19 ottobre, 2009

North country

Da febbraio vivo a Trento. Non volevo stare appresso ai baracconi partenopei della formazione in cambio di una strisciante cooptazione da parte dei nostri “lor signori”. La libertà è un bene inalienabile. E ha i suoi costi. Ma anche i suoi vantaggi. E’ una straordinaria occasione per mettersi in gioco, apprendere anche alla mia età. Sì, per conoscere e ri-conoscere e per cambiare sguardo: altri posti, altre modalità e persone che fanno, pensano, parlano diversamente e, dunque, che smontano, dall’interno, le categorie attraverso le quali uno è abituato a guardare le cose.

Mi occupo di ragazzini e docenti che cercano di contenere il disagio del crescere che investe l’intero nostro Paese, anche il Nord – dove, in modi diversi che da noi, pure c’è esclusione sociale e crisi educativa. Però è vero che il mio lavoro qui è sostenuto da un sistema di welfare che funziona e che mi insegna come potrebbe essere fatto un buon sistema di protezione, capace di promuovere educazione, formazione, sviluppo locale. Perché si rivolge con competenza sia a ragazzi italiani che stranieri. Sia al produrre che al sapere. Sia al dare che al chiedere conto.

Da ancor più tempo giro per il Nord – lo faccio da quando stavo al Ministero, impegnato, durante la breve stagione del governo Prodi, sul nuovo obbligo di istruzione e sulle indicazioni per il curricolo della scuola di base. Il Nord. E’ un insieme di moltissime realtà diverse. Ma che hanno in comune l’essere un normale contesto europeo. Mi viene da dire: luoghi europei dove si parla italiano. Fa strano camminarci in mezzo per chi è di Napoli. Sono luoghi segnati, tuttavia, dalle solite anomalie italiane e, in particolare, da quella cosa insopportabile che è la vigliaccheria: l’essere forti con i deboli e deboli con i forti. Ma, nonostante questa “italica persistenza”, vi è un tessuto di cose faticosamente normali, che a noi del Sud manca. Tanto che noi quasi non ci rendiamo più conto che esistono in Italia. E che ci fanno meraviglia: strade pulite, uffici funzionanti, dibattito sui diritti, partecipazione a occasioni pubbliche nelle quali si decide del piano regolatore o della proposta fatta dalla municipalità, persone che si guadagnano il pane perché fanno il loro mestiere (veramente) e poi fanno anche politica, sindaci e assessori – di sinistra e di destra - che parlano con le persone e ascoltano pure, collegi docenti dove si lavora sul merito e non si urla, librerie piene di gente che compra perché legge e che non ha sempre la stessa faccia, treni pieni di persone che sono venute qui dal mondo intero e che hanno lo sguardo, il ritmo, le parole di chi lavora normalmente e non a schiavitù e che conosce doveri e diritti, come gli altri e che – pure nelle lande della leganord – paga un affitto secondo le norme e lavora secondo quanto stabilisce il contratto nazionale e si iscrive al sindacato, all’associazione culturale, fianco a fianco a amici italiani…

Nei Quartieri Spagnoli, dove torno spesso per lunghi week-end, vedo ancor più di ieri quanto la situazione dei ragazzi è disperata. E rabbrividisco più di ieri nel riconoscere le colpe della classe politica locale, che ha gettato via risorse per decenni. Risorse minori di quelle disponibili al Nord? Certamente. Ma comunque ingenti risorse gettate via.

