10 maggio, 2015

Quando la scuola si ferma

Un mio articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa il 6/5/2015 a seguito delle proteste del mondo della scuola contro i progetti di riforma del Governo.

Quando si ferma la scuola è una cosa seria. La scuola è, infatti, un luogo che unisce molte cose: si impara il sapere dell'umanità in un tempo di radicale mutamento del come e del cosa si impara, si apprende a stare insieme tra coetanei nel mezzo di una crisi educativa generale che è di tutta la società, è il luogo della Repubblica che è più vicino alle attese e ai sentimenti di ciascuno. Sì, perché la scuola - tra bambini, ragazzi, docenti e altri lavoratori - comprende 9 milioni di persone; e, intorno - tra genitori, nonni e altri - almeno altri 20 milioni. Luogo di speranza e artigianale costruzione, di grande inclusione, di dolorose esclusioni, di meravigliose innovazioni fatte da docenti straordinari, di conservazioni inaccettabili e anche di docenze mediocri.
E' per questo e per tanto altro ancora che tutto ricomincia a muovere le menti e i sentimenti quando il tema è la scuola. Esercitare scelte riguardanti la scuola, in modo democratico, non è facile. Ci vogliono processi ben sorvegliati. E' certo che non tutti possono essere sempre d'accordo. Ma è pur vero che se così tanti - e così diversi tra loro - sono contro una proposta che riguarda la trasformazione della scuola bisogna dare ascolto - per il bene stesso del processo di cambiamento -  e riflettere perché, evidentemente, il processo non è andato come poteva.



Perché ieri non è stato uno sciopero di fazione. Migliaia e migliaia di ragazzi e di docenti hanno svuotato, letteralmente, le scuole di ogni angolo d'Italia e riempito le piazze per dire che sono contro alcune cose. Certo, c'è chi è contro perché è contro. Ma a migliaia di insegnanti equilibrati e competenti e anche a tanti dirigenti non piace proprio un preside che non sia egli stesso parte di un sistema coerente di valutazione e parte soprattutto di una comunità educativa. E a chi lavora sodo in territori difficilissimi non va giù che fondi privati siano indirizzati a singole scuole, per timore che nulla arrivi dove vanno i poveri. E c'è la sensazione, presso tante organizzazioni degli studenti, di non essere stati ascoltati abbastanza, dopo le consultazioni online iniziali, su come loro intendono partecipare a quel luogo che abitano più di ogni altro. E poi c'è paura, in giro, che la promessa di stabilità del lavoro - che pare finalmente potersi realizzare - possa allontanarsi. Queste paure - va ricordato - sono tanto più profonde quanto più sono state ripetute le promesse disattese durante questi lunghi anni dove i docenti hanno fatto il loro dovere senza gratificazioni. Poi - certo - in piazza c'erano anche le conservazioni di sempre.
La giornata di ieri segnala un paradosso. Dopo anni di forti e miopi disinvestimenti questo governo ha investito 3 miliardi per la scuola; dopo decenni di tira e molla, ha solennemente scritto che oltre centomila precari entreranno in ruolo e che per gli altri si troveranno soluzioni, per poi riavviare i concorsi. E questo governo ha aperto l'anno scolastico con una consultazione larghissima, sulla base di un documento che mostrava innovazioni necessarie, che poteva essere emendato ma che aveva indubbi meriti, che è stato letto da organizzazioni e associazioni grandi e piccole di ogni colore e cultura, con una produzione ricchissima di annotazioni, per lo più positive, anche quando critiche.
Oggi si deve constatare che a fronte di un processo bene avviato e di un investimento che si attendeva da anni, è venuta meno una indispensabile tessitura comune tra governo e chi fa scuola. Bisogna chiedersi perché. La scuola è un mondo troppo pieno di energie positive e della fatica intelligente di troppe persone per potersi arrendere all'alternativa: decisione senza dialogo o discussione senza decidere. Un'alternativa assai povera, in democrazia. E il passaggio difficile di oggi va, dunque, trattato come crisi, in senso proprio e quindi come opportunità. Infatti, è possibile dirsi che la ripresa di investimenti per la scuola e una grande mobilitazione costituiscano, insieme, il grande campo comune, potenzialmente positivo, dal quale ripartire, ritrovando luoghi e linguaggi comuni.
Da dove ripartire? Da tre cose. 1) immettere subito in ruolo i docenti precari accettando i passaggi concordati in Parlamento per riuscirci; 2) ricollocare il dirigente scolastico entro un sistema comunitario di decisioni e un sistema di coerenze per il quale si valutano e autovalutano ragazzi, scuole, docenti, dirigenti. 3) ri-partire dai ragazzi, da come immaginano la scuola che li fa apprendere di più e meglio, scoprire comunità, imparare a fare e ad essere.

