale. Perché la litania sulla politica come cosa diversa da quello che appare ha accompagnato il “laboratorio campano” per quasi vent'anni. Ed è stata una brutta litania. Perché ha sparso, come il sale su Cartagine, due brutte convinzioni sulla nostra vita civile, togliendoci speranza, voglia di fare parte delle decisioni, capacità di ragionare sul futuro e sulle cose da fare.
La prima: che la politica è separata dalla vita, dalle condizioni e dalle aspirazioni quotidiane delle persone. La seconda: che è appannaggio solo degli “iniziati” e non di tutti i cittadini, i quali non hanno accesso ai luoghi dove si tesse veramente la tela delle decisioni.
Perciò: non basta la fine di un regno. Che pochi rimpiangeranno. C´è da arare un deserto, ricostruire un´idea possibile di politica. Che non può più essere “n´ata cosa”.
A maggior ragione in una regione in cui la povertà riguarda un terzo dei cittadini. In cui 4 ragazzi su 10 non finiscono la scuola e i giovani, ricchi o poveri, scappano via nella misura di 6 ogni mille l´anno. In cui è avvenuta una massiccia de-industrializzazione vent´anni fa e il Pil e il mercato del lavoro sono fermi da allora, senza che vi sia stata una credibile proposta di sviluppo locale. In cui sia stranieri che campani sono sfruttati e va fermata la guerra tra poveri. In cui c´è una potenzialità di innovazione in ogni campo: energia pulita, nuove produzioni, diffusione di saperi, fruizione sostenibile dei territori.
La politica non può più essere una vicenda separata. C´è da riparare le ferite e suscitare speranza. È una cosa che non riguarda uno solo né un ceto staccato e distinto, tenuto assieme sulla base della fedeltà, come è stato nella lunga storia del notabilato meridionale. Riguarda migliaia di cittadini. È questa la sfida.

25 gennaio, 2010

Proposte povere. Per i figli dei poveri

Ho scritto ieri queste cose per l'Unità, non so quando le pubblicherà. Intanto le metto qui.

