19 settembre, 2008

Maestre (parte 6 e ultima)

In questi giorni tutto viene letto in modo semplificato; e, sostanzialmente, il centro-destra sostiene che la scuola deve essere innanzitutto law and order, che i sessantottini nulla facenti stanno tutti insieme a fare ben poco e temono l’insegnante unico, che non rappresentano sicurezze educative perché il bambino, in quanto tale, ricerca le certezze in un’unica figura sempre e comunque e che perciò va ripristinato l’ordine di una volta, grazie, appunto, alla figura ritrovata del solo maestro.
Ma il mondo è veramente fatto così? Francamente non mi pare. Mi pare di capire – dopo oltre trentanni di questo mestiere - che l’autorevolezza può essere del singolo adulto o di più adulti, purché tra loro vi sia un patto, una concordia di mandato su alcune linee guida condivise in modo che i bambini riconoscano un’unitarietà di approccio pur nella normale diversità di stili educativi e di insegnamento; e purché sia garantito uno spazio di confronto leale tra adulti, in cui poter dirsi reciprocamente cosa va e cosa no e come si può correggere ogni volta l’errore, affrontare l’imprevisto e agire meglio. Esattamente come dovrebbe essere anche tra i genitori. E mi pare di capire – dopo oltre trentanni di questo mestiere - che l’autorevolezza la si conquista e riconquista ogni volta grazie al fatto che ogni volta ci si presenta ai bambini con la capacità di interessarli e attivarli e di farli lavorare sia alla creatività che al rigore e, dunque, certamente con la capacità di tenere bene i limiti e le regole ma anche con quella di costruire una didattica ricca, che mette in gioco, fa pensare e dubitare e con quella di curare con costanza una relazione educativa che tenga insieme l’equità e la differenziazione verso ognuno e con quella di intessere un rapporto leale con le famiglie, di alleanza adulta, nella chiara distinzione di ambiti e ruoli tra scuola e casa. E mi pare di capire – dopo oltre trentanni di questo mestiere - che tutto ciò richiede anche un buon clima di scuola, un senso di appartenenza e di comunità che è opera di relazioni umane molteplici, variegate, differenziate e non azione di tanti singoli isolati. Tutte cose facili a dirsi ma ben complicate nella vita vera. Che richiedono necessariamente tempo, appunto, per preparare e manutenere azione concorde e comune, tempo dedicato al confronto e all’elaborazione seria prima e dopo ogni giornata. Nulla che si possa ottenere solo con la formula risolutiva dei voti numerici e la retorica sui “vecchi tempi di una volta”. Che non funzionavano una volta e ancor meno oggi, con i bambini stimolati da mille media e da mille mondi ma anche distratti e confusi dalla mancanza di modelli educativi chiari in famiglia, dall’assenza di ogni presidio del limite da parte del mondo adulto in generale e anche in tv. Sì, ci vuole molto tempo dedicato per affrontare tale complessità e non tempo breve né soluzioni sbrigative e rassicuranti che sono destinate a una grande inefficacia. Insomma: si metta pure il grembiule o la tuta a tutti (è bene coprire le griffe), si faccia ciò che si creda sui voti numerici (perché tanto, poi, coi genitori ci si deve sedere a parlare e l’articolazione del giudizio va pur detta), si rimarchi di più il voto in condotta (tanto, soprattutto alle elementari, quel che conta e come si sa stare coi bambini davvero)…. ma poi, vivaddio, c’è da fare scuola. Che è un’altra cosa rispetto agli slogan e alle trovate. E’ un’artigianato difficile da sempre, creativo e rigoroso, reso più duro dalla mancanza di attenzione educativa nel mondo di oggi. Una roba seria. Perché costringe a molta sorvegliata riflessione su sé. Tutte cose che una società non può pagare con 1500 euro al mese dopo 30 anni di onorato servizio. Proprio no.
Ma – si dice – sia pure vero tutto ciò, resta che si deve risparmiare – proprio così l’ha messa giù Tremonti a Ballarò. E allora ammettiamo pure tale necessità di risparmiare e sia pure tralasciata la fondata polemica sul fatto che si risparmia per ora solo sulle elementari che sono, a detta di tutti gli osservatori indipendenti, la parte migliore della scuola italiana, quella con i risultati migliori… Ma qualcuno sa dire perché non lasciare alle scuole dell’autonomia, l’autonomia effettiva di come organizzarsi? Si vuole risparmiare? Bene. Si dia un tetto di personale a ogni scuola, un unico organico funzionale, nella salvaguardia del tempo lungo lì dove c’è e di un minimo di possibilità di sviluppo dove ce ne è bisogno. E si lasci alle scuole il lavoro di usare al meglio le risorse umane, fuori dalle logiche centralistiche. Poi si trovino anche altre modalità di risparmio entro i prossimi due o tre anni – gli sprechi sono tanti – e in proporzione al risparmio così ottenuto si aumenti via-via tale organico funzionale dato alle scuole, soprattutto nel Sud, dove c’è da aprire un fronte precoce contro l’analfabetismo che nasce dalle povertà e le genera a sua volta. E se non ci si fida si faccia, finalmente, un serio monitoraggio di come si usano i docenti. E forse si avranno delle sorprese sulle urgenze educative enormi del Paese e sul tanto lavoro silente che si fa per rispondere ad esse. Ma per fare questo va valutato il nostro lavoro di maestre/i. E deve terminare il veto sindacale al nostro utile differenziarci e al principio del dare di più a chi fa di più nel nome di una iniqua e stupida logica fondata sulla standardizzazione che premia la mediocritas. E non ci deve neanche essere un giudizio preconcetto e punitivo da parte di controllori incapaci di interagire con chi lavora. In generale ma ancor più nei lavori di cura e in campo educativo controllare fuori da ciò che avviene davvero non serve e la misura del lavoro con parametri generici nessuno al mondo la usa più. Va fatta sì una valutazione di merito sui gruppi in azione e sui ruoli singoli entro il gruppo. Ma che aiuti gruppi e singoli a misurare il lavoro sulla base delle azioni svolte e dei problemi risolti. Sul da fare e sul fatto. Con flessibilità, in modo prestazionale e partecipativo, insieme alle/ai maestre/i. E con rispetto. Come in ogni onorato lavoro di questo mondo.

