24 dicembre, 2005

Grazie, Bianca

Mi scrive Bianca sul blog e me lo dicono altre persone. “Non si doveva dare alcun segno di riconoscimento a Rosa Russo Iervolino, anche quando non era più in lizza; altro che primarie sul programma… ci vuole molto di più…”
Ringrazio. Perché questo è un tema serio. Sul quale è bene aprire confronto e dibattito in maniera esplicita.
Il blog va usato per risposte brevi – lo so. Ma questa volta devo dilungarmi in una sorta di “dichiarazione di intenti”.
Ho maturato, prima della mia scelta di presentarmi alle primarie, la seguente idea della nostra situazione. C’è un blocco di potere - che non è una novità e ripercorre cose antiche e ben note e che ha molte diverse componenti sulle quali le analisi ci sono - che oggi, a Napoli, sta arroccato a difesa degli assetti dati. Ne ho già tracciato alcuni esempi in articoli e sul blog stesso.
E’ ormai una cappa, ha molti attori, si nutre di una cultura abitudinaria, di un metodo consolidato. Si tratta di un blocco conservatore, in senso proprio. E’ nemico dei fattori di sviluppo, mortifica ogni volta le spinte evolutive che propongono, mostrano e chiedono cose nuove e promettenti. Ha una visione fortemente verticistica della politica e un uso dell’amministrazione che non si fonda sul “public interest”, sull’interesse della cittadinanza ma che si muove, in modo disordinato e anche molto confuso, tra le spinte divergenti delle diverse miopi affiliazioni e gli interessi legati a fondi pubblici e a una economia di mero sostentamento dell’esistente. Coinvolge ben bene la parte che è di centro-sinistra ma anche la destra che, infatti, non propone alternative così come ha dismesso da molti anni, le sue funzioni di critica e di controllo. E’ una cappa che viviamo in molti, mortifica artigianato e piccola impresa produttiva e dei servizi, non dà alcuna prospettiva ai giovani, non sa sostenere una innovazione del welfare e dunque una speranza per la città esclusa, non possiede una politica del lavoro o ne ha una pessima, ha un’idea disgiunta di mercato e diritti e di mercato e conoscenze, non ha una strategia capace di unire necessaria repressione e costruzione di opportunità, dichiara la prospettiva del decentramento ma non sa e non vuole avviarne la difficile costruzione. Procede sulla base di criteri di controllo dal centro, premia quasi solo la fedeltà, trasferisce le decisioni reali fuori dai luoghi che dovrebbero essere deputati a ciò, ripete liturgie da basso impero, con frequenti cadute nella volgarità e ha un lessico e uno stile insopportabilmente arroganti e, al contempo, stanchi, vetusti.
Dunque non si tratta di Rosa Russo Iervolino, donna personalmente anche distante più di altri dai segni più netti di appartenenza a questo blocco e, forse anche per questo, persona che “non ha funzionato”. Si tratta di molto di più.
E’ questa cappa che va levata. E’ questo blocco che va inciso, scalfito. E’ questo blocco che, al contempo, va riaparto al mondo, in modo che, dal suo interno, siano liberate le risorse che tiene imprigionate.
Bisogna, infatti e tuttavia, riconoscere, che questo blocco ha addentellati nella società: non ha solo un ceto di suoi difensori stolti o interessati, ha anche persone che, dal suo interno, provano a cambiare, saprebbero e vorrebbero…. Ma sono limitati e impediti. E, ovunque in città, molte persone serie e competenti e vitali devono misurarsi ogni giorno con questo blocco e, in qualche misura si compromettono, vi appartengono, perché senza tale legame non si fa niente: né lavoro sociale, né impresa, né iniziativa culturale né altro. Non ottieni il denaro per fare le cose. Non accedi ai servizi. Non incontri le indispensabili fonti di informazione per poter fare e fare bene.
Non ci sono solo i cattivi arroccati nel castello e da assaltare. Noi stessi siamo quei cattivi in qualche misura e nostro malgrado. E dunque non ci sono i buoni e i puri lontani dai luoghi del potere che vanno all’assalto.
Da questa idea della situazione ho tratto alcune convinzioni che guidano le mie scelte.
Uno: va costruito un “noi”. Va verificato chi e quanti siamo. E va costruito in spazi pubblici. Gli amici sono il primo di questi spazi. Anche il blog lo è. I giornali idem. Ma ci vogliono iniziative e la prima va fatta presto. Poi si devono trovare soldi. Costruire un telaio che funzioni, tra gente che, come me, va a lavorare e non è che “fa politica”. Non semplice. Eppure possibile, nuovo, importante. Il mio personale agire è strumentale a ciò. Da solo non faccio niente. Se resto solo o siamo, alla fine, in pochi, vuol dire che la città non è ancora pronta per un vero guizzo in avanti, necessario a scardinare questa situazione. Allora ne prenderemo e ne prenderò atto. Ma se si verifica che il “noi” esiste. Sarà anche questo noi che sceglie, in tempi utili, cosa e come fare.
Due: il modo migliore per costruire questo “noi” è concentrarsi sulle proposte e le cose da fare. Fare botteghe sul programma. Girare e ascoltare gente esperta e non. Già lo sto facendo. Al centro e nelle periferie. In ogni ambiente sociale. Per piccoli e per grandi gruppi. Coinvolgendo tutte le età. Va fatto in tanti e insieme. Costruiamo così proposte forti e al contempo realistiche. Le mettiamo in circolazione e le miglioriamo in modo pubblico. Dobbiamo, dunque, contarci. Per verificare e comprendere la prospettiva, in assenza della “democrazia delle primarie”. Ma lo dobbiamo fare in modo alto, innovando noi per primi il metodo e proponendo una diversa e possibile città.
Tre: al contempo sfidiamo, in modo propositivo, l’Unione a ritessere una relazione con la città secondo un metodo che noi per primi stiamo adottando. Non lo fanno? Ci scippano le primarie? Tacciono quando gli si propone le primarie del programma? Continuano a fare solo i balletti in politichese? Noi andiamo avanti sulla strada nostra, verifichiamo se e quanti siamo e chi siamo. Al contempo invitiamo l’Unione a fare vera politica. Non la fanno? Allora c’è bisogno, per scardinare le cose e liberare risorse, comunque di avere la costanza di insistere almeno per un certo tempo, in modo da evidenziare incoerenze che generano indispensabile disillusione nelle persone che sono legate alla politica ma che sperano in meglio e in altro, disillusioni da cui ognuno possa, poi, trarre, liberamente, conseguenze e liberarsi.
Siamo solo agli inizi, Bianca. Non ti disilludere ai primi passi di una via non facile. E davvero grazie per avermi dato l’opportunità di dichiarare meglio gli intenti.