La destra italiana mostra – in campo educativo – una grande competenza nel proporre soluzioni apparentemente chiare a problemi che si trascinano. Ma ogni volta le propone al ribasso. Povere. E soprattutto tali da consolidare, sempre in peggio, lo stato delle cose. Che, però, intanto, lungo i decenni, andavano sfilacciandosi. Mentre noi guardavamo altrove. Tanto che, forse va finalmente detto che vi è un nesso terribile tra la rimozione prolungata dei problemi educativi del Paese di cui molta parte della sinistra è stata co-responsabile e la mannaia semplificatoria della destra. Un esempio? Il tema del presidio del limite a scuola. Da decenni era del tutto evidente che crescevano comportamenti inaccettabili. Come mantenere le regole, come proporre una scuola sì accogliente ma anche capace di sanzionare quel che non va? Alcuni di noi da molti anni facevano proposte. Invece di mettere note sul registro perché non inventiamo dei cartellini gialli, delle ammonizioni? Con momentanea separazione. Come si fa coi giocatori di hockey. E accompagnate da azioni riparative: pulire, aggiustare oggetti. Simbolicamente forti. Coinvolgendo su ciò le famiglie insieme ai ragazzi, grazie a un patto sottoscritto. Ma spesso – oh quanto spesso – ci si è fatto notare che quella era una deriva autoritaria, che è l’accoglienza quella che conta. Quando è da sempre evidente che accoglienza e regola sono l’una funzione dell’altra. Passano gli anni. La situazione ristagna e peggiora. E arriva una proposta finta ma leggibile: il 5 in condotta di questo governo. Che non ha una dimensione educativa e non risolve certo la questione del come si fa a cambiare i comportamenti distruttivi di Antonio o Lina. Ma, appunto, sembra chiara a una vasta opinione pubblica. E poi è semplice. Non ci fa pensare.Beh, è accaduto di nuovo. Con la proposta di ridurre l’obbligo di andare a scuola e trasferirlo nell’apprendistato. A quindici anni. Proposta che, naturalmente, è rivolta alla fascia più debole della popolazione, quella che non riesce a stare a scuola. E che corrisponde esattamente ai figli dei più poveri. Come dimostrano tutti i dati: Ocse, Istat, Commissione povertà, studi Isfol. E anche seri studi della Banca d’Italia e della Confindustria. Chi le frequenta queste cose, le sa.
I quindicenni più esclusi. Ragazzini che vivono nelle periferie delle città del Nord. E, in numero maggiore, nel Mezzogiorno. Dove gli adolescenti sono abbandonati a se stessi… se non peggio.
E’ evidente che, al Nord, i ragazzini caduti già fuori dall’obbligo – perché si assentano, perché vengono bocciati – andranno prima a lavorare. E che si moltiplicheranno due situazioni. La prima è che entrano nel lavoro vivo – nelle fabbriche, in agricoltura, nell’edilizia - ragazzini che fan fatica a reggere emotivamente. I quindicenni di oggi non reggono la richiesta dura di ritmi, affidabilità, procedure, gerarchie. La seconda è che, se, invece, reggono, non si muovono più da lì, con quelle limitate mansioni e un salario misero. E a trentanni, poi, non riescono a riqualificarsi. E riproducono povertà per sé e i propri figli. Perché i minimi del sapere di cittadinanza non sono stati consolidati. Perché pure per usare i materiali per montare pezzi o verniciare bisogna sapere un pò di inglese. Perché il computer è ovunque ormai, tranne che nella soglia più bassa di tutte. Perché non è vero che le aziende costruiscono formazione per questa fascia di lavoratori. E perché il famoso life long learning è una chimera in questo Paese. Quali agenzie, pubbliche o private, in Italia, prendono uno che fa il manovale a ventisette anni e lo fa da oltre dieci, gli fanno un bilancio di competenza, gli propongono di riqualificarsi e magari – come, invece, avviene altrove in Europa – gli diminuiscono l’orario mantenendo il salario e gli pagano ore per ri-imparare?E al Sud – dove non funziona né la formazione professionale né l’apprendistato legale? Nella migliore delle ipotesi il quindicenne riceverà il viatico legale per fare quello che già fa. Cioè lavorare al nero – 80 euro a settimana – nelle fabbrichette con pochissimo know how, vendere per le case, pulire scale, fare solo gli sciampo presso i parrucchieri, smontare gomme o pezzi delle macchine senza saperli poi riparare, portare caffè per gli uffici senza neanche imparare a farli. Per non parlare del portare droga in giro, fare il palo, imparare a sparare…
Ma vogliamo dirla tutta? Queste fasce precocemente diseredate – sono ben più dei 126 mila – che, caduti fuori dalla scuola, ora sono candidati a queste prospettive, non li si è visti annaspare a scuola da decenni? Non avevano bisogno di tempo dedicato speciale e aggiuntivo, uno a uno, che superasse questa folle idea dell’uguaglianza, che non sa guardare in faccia la verità delle vite diverse? E le famiglie non potevano avere un premio in denaro se li sostenevano negli studi? Ecco: le proposte operative sulla dispersione scolastica alcuni di noi le facciamo da anni e anni. Ma si trattava di dare cose diverse a persone diverse, come predicava don Milani. E, invece, magari nel nome di don Milani, tanta parte della sinistra ha difeso la scuola com’è, lineare e uniforme, standardizzata. Che non riusciva, però, a conquistare e proteggere proprio chi ne aveva bisogno.
“Marco, perché fai venire a scuola prima e dai la colazione calda a quelli che non ci vogliono venire. Perché dai una paghetta di due euro simbolici al giorno a questi inadempienti all’obbligo? Bisogna dare le cose uguali a tutti”. Così arriva Sacconi: le cose stanno come stanno, è meglio mandarli a lavorare e dirlo chiaro. Semplice, senza pensarci troppo su.
Così. Now I have a very little dream. Ora ho un piccolissimo sogno. Mi piacerebbe parlare di quel che faremmo noi. Roba pratica. Operativa. E non a quanto sono cattivi loro. Non è forse sul merito delle cose che dovrebbe fondarsi l’alternativa di cui si parla? Proporre cose concrete, comprensibili ai cittadini. Che magari qualcuno di noi ha pure provato. Al Paese e magari a qualcuno tra gli avversari. Perché no? In alternativa, appunto, a quel che dice e fa questa destra. Ma temo che, in questo come in altri campi, il mio piccolo sogno rimarrà tale. E più facile parlare di “politica “ – si fa per dire - che di cose da fare per il bene comune.

