22 maggio, 2007

Se ne devono andare

Pubblico oggi, volutamente con ritardo – il suo senso si rafforza con il passare dei giorni - il testo del mio articolo su la Repubblica di Napoli di qualche giorno fa.
Intanto la situazione sta peggiorando, come previsto. Da cittadino ne sono anche spaventato. Quando c’è il rischio di epidemie, quelle vere e i ratti aumentano e entrano nelle scuole non si può certo gioire del fallimento politico di un sistema di potere che ho criticato e contro il quale ho condotto una battaglia democratica un anno fa. Anche perché i suoi rappresentanti a tutto pensano fuorché a dimettersi, che sarebbe l’unico atto civile e sensato da fare.
Domani risponderò ai commenti.


E’ davvero tempo di un crudo bilancio politico.
La Campania, incapace di essere pattumiera di se stessa, è anche la pattumiera dei veleni d’Italia. Ne raccoglie il 43%, per lo più sotto il controllo delle eco-mafie. Ha a tal punto intossicato i terreni e le acque che le percentuali di probabilità di cancro per noi sono 400 per cento quelle della media nazionale, un danno irreparabile, che resterà per molti secoli. Al contempo la Campania, le sue province e i suoi comuni, con rare, encomiabili eccezioni, hanno permesso – ciascuno per le sue responsabilità - che si protraesse nel tempo un ciclo doloso dei rifiuti che non ha pari in Europa: la mancanza di impianti moderni corrisponde a una raccolta dei rifiuti che non consente di trattarli facilmente per creare energia e combustile e questo corrisponde a mancata raccolta differenziata, riciclaggio e rigenerazione che, a sua volta, corrisponde all’uso, fuori da qualsiasi misura accettabile, sia delle discariche che del trasporto con treni fuori dal territorio, due opzioni che drenano denaro pubblico per miliardi di euro a favore della speculazione nella compravendita dei suoli e negli appalti sui trasporti. A tale ciclo si è aggiunto il fatto che, per trattare – si fa per dire - i rifiuti campani sono stati assunti un numero di addetti per abitante almeno 7 volte la media delle altre regioni.
I legami, reali o potenziali, tra politica e camorra su ognuno di questi fronti è tale da far tremare i polsi.
Tutto questo è avvenuto contro la legge nazionale in materia ambientale, che è una buona legge perché funziona ovunque, tranne in Campania. E questa deroga alla legge ha prodotto un tale disastro che il governo nazionale è dovuto intervenire, per decreto, a sua volta in deroga alle leggi dello stato, un paradosso che non trova paragoni.
Così si perpetua l’emergenza, si delega all’ennesimo salvatore della patria il quale almeno assume responsabilità e agisce in extremis e di fronte al pericolo di epidemie. Ma al contempo le maniere a dir poco sbrigative avviliscono la responsabilità partecipativa e i diritti dei cittadini.
E’ su questa scena tragica che accade, grottescamente, quel che cento volte è avvenuto nel Mezzogiorno. Gli esponenti della classe dirigente locale, responsabili del disastro - proprio come raccontava Salvemini cento anni fa – si permettono di criticare l’operato del governo, assumendo il noto ruolo del notabilato sovversivo meridionale che critica in nome dell’antica arte: salvare i voti, la sedia e non assumere responsabilità. Il notabilato più sapiente non si arrischia su tale terreno ma o tace o dice poche cose, lascia ancora una volta passare tempo, tesse le relazioni con il centro, alza i soliti muri di gomma.
Quel che avviene per i rifiuti accade su ogni altro tema della vita comune. Non abbiamo un piano strategico di sviluppo? Non si danno deleghe e soldi promessi alle municipalità? Non si capisce che succede a Bagnoli o perché il comune ha elargito nuovo denaro per la STU di Scampia? Lo stadio di Scampia appare e sparisce come nel gioco delle tre carte? Aumenta la forbice tra ricchi e poveri e le politiche di inclusione non mordono mentre la povertà cresce? Notizia. Breve polemica locale dell’uno o dell’altro. Ogni tanto qualche timido o meno timido intervento del governo centrale a secondo della gravità del tema. Fuoco di fila o muro di gomma del notabilato locale.
Ma intanto muore la politica e la speranza civile. La politica, infatti, non si misura solo con i suoi fallimenti in termini di risultati concreti e di sperpero del nostro denaro. Si misura, in democrazia, anche con l’etica pubblica, legata ad una funzione educativa. Da tale punto di vista la nostra classe politica locale ha condotto una sistematica azione diseducativa verso i cittadini perché è stato insegnato che le cose non si possono risolvere, che non esiste una regola, che quel che si dichiara non ha alcuna corrispondenza con quello che si fa, che nessuno porta responsabilità e che illudersi di proporre nel nome del bene comune è mera ingenuità.
Durante la campagna elettorale, ieri a Napoli e oggi a Palermo, si racconta che si usano i telefonini a prova del voto per ottenere regalie, che si pagano prebende per mettere manifesti nei quartieri difficili e portare i fac-simili – i famosi santini – nelle scale dei palazzi, casa per casa. C’è chi lo fa e chi no. A destra e a sinistra. C’è chi lo denuncia nelle aule dei tribunali o sulla stampa e in tempo utile per ridare forza alla legge. E chi no.
Se accade questo è davvero tempo di ricostruire la politica nel nostro territorio. Su tutta la linea: rifiuti, gestione dei progetti per la città, politiche sociali ma anche modalità di costruzione del consenso.
Ma, per farlo – si tratta di un’opera quasi disperata - va respinta la retorica della volontà e dell’ottimismo. Ci vuole invece una analisi pessimista e intelligente di questi anni disastrosi. Una analisi pubblica. Una riflessione civile. Che implica un ampio, serrato giudizio politico su chi li ha condotti. E che deve evitare l’altalena tra richiami moralistici e salvaguardia della continuità. Non basta il cauto e ben manovrato avvicendamento generazionale qui da noi. Ci vuole, invece, una chiara rottura di continuità. E non solo se ne devono andare i vecchi. Se ne deve andare un modo di intendere la politica che troppo spesso hanno trasmesso, addirittura peggiorato, ai loro eredi.

