07 gennaio, 2015

Il suo blues oltre le generazioni

Un mio articolo sulla scomparsa di Pino Daniele, apparso su La Stampa del 6/1/2015.

Due cose a Napoli sono come i venti che vengono dal mare, che cambiano ma restano eterni: la musica e il teatro. Quando muore un teatrante o un musicista di Napoli, qui è lutto vero.
I funerali di Pino Daniele non sono a Napoli. Se lo fossero, si sarebbero riempite le vie di un popolo di ogni età che, all’ora data, sarebbe “sceso” - come si dice qui. Ma il tributo intenso, universale a Pino c’è. Da ieri mattina i negozi e i bar, i ristoranti e gli ambulanti con le radio accese, le strade riempite per i saldi e le stazioni del metrò risuonano del suono di Pino. Le persone si fermano, commentano i testi che riempiono l’aria gelata, che ognuno conosce strofa per strofa, senza omissioni, e canticchiano e ricordano. La gente parla di lui, dei suoi concerti, del primo disco comprato, dei figli che collezionano i dischi. I bambini ascoltano i genitori e sanno di cosa si sta parlando, senza bisogno di spiegazioni. Su skype e su facebook le decine di migliaia di ragazzi e ragazze andati lontani per studio o per lavoro, si collegano, chiedono “che si dice” nella loro città. Da fuori si sa com’è in questi momenti; e ci si sente più lontano e più vicino. Ogni incontro oggi per strada inizia con Pino, prima ancora del saluto. Quartiere per quartiere. E’ tutto così.


Quando nacque il blues di Pino, il blues viveva già in città. L’avevano portato i marinai americani con la guerra e la guerra fredda. Le persone che sono nate o erano bambini allora, l’inglese per farsi capire, l’ascolto dei dischi e il senso del blues lo hanno intrecciato con tutto il resto, con l’antica musica innanzitutto e con i drammi e l’atmosfera blues che è della città. E il miscuglio tra la lingua napoletana e quella d’America aveva già la sua storia, di qua e di là dell’Oceano. E qui queste cose non restano nelle case o nei club. Qui si canta fuori, qui si canta.

Ma Pino e gli altri non sono quel blues. La grande metropoli stava cambiando quando è nato il nuovo blues di Napoli. Le fabbriche c’erano ancora e l’ultimo bagliore delle campagne di una volta pure; ma stavano per finire. I quartieri mutavano modi e colori ma non era ancora arrivato il grande terremoto – quello vero e tutto il resto - che li avrebbe cambiati per sempre. C’erano i segni dell’arrivo di qualcosa che forse prometteva di non avere forma né certezza. Non si sapeva cosa. L’attesa incerta creò un miracolo. Che ha unito la musica e le persone di ogni ceto sociale per decenni. Le incertezze di quel passaggio rigeneravano un senso del destino ma in modo nuovo. E, però, destavano pure un umore sfacciato, un desiderio assertivo. Restava tempo di blues. Napul’è  è la grande poesia di quella stagione della città, che canta quel che resta e quel che non si saprà. E poiché questa è una condizione umana, quella canzone da allora la cantano tutti. La cantano le persone della generazione di Pino invecchiate e i ragazzini di ora che la fanno risuonare gridando mentre scorrazzano con i motorini o ne fanno un coro allo stadio. Restava tempo di blues. Ma per quella rara sapienza che è solo della musica, la canzone struggente del passaggio, che si fa universale, si è potuta accompagnare con decine di canzoni, che tutti cantiamo, che affermano la voglia di stare come si sta, il desiderio di afferrare le cose. E l’atmosfera della città, anche in queste ore di tristezza, ha potuto identificarsi ancora con le parole e il ritmo che dicono l’urgenza delle invenzioni: “lascia sta 'a nustalgia, so' fatte de mije e si nun...but have you seen my shoes, honey”.

Oggi a Napoli molti ricordano il 19 settembre 1981, dieci mesi dopo il terremoto, la sera di San Gennaro, quando Pino - insieme a James, Tullio, Joe, Rino e Tony – chiamarono tutti a Piazza del Plebiscito. Quella sera l’identificazione tra il nuovo blues e la città apparve nella sua piena potenza e le strade si riempirono d’incanto di duecentomila persone per dire “io sto cà”.
Da allora, con una costanza magica tra le incostanze che ci accompagnano, le canzoni di Pino Daniele sono passate di generazione in generazione. Il ragazzino quindicenne canta come suo nonno. E questo avviene al centro e nelle periferie. Tra i ricchi e tra i poveri. Tutti conoscono le parole. C’è il canto.

E’ questo che si sente. Pino ha afferrato il nostro tempo  – quello che dura ancora - che iniziava allora. E lo ha sospinto oltre il mood del blues che è nella storia di questa città. L’ha portato ovunque. E quel che si sente a Napoli, pur così affaticata da una crisi infinita, è il senso profondo di orgoglio di questa città che, anche con Pino, è stata capace di andare oltre il proprio spazio e attraversare le generazioni.


2 commenti:

luisanna ha detto...

"...le strade si riempirono d’incanto di duecentomila persone per dire “io sto cà”. Da allora, con una costanza magica tra le incostanze che ci accompagnano ..."
Grazie Marco, hai detto di Pino con passione ed emozione e anche il mio cuore è la!
Un abbraccio luisanna

Nunzio Rovito ha detto...

Un ricordo senza retorica (come direbbe qualcuno) che fa onore alla memoria di un artista. Bravo Marco