2 commenti:

elvira ha detto...

Io la maestra unica non la saprei fare. E spero di non doverla mai fare. E spero anche di non dover fare la maestra prevalente o l'integrativa o la tappabuchi o cos'altro verrà fuori da questi tagli che chiamano riforma. Dopo tutti questi anni spesi ad imparare a collaborare, a cooperare, a condividere e a relazionarmi (in questo senso mi ha aiutato la lettura di Paolo Meazzini e di Thomas Gordon), che faccio, butto all'aria tutto? E' vero che dalla scuola è sparito l'entusiasmo, alimentato tra gli anni 80 e 90 da un dibattito pedagogico di alto livello e dalla nostra giovane età. Ma adesso che la giovane età non c'è più ci lascino almeno spendere con la saggezza dell'esperienza il capitale di competenze acquisite. Se proprio non sanno migliorare la scuola, almeno non la distruggano.

pirozzi ha detto...

a me pare, quasi tutto, un testo esemplare.
non solo perchè è ricco di conoscenza e passione situata, di analisi e riflessione e non di ideologie e slogan. credo che sia un testo politico esemplare perché mette la centro la politica, la visione politica della scuola, quello che un scuola Giusta, fondata sullo sviluppo degli individui, nella loro individualità, debba essere. e metta al centro, forse un po' troppo di sfuggita, il mestier che serve per fare questo, e nel mestiere la passione e il piacere non sono mai esclusi. esemplare per qualunque discorso politico che voglia mettere al centro la giustizia e legare a questa prospettiva i discorsi su competenze e risorse; una, se non la, tendenza globale è quella di klegare l'educazione non alle skills ma allo sviluppo umano, a polemizzare con la politica affinchè legiferi in tal senso. discorso complesso e delicato, perchè risucchia tutto negli slogan semplificatori e forse consolatori, perchè ci mettono al riparo dal dovere del disapprendimento e dell'apprendimento.
discorso che è antisindacale. giustamente. non può esistere un discorso sindacale sulla scuola che usi la retorica della qualità come schermo per la difesa del posto. intendiamoci: i posti vanno difesi e con forza a partire dalla politicità dei discorsi sull'educazione e reivestendo non sul mercato della formazione ma comunque sulla formazione. nella difesa della scuola elementare questa passione, tra maestre7i mi pare ci sia perchè c'è una storia alle spalle.
magari si potrebbe tornare su questi aspetti...
ma c'è, mi pare, una debolezza nel discorso di marco, quando quasi, mi sembra, smarrisce la rotta della centralità politica e cukturale della questione - e della sfida non a altri ma a se stessi - di imporre l'educazione e la struttura dei suoi apparati come questione di civiltà e di democrazia, quando sembra scivolare su terreni della mediazione politica. più in generale, credo che mrd come tutti noi dovremmo mettere in assoluto secondo piano la forma mentis della mediazione e riuscire a (cominciare) a discutere di politica utilizzando qesto scritto come un modello.
pace e bene