Ricostruire il telaio comune, ritessere subito il dialogo sulle cose da fare è difficile ma possibile. Una buona politica può riuscirci.

1 commento:

Gianni Mereghetti ha detto...

Da dove ripartire? Da tre cose.
1) immettere subito in ruolo i docenti precari accettando i passaggi concordati in Parlamento per riuscirci;
2) ricollocare il dirigente scolastico entro un sistema comunitario di decisioni e un sistema di coerenze per il quale si valutano e autovalutano ragazzi, scuole, docenti, dirigenti.
3) ri-partire dai ragazzi, da come immaginano la scuola che li fa apprendere di più e meglio, scoprire comunità, imparare a fare e ad essere.

Sono i tre punti da cui propone di ripartire Marco Rossi Doria.
Sono d'accordo, ma con una piccola correzione di rotta che il terzo diventi il primo, è il primo l'ultimo.
E questo per una ragione molto semplice, che la questione seria della scuola e' che risponda ai ragazzi, ma non come dice Rossi Doria, a come immaginano la scuola, bensì al bisogno di conoscenza e di educazione che hanno.
Qui sta la questione seria, di ripartire da quello che la scuola è', dal bisogno a cui risponde e che spesso è' stato tradito e non casualmente ma perché si e' introdotta una concezione che non c'entra nulla con la scuola, ne deturpa la natura. Oggi si parte da quello che si ha da comunicare e da come lo si deve comunicare e gli studenti sono considerati scatole vuote dentro cui si mettono in modo forzoso delle cianfrusaglie che non servono più con l'aggiunta di regole che organizzano la compressione dei materiali inutili. Invece gli studenti non sono scatole vuote, perché sono pieni di domande, portano dentro un bisogno che ribolle e che chiede di essere preso in considerazione.
La questione seria della scuola oggi è' culturale, eminentemente culturale, bisogna decidere se ripartire da ciò che già si sa e dalle regole per trasmetterlo oppure se da quella domanda di infinito che caratterizza il cuore di ogni ragazzo, da quel bisogno di uno sguardo che incombe positivamente in ogni ora di lezione.
Bisogna decidere se ripartire dalla trasmissione del sapere o dall'educazione!
Io riparto ogni giorno da un bisogno e questo pone una questione quanto mai seria che come suggeriva don Giussani per rispondere ad un problema non si deve analizzare il problema, vedere tutte le soluzioni, ma bisogna costruire un soggetto. Qui sta la questione seria della scuola, che c'è' per costruire un soggetto, per farlo crescere, per farlo diventare capace di affrontare la realtà.
Bisogna e al più presto che la scuola torni ad essere quello per cui è' nata, ritrovi la sua natura, riprenda il suo compito, torni ad essere scuola, luogo in cui ognuno ritrovi la verità di se'.
Da questo si può ripartire!
E allora
- rimettiamo al centro l'educazione
- ridiamo alla comunità scolastica il suo orizzonte, per cui ridefiniamo la funzione del Dirigente Scolastico in funzione della comunità. Il Dirigente deve servire la comunità e non comprimerla nelle sue regole o in quelle dell'amministrazione, deve valorizzare ciò che nasce dentro la scuola e non ergersi a terminale di tutto, per cui non cade foglia che il Dirigente non voglia. Ci vuole una immagine nuova del Dirigente, deve diventare autonomo, perché così abbia tutti gli strumenti per servire la comunità scolastica.
- immettiamo subito in ruolo i precari, ok, però attenzione perché la modalità di questa immissione stravolge il metodo del lavoro. Qui si devono immettere degli insegnanti in ruolo a priori, indipendentemente dal fatto che vi sia bisogno. Così si torna allo stato assistenziale, mentre il metodo che tira le fila del lavoro, e' che il lavoro risponde ad un bisogno. Con queste immissioni in ruolo si rischia di stravolgerlo, con la conseguenza pericolosa che vi potrebbero essere dentro la scuola degli insegnanti cui non si sa cosa far fare!
Grazie per l'attenzione
Gianni Mereghetti