Seguo da prima di questa mia emigrazione i ragazzi napoletani emigrati. So da tempo – con tristezza immensa – che i nostri ragazzini poveri che si salvano sono quelli che emigrano al Nord. Cambiano il loro sguardo. Come lo cambio io. Carmine mi parla di una fabbrica e non più di una fabbrichetta al nero, della busta paga vera, del sindacato, della casa affittata con un regolare contratto insieme agli amici, della palestra frequentata la sera. Anna mi dice della freddezza che trova ma anche di come è fatto l’asilo nido dove porta sua figlia e del lavoro del marito che “ha tanti compagni di fatica neri”. Antonio è preoccupato per la crisi come i suoi compagni di lavoro: “qui la cosa è seria, il lavoro c’era e oggi non c’è; non è come da noi che eravamo abituati che non c’era e basta; ognuno c’ha il mutuo, c’ha le sue cose fatte bene; è un casino qui…”

Quando mi fermo con le persone di centro-sinistra al Nord mi chiedono del centro sinistra napoletano. E quasi ogni volta, con rabbia, mi raccontano di quanti voti hanno perso per colpa della monnezza, di Bassolino e della sua arroganza senza contenuti e senza modi. O mi domandano del suo sistema, di quella montagna di tessere incredibile… un terzo di tutte le tessere d’Italia. Mi chiedono come è stato e come è possibile. Rispondo loro come si può immaginare ma con fatica. Confesso che sono orgoglioso di non aver mai fatto parte di quella roba lì, di cui loro mi parlano con dolore, incredulità e rabbia. Questo mi dà forza. Ma non basta. Mi chiedono se a sinistra del Pd c’è qualcuno che critica, che esce dalle giunte. Scuoto la testa. Mi chiedono come andrà adesso. E dico loro che il centro-sinistra inevitabilmente perderà. Contro la peggiore destra che esiste. E che se per caso, invece, vince, è una roba nella quale loro non potrebbero mai ma proprio mai riconoscersi. Mi chiedono di fare degli esempi, perché stentano a credermi. Con vera pena dico loro di Castellamare di Stabia, del morto e dell’uccisore iscritti entrambi al Pd. Sgranano gli occhi. Non capiscono.
O parlo delle inchieste attuali sui rifiuti o del come queste inchieste sono parte di un’idea aberrante di territorio e di cittadinanza, che persone serie criticano, in modo costante e documentato, ma come voci nel deserto. O racconto loro delle concrete vicende della gestione della cosa pubblica a Napoli. Proprio ieri ho parlato con due segretari di sezioni del Pd e con un ragazzo di Rifondazione della vicenda del Forum delle culture del 2013 e dell’assessore Oddati.
Finché non ho aperto il computer e mostrato loro i dati di fatto si sono rifiutati di credermi. Dopo mi hanno guardato con tristezza. Hanno ammesso che anche da loro succedono cose brutte. Ma non queste enormità. Già, le enormità…

Così il Nord oggi fa parte del mio paesaggio. E’ una dimensione, per me nuova, entro la quale domandarmi dove va il mio Paese, una dimensione della politica che si affianca a quella napoletana. Per questo ho accettato di candidarmi a Mantova – provincia molto varia, con più di cento diverse etnie immigrate e molti clandestini, con diffusi problemi di nuove sofferenze a scuola, con zone di chiusure traumatiche di fabbriche e di nuove povertà – come capolista alle primarie di domenica prossima per l’assemblea nazionale del Pd, per la mozione di Ignazio Marino.
E così martedì sarò con Pippo Civati a Pegognaga a riflettere su lavoro e i giovani. Mercoledì sarò a Montecchi sui temi dei diritti civili, di equità e diversità. E giovedì sarò al teatro comunale di Mendola nell’alto mantovano dove la crisi morde duramente. Spero di raccontare qui quello che incontro.

3 commenti:

edoardo cosentino ha detto...

In bocca al lupo...

ottanta/cento ha detto...

Ma dai. Bello. Mi fa piacere.

Alessandro Cascone ha detto...

"Nei Quartieri Spagnoli, dove torno spesso per lunghi week-end, vedo ancor più di ieri quanto la situazione dei ragazzi è disperata. E rabbrividisco più di ieri nel riconoscere le colpe della classe politica locale, che ha gettato via risorse per decenni"

perchè non candidarsi allora in Campania ???