18 gennaio, 2007

Partecipazione e politica: il testo del mio intervento

Riporto qui di seguito l’intervento da me svolto il 16 gennaio, su invito del segretario regionale DS della Campania, Enzo Amendola, nel corso della iniziativa nazionale dei Democratici di sinistra sul tema “Partecipazione e nuovo soggetto politico” che ha visto la presenza e le conclusioni di Piero Fassino e l’intervento di Antonio Bassolino, ripresi dalla stampa. Come spesso avviene, la stampa ha riportato il fatto che io interloquissi con i DS sul tema indicato come evidenza della mia adesione al partito democratico. Credo che il contenuto del mio intervento chiarisca bene il senso che ho voluto dare a un momento di confronto, che ringrazio i DS di avere favorito, sul rapporto tra partecipazione e politica oggi.

Vi ringrazio per il vostro invito e sono contento di essere qui e di potermi confrontare sul tema al quale mi atterrò. Con l’avvertenza che toccherò solo alcuni aspetti che riguardano la complessa relazione tra partecipazione e soggetti politici.
E permettetemi anche di cambiare un poco i toni e di iniziare in modo seriamente scherzoso o scherzosamente serio.
A me sta molto simpatico Piero Fassino, che incontro qui di persona per la prima volta. Per due ragioni: perché balla e so che sa ballare bene e perché ha giocato a pallone da giovane (ahimé nella Juventus che, per chi ha il Napoli nel cuore, è un problema….).
Su queste cose ritornerò.
Scrive Piero Fassino nel suo intervento agli organismi dirigenti del partito che il futuro soggetto deve sapere davvero unire politica e società. Tutti, però, diciamo e ripetiamo da vari anni che, con la globalizzazione, crescono anche i processi di individualizzazione. Insomma – poiché non lo prescrive la società di fare parte di un soggetto politico e non ce lo prescrive neanche il medico (a me come a ognuno) di aderire al partito democratico o a altri futuri partiti - allora il tema del fare politica si sposta dalla società ai singoli cittadini in quanto individui e non in quanto parte di categorie o di classi o di altri organismi collettivi. E, del resto, lo diciamo tutti che questo è un mondo in cui la politica non si esprime più attraverso l’adesione a grandi correnti collettive a carattere ideologico su cui si fondava l’attivizzazione di milioni di persone nel secolo scorso.
Dunque il tema della partecipazione a un nuovo soggetto politico – lo dico per il partito democratico come per ogni altro soggetto – a me interessa moltissimo. Ma sono personalmente interessato al fatto che nella politica vi sia spazio vero non già per la società generalmente intesa o per le sue categorie (il sindacato, l’associazionismo, il mondo del lavoro, gli imprenditori, ecc.) ma per gli individui. Le singole persone in quanto singoli e cittadini.
Prima di me ha parlato Mauro Calise – che è bene venga qui ascoltato molto più di me non solo per la lucidità con la quale spiega i meccanismi profondi del voto oggi ma perché io le elezioni le ho perse e lui, invece, le ha vinte. Ecco: Calise, nel suo intervento, si occupa degli individui ma focalizzando la questione sul loro ruolo nelle elezioni in quanto capi che gli elettori riconoscono con il voto. Questo, intendiamoci, è una cosa molto importante.
A me interessa, invece, parlare qui del ruolo dell’individuo come partecipante alla politica e non solo come elettore. E non credo di essere il solo ad avere questo interesse.
A questo proposito, leggo in una recente indagine post elettorale curata da Itanes (Italian National Election studies) alcuni dati quantitativi, credo sostanzialmente attendibili, che sono – penso – importanti per il tema di oggi:
o solo il 6% degli intervistati identificabili come elettori dell’Ulivo dice di essere iscritto a un partito,
o e, di questi, più della metà (il 54,5%) afferma di non avere mai partecipato, nei dodici mesi precedenti all’intervista, ad una qualche riunione di partito,
o meno del 3% degli elettori dell’Ulivo dichiara di avere frequentato almeno una volta, nello stesso periodo, una qualsiasi attività di partito,
o meno di 1 elettore dell’Ulivo su 100 (l’1 %!!) dichiara di avere fatto attività di partito spesso, essendo dunque riconducibile alla categoria del “militante”.
Ecco. A me non interessa tanto sapere cosa fa questo 1% .