3 commenti:

Antonio Montanaro ha detto...

Marco sono d'accordissimo con la tua analisi e appena ho letto di una tua possibile candidatura alle primarie ho avuto un sussulto. Di speranza che qualcosa filamente si muovesse in questa città. Pur vivendo in provincia (ma lavoro spesso a Napoli) sono a disposizione per darti una mano in questo progetto. :-)

Norberto Gallo ha detto...

Bella analisi, che non condivido soltanto su di un punto: il ruolo della Iervolino. Ritengo che la Iervolino sia organica e funzionale quanto e più degli altri alla conservazione di quegli interessi che descrivi accuratamente.
La vicenda della sua ricandidatura non è ascrivere ad un processo di rottura di quel sistema, sembra piuttosto un regolamento di conti...

marinapreto ha detto...

conosco marco,
come educatore e come uomo e appena ho saputo della sua candidatura ho provato piacere, ma soprattutto speranza.
come Platone proponeva che la democrazia fosse retta da filosofi, credo che i "maestri" possano debbano proporsi come guida a governo di una città come Napoli.
Noi ADULTI abbiamo il dovere di non abbandonare i giovani alla tristezza del vivere.
Con marco ci viene offerta la possibilità di attivare le nostre idee ma soprattutto le nostre azioni.
NON DELEGHIAMO, MARCO
NON POTRA' ESSERE LASCIATO SOLO
LA CITTA' HA BISOGNO DI TUTTI
OGNUNO DEVE FARE LA SUA PARTE
E' ORA...