Le immagini sono tratte dalle scene finali di "A scuola" di Leonardo di Costanzo.

17 gennaio, 2010

Atto d’ufficio

Poiché Aurelio Musi qualche giorno fa, su Repubblica Napoli, aveva parlato del valore politico di una discesa nell’agone elettorale, con finalità civiche, in un contesto, quello campano, che egli definisce post-democratico, ho ritenuto un semplce atto d’ufficio ricordare oggi, sempre su Repubblica Napoli, alcune cose dell’esperienza fatta proprio in tale direzione quattro anni fa.

Ecco qui:
Tornando dall´estero leggo la bella riflessione di Aurelio Musi su Repubblica Napoli dell´8 gennaio. «Mettiamo che un volenteroso cittadino decidesse…». Che dire? Il sottoscritto la sua pazzia la fece. Insieme a molti altri amici. Un ottimo programma. Costruito in modo davvero partecipato. Invito a rileggerlo col senno di poi. Ottimo nel suo slancio di speranza e anche nel suo realismo. Candidature di persone competenti e oneste. Che però portavano solo voti liberi. Cosa successe? Mille errori miei e nostri, certo. Peraltro parte della partita che scegliemmo: fare, appunto, politica con senso davvero civico. E pubblicamente analizzati. Ma davvero veniali, oggi lo si può dire. Poi c´è da dire, oggi, con sobrietà… che tra le elezioni politiche che anticiparono di un mese quelle comunali e le comunali stesse la coalizione di centrosinistra aumentò di molto la sua percentuale. Effetto nazionale? Forse. Ma è anche vero che la lista Mastella, in soli 34 giorni, avendo promesso l´indulto, passò da meno del 4 al quasi il 10 per cento in città. E favorì la vittoria della Iervolino al primo turno.
Non ho rimpianti. Ho molti difetti ma sono persona alquanto temperata e restia ai risentimenti. Penso di avere dato un piccolo segnale, serio. Contro la post-democrazia, appunto. Presi ventimila voti. Bei voti. Tra cui anche 4000 disgiunti con voto a me e a lista di centrodestra. Voti di gente libera. In una città blindata in senso post-democratico. Cittadini che non si fecero terrorizzare dalla chiamata alle armi, che fece rientrare nei ranghi, con vari metodi, i 4/5 della “società civile”. Di tali “rientri” mi sono ripromesso di raccontare taluni gustosi episodi… ma dopo il mio ottantesimo compleanno, se campo. In quei giorni, centinaia di persone schierate a sostegno della post-democrazia, dalla compagine di Mastella a Rifondazione, venivano istruite per dire in giro che io favorivo la destra. Faceva parte del gioco. Lo faceva un po´ meno che si aggiungeva che ero pagato dai padroni. Mia moglie ne ride ancora: «Magari», dice scherzando. Ho estinto sei mesi fa il mio debito personale di 7 mila euro. Vivo dello stipendio di insegnante e gli sfizi si pagano. E, in tutto, abbiamo speso – come lista civica “Decidiamo insieme” – 105 mila euro, tutti raccolti da centinaia di piccoli contributi, tutti rendicontati puntualmente a norma di legge.
Voti cercati uno a uno, confrontandosi con tutti a viso aperto, con lealtà e sulle cose da fare. Un volume, una rassegna stampa e i filmati lo testimoniano. Voti che erano chiesti sulla base della logica democratica del doppio turno, che rifiutava l´inciucio a monte della prova elettorale e insisteva sulla proposta di confronto di merito. Ingenuo? Forse. Ma, lo assicuro, consapevolmente. L´educazione alla democrazia ha bisogno di slanci autentici. È stato un sano e consapevole rischio, appunto. E sono contento di averlo fatto. Perché ci siamo divertiti. E perché abbiamo proposto un esercizio civile che è ancora all´ordine del giorno. E per questo ringrazio Aurelio Musi per la sua riflessione. E le persone, anche chi non mi ha votato, sanno, in fondo, il perché di quella lucida follia. Mi fermano per strada. Mi sorridono. E almeno cento cittadini mi hanno fermato solo per dirmi che avevano sospettato che ne avrei tratto qualche vantaggio e che riconoscevano che così non è stato. Possiamo finalmente dirlo? L´abbiamo fatto proprio «un po´ fuori moda, con l´idea di impegno etico-civile, liberato da qualsiasi condizionamento di interesse o di carriera personale…».
E dopo? Al netto di un certo numero, fastidioso, di prevedibili cattive azioni subite da me e altri della lista solo per avere osato la lesa maestà, abbiamo fatto, con soddisfazione, quel che fanno i cittadini onesti che si presentano e perdono le elezioni. Nessuna cooptazione offerta è stata accettata e siamo ritornati al nostro lavoro, continuando a commentare le vicende della città, da cittadini.