A me interessa discutere e capire cosa fa l’altro 99%. Su questo mi interessa il confronto. Perché io non credo che gli individui che rappresentano, ognuno a suo modo, questo 99% siano apatici davanti alla politica, stiano tutti a rincoglionirsi dinanzi al TV color o a spingere la carrozzina della figlia nel parco e basta. Penso, invece, che non tutti ma molti di questo 99% occupano, invece, lo spazio pubblico in molti modi e che fanno politica. Perché l’Italia è fatta di tante singole persone che fanno cose, associati con altre persone ma sulla base di scelte individuali, spesso transitorie o momentanee o su tema ben individuabile e non sulla base di una appartenenza. Si tratta di cose semplici o complesse, qualche volta straordinarie, spesso fatte con inventiva e generosità, che hanno una valenza sì sociale ma anche politica, intesa in senso proprio: occuparsi della città o dei luoghi dove si vive più in generale. Personalmente io ho smesso di appartenere a entità o soggetti politici nell’anno 1976, trenta anni fa. E non sono certo solo in questo tipo di percorso. E non penso che in questi trenta anni io, come tanti e tante che hanno scelto forme di impegno non di partito, non abbiano fatto politica. Credo di avere fatto proprio politica e politica in senso proprio. Milioni di persone fanno questo “altro” genere di politica: partecipano a imprese democratiche di varia natura pur fuori dall’appartenenza di partito, nei modi più diversi, in ambiti molteplici o singoli, nel lavoro e fuori dal lavoro, con grande continuità e/o altrettanto grande discontinuità, lungo le storie delle vite individuali.
Una domanda da porsi, dunque, dal punto di vista delle ambizioni che sono al centro di questa giornata, è: il nuovo soggetto di cui qui si parla - il partito democratico - è appetibile o non è appetibile per gli individui che occupano spazio pubblico in questo modo altro dal “militante” di partito?
E qui va anche detto, amabilmente ma con schiettezza, che forse uno dei motivi perché siamo in tanti a fare politica in questo modo “altro” – e ci tengo a precisare che non sto certo parlando della piccola associazione di cui faccio parte ma molto più in generale - sta nella amara constatazione che, ovunque in Italia ma in modo marcato al Sud, i partiti si sono progressivamente ma implacabilmente trasformati da associazioni di cittadini in società di professionisti della politica. Con tutto quello che ne consegue – lo dico in modo fattuale e non giudicante o moralista, credetemi – e che qui non si ha il tempo di trattare a dovere.
E allora, per essere appetibili alla più larga partecipazione, per avere questa ambizione, un nuovo soggetto politico dovrebbe intanto scegliere di ribaltare quella che è la sua priority list, come la chiamano gli inglesi: l’ordine delle priorità. E faccio un esempio. Si è deciso che il decentramento amministrativo è una battaglia democratica? Beh allora ci si deve impegnare su questo. Voi sapete che ci stiamo battendo qui a Napoli perché le municipalità funzionino secondo buone procedure ed effettivo decentramento. Ma ci piacerebbe anche che i partiti si attivassero “facendo cose” con i cittadini: tenere aperto o allargare uno spazio verde del quartiere, promuovere un budget partecipativo, sostenere una azione di inclusione sociale per i giovani, ecc.
Invece l’impegno largamente prevalente oggi dei partiti, qui e altrove, non è principalmente volto a questo tipo di attività ma è concentrato sulla mediazione interna ai partiti e sulla gestione di relazioni atte al mantenimento di consensi e di controllo.
Penso che ribaltare questo ordine implichi cambiare metodo, abitudini, linguaggio. Una cosa molto faticosa, lunga, seria. Ma anche molto concreta. Credo, per esempio, che ribaltare la priority list di un partito significhi che, in concreto, per 8 ore di lavoro per la cittadinanza attiva vi possa essere massimo 1 ora di lavoro dedicato al partito e tra partiti. Non il contrario.
Ma c’è di più. E vengo al tema che qui è stato giustamente richiamato dalle donne intervenute, al quale sono sensibile per una lunga storia anche personale che fa sì che alla fine qualcosa forse ho imparato dall’impegno di mia mamma o delle mie sorelle o di mia moglie o di tante amiche. Il posto delle donne nella partecipazione alla politica – attenzione – non si può limitare alla pur decisiva questione, anche qui a ragione sollevata, di quanti interventi sono fatti da donne o di quante sono le donne elette. E – perdonatemi – ma non ci riesco a non ricordare, caro Piero, che fuori dal consiglio comunale di Napoli ci dovrebbe essere un drappo nero listato a lutto perché prima abbiamo sentito che a Nassyria (a Nassyria!) il 30 % del consiglio municipale appena eletto è composto di donne mentre noi qui siamo l’unica grande città d’Europa che non ha una sola eletta al consiglio, dicasi una sola! Una vergogna che vorrà pure dire qualcosa di più generale… Ma dicevo, l’impegno in politica delle donne va inteso anche nel senso che la politica possa avere un fiato collegiale, basato su maggiore reciproco ascolto, meno leaderistico. E anche con più spazio per le emozioni, il conflitto interno a ognuno, la pena, la speranza e anche – caro Segretario Fassino – per la danza e per il calcio.
Perché, nel 2007, non è appetibile l’appartenenza a un soggetto che chiede adesioni fuori da questo orizzonte ben più largo e più ricco.

