10 settembre, 2008

Maestre (parte 1)


Dunque si parla di maestro unico: si vuole ritornare al maestro unico, al posto di più maestri per classe. Questo propone il governo. Per "risparmiare" – ha ripetuto Tremonti ieri sera a Ballarò. Per "profonde ragioni pedagogiche" ha detto, correggendosi in parte, il/la ministro/a.
E da dieci giorni circa, dopo anni in cui non se ne è mai parlato, ecco che in tv, alla radio e sui giornali ne parlano politici e calciatori, attrici e presentatori, scrittori e cineasti e ognuno a cui va… di questo mestiere si parla, con grande cognizione di causa.

Ho fatto il maestro durante tutta la mia vita attiva e ne ho scritto. E sono stato maestro unico dal 1975 al 1992. Facendolo anche bene. Sono stato anche un sostenitore del maestro unico e un fiero oppositore dei moduli a più docenti. Poi – nel girare per le scuole d’Italia e del mondo - mi sono in parte ricreduto. E in parte no. E nutro dubbi in un senso e nell’altro.
Oggi sento l’urgenza di parlare del merito di questa cosa. In modo libero. Non per slogan o semplificazioni o partiti presi. Con calma.
Così ho deciso di affrontare questo tema in più tappe o parti.

Oggi dico solo una cosa…
… ed è che tutti si ostinano a dire “maestro” ma meglio sarebbe dire maestre. Perché di maestri elementari (o “di scuola primaria” come oggi si definisce) ve ne sono davvero pochini: il 4,6% contro il 95,4% di maestre donne. In Italia. Un record mondiale. Infatti le donne maestre sono l’81,2% in Francia, l’82,9 in Germania, l’81,5% in Gran Bretagna, il 62,2% in Grecia, il 69% in Spagna, 80,8 in Svezia, il 75,5% in Finlandia, l’88,6% negli USA, il 65% in Giappone. Mentre nei paesi del terzo mondo e in quelli definiti emergenti (Cina, India, Brasile) ci sono più maestri maschi che maestre donne, come da noi fino alla fine degli anni ‘50. Ma anche lì in diminuzione.
Questo ha molte conseguenze. Per esempio sui salari di chi insegna e quindi sullo status e sulla percezione sociale della scuola in un paese, il nostro dove, in generale, più che altrove, sono i maschi a guadagnare più delle donne. O per esempio sul rapporto dei bimbi e delle bimbe con una scuola retta dalle donne. In cui sono diverse le forme della relazione educativa tra adulto maschio – bambini, adulto femmina – bambine, adulto maschio - bambine, adulto femmina - bambini.
Sì, forme di relazione diverse, se la questione di genere ha un senso. E lo ha. Diverse nei gesti, negli stili di insegnamento, nella voce, nella presenza corporea, nell’importanza data alle molte cose grandi e meno grandi della giornata a scuola, nelle proiezioni consapevoli o inconscie che inevitabilmente hanno luogo.
Cose di cui si dovrebbe parlare liberamente, ma di cui si parla poco e poco liberamente.

1 commento:

franco cuomo ha detto...

So che mi attirerò le ire di molte donne, ma il mio punto di vista- che sostengo da tempo- è che proprio quello di cui parli, ovvero:la femminilizzazione della scuole e della classe docente è alla base della crisi di tutte le società occidentali.E' giustissimo ciò che dici a proposito della relazione dei bambini con una figura femminile o maschile:Intanto la donna ricorderà sempre una madre, per rigida o ferrea che possa essere (le terribili proff di matematica di antica memoria) e una donna riproporrà modelli archetipali consolatori e di scarsa normatività . Ma femminilizzazione in una società machista come la nostra significa, impoverimento economico e scarso interesse da parte maschile ad un lavoro che invece, se fatto bene, potrebbe dare moltissime soddisfazioni.Purtroppo oggi si chiacchiera solamente e si chiacchiera a cuor leggero.