24 settembre, 2008

Dopo un guaio passato

E’ un mio limite. Ma francamente… non riesco a sentire un senso nel dibattito di questi giorni in e su Napoli e la Campania, costruito nel mezzo di categorie che affaticano sempre più: denuncia del fallimento della classe dirigente, spesso da parte di chi lì è stato e non altrove o ragionamenti a sostegno della sua tenuta a galla secondo le linee consuete di quella che ci si ostina a chiamare politica o l’emergere di nuovi scenari e attori che sempre da lì vengono avanti o il refrain mille volte sentito sul meridionalismo dell’uno o dell’altro tipo, ecc., ecc.
Perciò rimando a Daniela (che ha fatto un lavoro pazientissimo).
E però… però mi piacerebbe tanto una piccola pausa di riflessione. Ma in un’atmosfera dura. Un po’ come in quei pranzi difficili, dopo un guaio passato – e noi un guaio lo abbiamo passato e bello lungo, a stare in una città ridotta così - in cui si tace, si pensa, si rispetta il silenzio proprio e quello altrui. E poi, se ci si riesce, si parla delle cose in sé. Una roba più faticosa e più faticata.
Che abbia al centro una domanda semplice sulla città: dove viviamo noi?
Vorrei parlare di cose, di fatti: lavorare e non lavorare, costruire, comprare, vendere, spostarsi e non spostarsi, curarsi, incontrare, imparare…
C’è un bar, una serata, un qualsiasi angolo pubblico in cui si possa parlare per una volta così di questa nostra città?
Nell’attesa propongo due letture, una più recente, una più remota:

Kwane mi tira via, lontano. Dice: "Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L'Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un'offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere. La droga lì dentro non l'hanno trovata e non l'hanno trovata addosso ai morti. E non gliel'hanno trovata perché non avevano nulla a che fare con la droga. La polizia ve lo dice per dimostrare che poi non è successo nulla: soltanto criminali italiani che uccidono criminali africani. Siamo poveri, ma non stupidi e non è giusto che finisca così".
Kwane sembra averne abbastanza. Si allontana come per andarsene. Si ferma, come paralizzato, dopo qualche metro. Ritorna indietro e non si vergogna a farsi vedere in lacrime: "Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi - non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata - siamo noi a chiedere: dov'è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere?


da: Giuseppe D'Avanzo - Tra i fantasmi di Castelvolturno
dove i neri chiedono più Stato, 2008

… Vi sono malattie che danno la tristezza, altre che danno la illusione: se Napoli è sempre meno gioconda ha però sempre la illusione. Dal punto di vista economico è notevole il fatto che la città di Napoli presenti tutti i sintomi della depressione: maggiore evidenza questa non poteva e non può assumere, la scarsezza degli scambi procedendo insieme a quella dei consumi; dal punto di vista finanziario notasi una tendenza della capacità contributiva dei cittadini a diminuire. Dal punto di vista più ampio dei rapporti sociali notasi una difficoltà crescente nei rapporti tra le varie classi della popolazione. La delinquenza rimane alta, l’analfabetismo perdura più che in quasi tutte le grandi città: il livello generale della esistenza popolare non si eleva; anzi si abbassa. Tutto ciò viene a produrre forme di vita pubblica che se non rappresentano sempre un’eccezione, sono ben lungi dal potersi ritenere normali…

da: Francesco Saverio Nitti – Esiste un problema di Napoli?, 1901

2 commenti:

Marco ha detto...

Quando vuoi caro Marco, sarà un piacere.

Noi ci saremo.

d.l. ha detto...

@ Marco (non rossi doria)
noi?
se linki il tuo profilo blogger (peraltro non condiviso), mica si capisce...

poi IO ho capito, però...
:)