10 commenti:

bruno esposito ha detto...

Pressocchè perfetto. Sintetico, lineare, chiaro, popolare, oserei dire.
Io ci avrei messo una bella stoccatina alle collusione della sinistra dei governi locali con la criminalità. E una spruzzata di accenno ai crescenti legami fra politica e mondo degli affari.
Comunque si chiami e da chiunque sia formato questo nuovo soggetto non porta alcunchè di nuovo se non all'interno stesso dell'apparato politico, lontano ormai anni luce dalle reali esigenze della gente ( che tu hai ben elencato ) e incapace di gestire cambiamenti ormai fuori controllo.
Un soggetto che nasce già vecchio non può apportare alcun beneficio alla collettività.
Prima di parlare di alleanze e nomi da dare bisognava parlare di cosa fare e come farlo. Forse l'hanno pure detto ma io ero distratto e m'è sfuggito.

stefano consiglio ha detto...

Caro Marco
ho letto il tuo intervento e devo dirti che mi è piaciuto molto. In particolare il passaggio sul 99% degli elettori dell'Ulivo. La cosa che mi preoccupa, però, non è l'incapacità dei partiti di entrare maggiormente in sintonia e di stimolare un processo partecipativo di quel 99%. Sopratutto se si tratta di persone che vivono a Lucca, Reggio Emilia o Orvieto. Il dramma è quel 99% di elettori dell'Ulivo che nella nostra città si lamentano, bestemmiano contro la nostra classe "dirigente" e che non sono in grado di costruire una possibile alternativa.....
Ciao
PS Forse qualche stoccatina la avrei data anche io .....

Nunzio Rovito ha detto...

Non avendo partecipato all'incontro non potrò mai sapere che faccia hanno fatto alle tue parole e quali reazioni hai avuto. Per il resto: perfetto!

alfredo cafasso vitale ha detto...