14 gennaio, 2010

La morte di Yussuf serva almeno a dire a noi stessi come stanno le cose

Yussuf Errahali, marocchino di 37 anni, è stato trovato morto a Napoli martedì mattina, il 12 gennaio, secondo testimoni un gruppo di persone lo ha buttato nell'acqua di una fontana.

Ecco l’intervista che ho rilasciato a Gimmo Cuomo, Corriere del Mezzogiorno del 14 gennaio, col titolo “Rossi Doria: Napoli ha perso i giovani migliori, ormai è intollerante come le altre città italiane”

Pur rattristato, indignato, il maestro di strada Marco Rossi Doria, ora a Trento per guidare il progetto «Campus» che promuove l’integrazione educativa dei ragazzi italiani e stranieri nella formazione professionale in quell’estremo lembo dell’Italia del Nord, prende atto con realismo di quella che gli appare come una realtà ineluttabile. La gravissima violenza subita nella sua città d’origine da Yussuf Errahali, vittima, se le indagini confermeranno le denunce, di un’atto di intolleranza, di xenofobia, di straordinaria gravità, rappresenterebbe quasi l’esito inevitabile «di una scommessa persa, di una promessa non mantenuta».
A quale promessa si riferisce, professore?

«Parlo della mancata costruzione nella città di una speranza collettiva, che avrebbe dovuto coinvolgere e rendere protagonisti i giovani. Per esser ancora più preciso, chiarisco che mi riferisco al fallimento della cosiddetta città dei bambini. Se le prime testimonianze sulla morte dell’immigrato marocchino trovassero conferma, direi che i protagonisti di quel crimine sono proprio i bambini destinatari di quella promessa, delle promessa della città dei bambini, che ha suscitato una grandissima speranza. Ma che poi, dall’inizio degli anni Novanta ad oggi è stata radicalmente smentita dai fatti, anzi dai fatti mancati».

E evidente che si riferisce a uno dei principali impegni elettorali di Antonio Bassolino, prima sindaco di Napoli e poi governatore della Campania. Quali sarebbero state le omissioni su questo fronte?

«Non ci sono politiche pubbliche, né di solidarietà tra pubblico e privati a sostegno dell’infanzia. Le poche iniziative in atto sono fortemente burocratizzate, lente e non sostenute sotto i profili economico e amministrativo. Non è mai stata costituita una camera di regia tra gli enti locali nonostante le migliaia di appelli in tal senso, un esercito di bravi operatori sociali, formatisi negli anni Novanta, è stato abbandonato al suo destino».

E il risultato?

«È che Napoli è diventata tale e quale al resto d’Italia. Si sono ormai persi il rispetto e la cognizione del limite. Ogni aspetto comunitario che, lungo i secoli, aveva caratterizzato la nostra città, sta rapidamente evaporando».

Prima che città c’era?

«Prima c’era una città dove insieme a tre persone propense ad attaccare briga, a tre teste calde per capirci, c’erano cinque che preferivano evitare, levare l’occasione come si dice volgarmente. Di fronte alla tentazione di infastidire quel poveretto ci sarebbe stato chi avrebbe detto di lasciarlo perdere».

Vuol dire che ora il rapporto tra, tanto per semplificare, buoni e cattivi si è invertito?

«No, peggio. I giovani migliori del centro come della periferia sono emigrati. Sono andati a lavorare a Verona, Reggio Emilia, Parma».

Non immagina alcuna possibilità di inversione di rotta?

«Occorrerebbe una grande politica di cui non si vede l’ombra, nemmeno all’orizzonte. Basta guardare al dibattito sulle prossime regionali e sulle primarie se mai si terranno: si parla di schieramenti, di alleanze, di nomi; mai dei problemi e delle possibili soluzioni per il bene della città e della regione. Ne vedremo delle belle, a ripetizione. In Campania abbiamo la nostra potenziale Rosarno nella valle del Sele. Nel Casertano potrebbe scoppiare un riot interetnico così come nelle nostre grandi periferie urbane. I giovani sono senza istruzione e senza lavoro, il controllo delle droghe non c’è. E chi si oppone a tutto questo?»

