08 settembre, 2014

Un sussulto per il rione martoriato

Un mio articolo apparso su La Stampa del 7 Settembre sulla tragica morte di Davide Bifolco e sulle risposte della politica verso chi cresce nei rioni di Napoli.

Davide Bifolco era poco più che un bambino. Morire così a diciassette anni è terribile. Il dolore dei genitori, dei fratelli e degli amici è terribile. Lo smarrimento di tanti insegnanti, educatori, mister dei campetti di periferia, volontari, parroci, assistenti sociali impegnati ogni giorno in città è grande in queste ore. E la città tutta intera tocca ancora una volta le sue ferite.
Non è proprio il caso di fare ipotesi su come è andata. E’ bene tacere e aspettare le indagini. Certo, un ragazzino non può morire così. Non è ammissibile.
Ma sulla scena che sta intorno a questo strazio non si deve tacere. E per chi non è di Napoli va raccontata questa scena.


Il quartiere Traiano è pieno di buoni cittadini. S’alzano la mattina e vanno a lavorare o a cercare lavoro. Nonostante tutto. Un eroismo silente e quotidiano, che è difficile dire quanto costi e capire lontano da questa città.  Se si percorre il viale principale, da un lato c’è l’Università, da oltre vent’anni animata dai ragazzi delle facoltà scientifiche che arrivano da ogni dove. Come dappertutto: studio, speranze, prospettive costruite con cura e dedizione. Dall’altro lato c’è un muro che delimita un rione – o’ rione - che da decenni è fuori dalla legge, luogo ora di arroccamento ora di contesa tra bande camorriste che muovono milioni e milioni nel traffico di coca e di altro. Tutto il più grande rione è affaticato da questa enclave che lo condiziona nelle attese, negli sguardi, nelle paure e nelle speranze. E’ come in guerra. E, poi e ancora, c’è la fragilità – che è della città tutta - delle prospettive di fuoriuscita dal baratro, annullate dalla debolezza di servizi e anche di strategie ben coordinate e soprattutto dalla debolezza di quelle reti e occasioni di attivazione e occupazione positiva del tempo e degli spazi che, ovunque nel mondo, è la prima garanzia di sicurezza. Le forze dell’ordine a Miami o nel Bronx o a Napoli o a Torino riconquistano i territori se – oltre all’accorto uso del monopolio della forza da parte dello Stato - c’è speranza di lavoro e attivazione civile. E l’una e l’altra oggi sono troppo deboli. Al Rione Traiano si scende da casa e lo si sa. Ci si batte perché non sia così nelle scuole, che sono baluardi di resistenza civile, miracolosi e anche nei caseggiati dove tanti abitano ben lontano dal malaffare. Ma il nemico è forte. E non è solo il malaffare. Sono anche i troppi che hanno reso opaca la politica e la società e impedito o indebolito le occasioni di sviluppo sano.
Da qui verso occidente, c’è l’enorme spazio vuoto dall’Ilva dismessa, mai sostituita. Uno spazio che attende nuove forme di sviluppo da decenni. Chi è entrato nel quartiere appena costruito cinquant’anni fa, la aveva lì davanti e, poi, le altre fabbriche e l’indotto. Quando tutto è finito, a differenza che a Torino, non è successo nulla: nessun visione di rinascita né piano strategico attuato ma montagne promesse disattese. E’ devastante per le attese di chi cresce lì e per quelle della città. Così, due generazioni sono restate in attesa. E intanto, tutto intorno, la vita ha preso le vie che ha potuto, dall’inventarsi il lavoro nonostante tutto all’emigrare come fecero i nonni a resistere al degrado a essere troppo vicini ai cattivi richiami.
Crescere è difficile in questi luoghi. Educare pure. Vi sono aree di rischio, esperienze e momenti nella vita di chi cresce che sono immersi in una zona grigia. Si prova a studiare ma ci sono anche altre sirene che distraggono e chiamano. Il tempo si riempie di occasioni. Ce ne sono di buone. La scuola. Le palestre. I campi di calcio. Gli zii o gli amici più grandi che s’inventano un lavoro o continuano a studiare nonostante non vi sia formazione professionale né un mercato del lavoro, da ben prima di questa crisi. Ma non è difficile perdersi, prendere abitudini rischiose o vie cattive, a volte per uscirne a volte no. E’ in questo paesaggio complesso e condizionato che tutto accade…
Basta. E’ tempo di trasformare questo paesaggio. Si può fare. Napoli, il Mezzogiorno hanno avuto stagioni di riscatto. E’ tempo per un nuovo sussulto. Ci vuole una grande politica. Dedicata al Sud sì, ma a condizione che a Sud si sostenga chi – nella scuola, nelle imprese, nel privato sociale, tra i lavoratori – sta davvero promuovendo le vie della rinascita. Ma perché questo avvenga, deve costituirsi una nuova classe dirigente. Solo così i tanti buoni cittadini dei tanti rioni martoriati possono aspirare a nuova vita.

1 commento:

Franco Cuomo ha detto...

http://interfaceworld.blogspot.it/2014/09/a-proposito-delluccisione-di-un-minore.html