Caro Marco,
il tuo intervento mi sembra perfetto.
Anche io, come Nunzio, non ho potuto esserci e mi dispiace non solo per essermi perso le reazioni e le facce in risposta al tuo intervento, ma anche per non aver potuto cogliere gli altri interventi, e farmi un idea sulla reale possibilità di catalizzare voci che di questa nascente entità abbiano una visione, più vicina alla nostra che a quella dei partiti perchè, credo che in questo processo di creazione noi dovremmo esserci. Ma, a pieno titolo, forti del nostro sforzo di provare a dire e fare la politica in modo diverso, partecipato, vicino a quel 99%, e forse anche ad una parte di quelli che per l'Ulivo non votano. Provando insieme alle voci con noi in sintonia, a portare una visione nel processo di creazione che possa in qualche modo bilanciare, la strada che i partiti sembrano aver già intrapreso.
Non credo, infatti, che il nostro ruolo in questo processo debba limitarsi ancora una volta a mettere in evidenza, le deficienze e le colpe degli altri.
Credo, profondamente, che bisogna "esserci".

roberto vallefuoco ha detto...

essendo ovviamente passato da un bel po, con grande sollievo, nello schieramento di quel 99% non sapevo nemmeno di questa iniziativa...questa la dice lunga sullo sforzo che si sta facendo per coinvolgere i cittadini...
condivido l'intervento di Marco che trovo efficace nella sua semplicità.
Nei commenti sulla stampa leggo che Bassolino è il garante del progetto PD in Campania. E io continuo a non capire perchè Blair o Shroeder, o che so io Clinton, finita un esperienza lasciano spazio ad altri e qui non può fare così'. Il nuovo è sempre rappresentato dal vecchio? E, giuro, non è un problema di antipatia. Nemmeno del giudizio su una stagione più che decennale che è notoriamente negativo. Ma proprio dal punto di vista dei meccanismi democratici, dell'innovazione politica, della garanzia di un'idea della politica che è esattamente quella che dice Marco nell'intervento, cioè quella che denuncia come " i partiti si sono progressivamente ma implacabilmente trasformati da associazioni di cittadini in società di professionisti della politica", e propone un'inversione di rotta su questo.
Dovremmo affidare questo a Bassolino e De Mita? Francamente lo trovo poco credibile. Se non nella logica di Calise, che non condivido. Con tutto il rispetto per delle leadership forti e potenti.

la sorella di pandora ha detto...

SIAMO MERI CONSUMATORI PER LE GRANDI MULTINAZIONALI, COSì SIAMO MERI ELETTORI PER I SIGNORI DELLA POLITICA.CON LA STESSA LOGICA VA SCELTO UN PRODOTTO APPETIBILE.
E CON LA LOGICA DELLA SAPONETTA CHE E' SEMPRE LA STESSA MA VIENE CONFEZIONATA IN MODO DIVERSO A SECONDA SE SI VUOLE VENDERE ALLA CASALINGA O AL DIRIGENTE, SI CERCA UNA CONFEZIONE DIVERSA PER PROPINARE LO STESSO PRODOTTO AL PUBBLICO DI SINISTRA.
ANCHE IO NON SONO ISCRITTA AD UN PARTITO DA TANTI ANNI, MA LA POLITICA MI APPASSIONA ED ANCH'IO, A MODO MIO HO CONTINUATO A FARE POLITICA IN MODO ABBASTANZA CONTINUO, ANCHE QUANDO PORTAVO I BAMBINI AL PARCO.
E TROVO CHE LA SAPONETTA E' SEMPRE LA STESSA, CAMBIA SOLO LA CONFEZIONE.
ED ORMAI E' UNA MENTALITA' COSI' STRUTTURATA CHE HO SERI DUBBI SU UNA POSSIBILE DI DISCONTINUITA'.

Anonimo ha detto...