4 commenti:

edoardo cosentino ha detto...

Caro Marco, sottoscrivo in pieno quanto dici.
La tua conclusione richiama, inevitabilmente, quanto da te scritto il 15 maggio : Come si scardina questo sistema?
Come si fa quando, come oggi, leggiamo che Repubblica intervista Pomicino? In un paese civile un politico con il suo passato sarebbe tenuto a distanza, mentre da noi si intrevista e magari si dice che è stato un bravo politico.
Se ciò accade può solo significare che il livello do corruzione e connivenza è andato, da tempo, oltre ogni limite.
Più di venti parlamentari italiani sono pregiudicati e si va avanti così!
Come si fa a reagire in un paese mafioso come il nostro?

Anonimo ha detto...

ehhhhhhhhh,
si fa molto di peggio!!!!!!!!!!!!
si consnte ad un signore napoletano tal francesco di lorenzo, di essere in Italia il capofila, ed intendo capofila soprattutto di risorse economiche, delle associazioni di volontariato che operano in ambito oncologico.
Chi se ne occupa?Chi si ricorda e ricorda ai giovani che è stato e cosa ha fatto francesco de lorenzo????????
fabrizio

Daniele Coppin ha detto...

Quanto affermi è condivisibile in gran parte. Tuttavia ritengo che, a causa della visione elitaria della politica affermatasi negli ultimi anni, le soluzioni (?) alternative proposte (PD, democrazia partecipativa, ecc.) rischiano di aumentare la confusione e favorire chi vuole che tutto cambi affinché nulla cambi. In particolare, mi riferisco alla convinzione, purtroppo molto diffusa a sinistra, secondo la quale le scelte della Pubblica Amministrazione, anche quelle che richiedono una specifica preparazione, competenza ed esperienza, dovrebbero essere fatte previa concertazione con le popolazioni, in base al principio che tutti hanno il diritto a dire la propria. In realtà, il principio ha senso se afferma che tutti COLORO CHE HANNO LE COMPETENZE APPROPRIATE hanno il diritto di dire la loro. La questione non è di poco conto: cosa deciderebbero le popolazioni se venissero consultate sui vincoli sismici, sui rischi idrogeologici, su problemi ambientali specifici che, se affrontati senza la necessaria competenza, possono creare danni maggiori di quelli che si vorrebbero scongiurare? Il caso dei Rifiuti è illuminante in tal senso: ormai è chiaro che il problema non è la concertazione. La gente vuole produrre rifiuti ma non vuole impianti di trattamento sul proprio territorio. Ecco, quindi, che anche se "... si delega all’ennesimo salvatore della patria il quale almeno assume responsabilità e agisce in extremis e di fronte al pericolo di epidemie" i problemi non si risolvono perchè si ritiene che sia sbagliato avvilire "... la responsabilità partecipativa e i diritti dei cittadini". Credo che tutti debbano fare la loro parte, anche i "cittadini", perché se è vero che gli amministratori hanno grosse responsabilità per lo stato delle cose è altrettanto vero che essi sono stati scelti dai cittadini proprio perchè proponevano soluzioni che, nel breve periodo, non scontentavano gli elettori. L'obiettivo della politica e dei politici seri è quello di assumersi responsabilità, anche sgradevoli, facendo comprendere ai cittadini quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel tempo. E' difficile ma forse è l'unico modo per ridare la speranza agli Italiani ed ai Napoletani in particolare.

pino de nigris ha detto...

Aggiungo solo, all'ultimo commento, che proprio per non essere elitari occorre considerare con una buona dose di incertezza le capacità tecniche dei "tecnici"... oltre che quelle politiche dei "politici" (qui abbiamo però più certezze).