10 febbraio, 2008

Emigrazione e rispetto

Ho passato la settimana fuori per lavoro. Su un intercity plus per il Nord. Prima Bologna e Reggio Emilia, poi Monza e Milano, poi Torino.
Sono andato in giro per scuole a riflettere con i docenti sul nuovo obbligo e sulle indicazioni per la scuola di base.
Sul treno ho incontrato dei giovani che tornavano a lavorare dopo brevi vacanze a casa. Carmine non so cosa facesse in albergo a Rimini. Mario stava in una grossa officina a Verona: messa a punto di macchine movimento terra. Alfonso stava nella pizzeria del cugino a Modena. Guardando fuori abbiamo parlottato. Si inizia dal tempo. Erano contenti che vi fosse il sole e che la pianura si vedesse chiara: “La nebbia è brutta e non consola”. Dicevano che lavorano molto, che i salari non bastano e fa bene la tv a dirlo ma che erano rispettati. Non come qui. “Non riusciamo a mettere niente da parte. Ma almeno siamo rispettati”. “Però stiamo lì solo un po’; vogliamo tornare alle parti nostre. La gente è meglio da noi. Si parla. Non so…”.
Se ne vanno – sono quasi sempre i giovani - per disperata necessità di reddito. Ma anche di rispetto – appunto.
Il rispetto è il primo ingrediente della cittadinanza.
Eppure riconoscono l’appartenenza identitaria, una qualche forma di comunità accogliente a cui tenersi legati, a cui tornare. Anche se manca il rispetto da cittadini.

Siamo la seconda regione più popolosa d’Italia (5.790.187, nel 2006), con la densità di gran lunga più alta (426 ab. /Kmq). La popolazione della Campania è quella con un maggior numero di giovani (quelli fra 0 e 17 anni sono il 21,3%) ed è una popolazione stabile, che non diminuisce, come accade altrove. In un anno è diminuita di sole 742 unità.
Ma – attenzione! – se analizziamo questo dato in dettaglio ci accorgiamo subito che non è proprio così. Il saldo naturale (la differenza tra il numero dei nati e quello dei morti), infatti, è attivo per 15.102 unità mentre il saldo migratorio negativo per 15.874. Pertanto, nel corso di un solo anno, ha lasciato la Campania il 3 per mille della popolazione. E’ tanto e secondo le stime dell'Istat più recenti questo dato sale ancora, al 4,5 per mille. Secondo il recente dossier della Caritas sulla povertà in Campania si tratta di giovani, per lo più con titolo di studio medio-alto, che cercano altrove adeguata occupazione. Dunque è ben possibile che tra questi non vi siano Alfonso né Mario né Carmine. I quali probabilmente conservano la residenza qui. E dunque il saldo migratorio effettivo è probabilmente più alto di quello dichiarato.
Se ne vanno. Perché da noi sta calando la speranza di occupazione, reddito e… rispetto. Se ne vanno nonostante quel senso di appartenenza.

3 commenti:

TopGun [Ace In The Storm] ha detto...

Post interessante.
manco a farlo apposta oggi ho scritto qualcosa di attinente "Integrarsi in Svezia".

se ti va il link è questo:
http://aviatoresoprailmare.blogspot.com/2008/02/integrarsi-in-svezia-parte-i.html


ciao.

TopGun [Ace In The Storm] ha detto...

il link non è attivo (non capirò mai perchè blogger non lo converte automaticamente).
ovviamente basta copiarlo e incollarlo nella barra indirizzi.

ciao.

Ercolanese Ebbro ha detto...

Cosa è il rispetto..qui bisogna guadagnarsi anche quello.
Partenze e ritorni.L'immagine del treno è perfetta, un'istantanea di ieri e di oggi.Il patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico se valorizzato in maniera sapiente e moderna sullo stile di Barcellona o Valencia offrirebbe opportunità e mansioni per tanti giovani, diplomati e laureati, che invece affollano i call center delle torri al centro direzionale spettrale progettato da Kenzo Tange, guadagnando in base ai "pacchetti" telefonici che riescono a vendere.Altri partono per un pò di rispetto, per non poltrire come certi "sfasulati", per necessità soprattutto.
I nostri territori dispongono di talenti, di intelligenze, di manualità e buona volontà che in molti non vogliono vedere e che altrove sognano. Non funzionano i collocamenti, i concorsi e i lavori bianchi (trasparenti)solo neri.I treni verso il nord non si sono mai fermati.Sulle poltrone degli scompartimenti l'amarezza e la nostalgia di 40 anni fa non sono diverse da quelle di oggi.Poi subentra la rassegnazione dinnanzi a contesti che sembrano irreversibili..che peccato!