Riprendere, anche dentro DI!, il tema che la politica è qualcosa di molto più ampio dei campi che sono appannaggio dei professionisti della politica. Che non si tratta di fare - solo - dibattiti ideologici alla porta a porta di che cos'è politica. Si tratta di portare alla luce le altre politiche, esaltando anche la loro modestia, la loro quotidianità, la loro internità alle vite di tutti i giorni. In fin dei conti questa politica è l'invenzione del quotidiano. si apre un problema, più grande forse della capacità che abbiamo, almeno chi scrive, della sua rappresentazione: in che rapporto stanno le pratiche politiche dell'invenzione del quotidiano e le ambizioni - in senso mentale e culturale, voglio dire - della politica come pianificazione?non è una domanda retorica, ne ignoro la risposta. In altri termini: siamo abituati a una lunga tradizione della politica come contropotere, come un esercizio di una forma di intelligenza - la metis - che ha bisogno di un piano - il logos -, fatto da altri, su cui appoggiarsi per utilizzarne le debolezze a proprio vantaggio, per costringerlo a modificarsi incessantemente, per mobilizzare gli equilibri, per produrre, in definitiva, mobilità e democrazia. E' su questo piano che la politica dei professionisti rifiuta l'altro da sè, attraverso i ricatti e le retoriche dell'impegno entrista e della demonizzazione dell'antipolitica.Sarà, questo, probabilmente, un nostro quesito strategico (oddio, che schifo di parola): quelli di noi che hanno pensato fosse giunto il momento, attraverso la candidatura di marxrossidoria, di portare la ricchezza delle politiche dentro la politica, la ricchezza della metis e del barcamenarsi empirico-riflessivo dentro il piano per un nuovo piano, di portare un'altra cultura dentro il bassolinimpero, quelli di noi che...forse dovranno riflettere se fare un passo indietro non sia la cosa migliore per la democrazia e per la partecipazione. Considerare vitale e inevitabile la differenza tra le pratiche delle politiche e i piani della politica? (non è un discorso moralistico) Costruire un'altra generazione e altri frames anche per la politica, capace di ascolto attivo, di produzione di spazi per la partecipazione etc etc? se è così ha ragione chi dice che bassolana e de mita sono non poco credibili ma incredibili. si va sempre e certo a parlare, nello stile di questo intervento di marco; ma aspettiamo sempre che vengano anche loro a ascoltare e a lavorare nelle esperienze che inventano il quotidiano (politico e pubblico)e si impegnino a costruire una democrazia che salvaguardi gli spazi di questa insopprimibile differenza. senza inventarsi una società civile ridotta a cinghia di trasmissione.
saluti, raccolti, mi auguro, in maniera differenziata.
pirozzi

sergio ha detto...

devo dire caro marco che le parole che usi sono sempre molto semplici e quindi reali... semplicità di idee a cui però, in DI, hanno fatto seguito complicate visioni e vaghezza di azione.
A me non basta che tu sia così ... dovremmo esserlo un pò tutti.
Il tema dell'appartenenza è forte e decisivo. Se ci sentiamo appartenere allora qualcosa o qualcuno ci appartiene... e qui mi riferisco alla terra, al territorio, alla città o campagna, al rione o al vicolo, alle persone e alle bestie.
Quella del Partito Democratico penso sia una scelta tecnico-professionale, a me sicuramente non appartiene, non è una questione ora.
Dobbiamo imparare a praticare la politica quotidiana, dal vivo non in aula o almeno non troppo spesso.

Anonimo ha detto...

Caro Marco,
è la prima volta che intervengo pur avendo seguito spesso le discussione pacate e di buon senso, di questo spazio comune.
Dico spesso che si fa politica nello pazio in cui si vive, e che se fossimo più presenti nei luoghi che frequentiamo, il lavoro per chi ne ha uno ma non solo, muoveremmo più facilmente condizioni che non sono irrisolvibili ma solo complesse.
Io ci provo, un poco ogni giorno (sono insegnante). E a volte lentamente osservo piccoli cambiamenti. Non penso che una classe dirigente possa cambiare dall'interno senza soggetti nuovi che sentano la necessità di spostare un fare comune verso obiettivi diversi. Penso però che se almeno parte del 99% a cui giustamente ti interessi diventano presenti, necessariamente questo sposta la corrente.
Infine, non sarei molto preoccupata di te nel PD. Un partito non è solo un contenitore, e le cose non possono cambiarsi stando sempre al di fuori.
Dunque, grazie per il tuo intervento.
Lorenza Magliano

Marco Rossi-Doria ha detto...

I commenti a questo mio intervento pongono quesiti importanti sul come riprendere a fare politica in maniera diversa da quella insopportabile che ci è imposta. Sono contento di partecipare a qualcosa che non sia aderire a un partito ma ripensare lo spazio pubblico. Ve ne ringrazio.