Appunto, chi si oppone?

«Le associazioni del privato sociale tengono il carro per la discesa, spesso senza essere pagate per mesi. Le scuole pubbliche fanno quel che possono e le parrocchie pure. In sintesi, la verità nuda e cruda è una sola: un dibattito pubblico sullo stato sociale nella città di Napoli e in Campania non trova spazio. Né a destra, né a sinistra».

Non è una visione troppo disperante la sua?

«Sarà anche disperante. Ma la realtà è proprio questa».

22 dicembre, 2009

White Christmas


Qualche settimana fa i deliranti capi leghisti istigavano ancora una volta, pericolosamente, all'odio razzista. Lo facevano contro tutti, arcivescovo di Milano compreso. Con una furia di chi si sente l'ago della bilancia della compagine di governo e può urlare tutto. E, scimmiottando antichi slogan del Ku Klux Klan degli anni trenta e quaranta del secolo scorso auspicavano per la padania un White Christmas, un Natale fatto solo per i bianchi, con tutti gli stranieri fuori.
White Christmas è una famosa canzone degli stessi anni dello slogan del Klan, cantata da Bing Crosby - il disco più venduto del secolo scorso - e le sue parole sono una struggente esaltazione della neve a Natale, che ricorda quella del paesello da bambino a chi ora è nella grande città: bianco natale in senso proprio, nulla di razzista.
Il gioco di parole ignobile dei leghisti, che capovolgeva in odio una canzone d'amore, deve, però, avere risvegliato, il Signore degli eserciti. Il quale - forte di poteri superiori - ha fatto cadere sulla padania un vero bianco Natale, Fatto di neve e di ghiaccio. Che ha bloccato tutto.
Così mentre attraversavo la bianca, di neve, padania sul treno regionale con ore di ritardo ho visto la bimba cinese che giocava con la nonna italiana di un'altra bimba, il ragazzo del Senegal che aiutava l'anziano signore a mettere a posto i bagagli, la giovane donna col capo coperto che si alzava per fare sedere l'uomo anziano che lo ringraziava, si sedeva e poi leggeva poi la Padania e lo studente orientale che giocava a scacchi con il collega italiano.
Il mondo è fortunatamente più sorprendente e ricco dei fanatismi.
Buon Natale.

18 dicembre, 2009

Bruttopaese


Sono sgomento per l’ulteriore attacco alle libertà… liberali. C’è da alzare la guardia a difesa della libera rete in libero stato. Consiglio di seguire il dibattito e di leggere Zambardino.

Segnalo poi l’uscita ufficiale del rapporto 2008-2009 della commissione povertà o commissione indagine sull’esclusione sociale (CIES) – della quale faccio parte. E’ lunga ma esorto davvero a leggerne almeno il riassunto iniziale, la relazione di sintesi. Insisto: è quasi un dovere civico farlo. Per capire come vengono colpiti sempre i più poveri, che lavorino a no, i giovani, il Mezzogiorno. E i bambini. Questo è un Paese dove cresce l’ingiustizia sociale e nessuno ci bada – o, meglio detto, badano a altro. E non si tratta di extracomunitari ma di italiani nati in Italia. Però poveri. In aumento e senza ombra di politiche pubbliche.

Il clima politico è mefitico. Ma la sua base sta nell’impossibilità di una decency in termini di coesione sociale che, a sua volta è dovuta al carattere macroscopico del duplice divario: tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud. Il sintomo è la titanica lotta tra S.B. e i suoi avversari, come la punta di un iceberg si vede quella cosa lì. Ma la base, quel che sta sotto e minaccia è la divisione sostanziale e reale dell’Italia.

E’ l’impossibilità di duratura coesione sociale la questione vera, di fondo del Paese. Ma (sic!) il puntuale rapporto annuale viene ripreso oggi solo dall’Avvenire, quotidiano della conferenza episcopale. Tace la libera stampa, muto è il sindacato, tacciono, nell’ordine, Bersani, Di Pietro e pure “li comunisti”…