21 febbraio, 2010

Un appuntamento, please – decidete voi!

E poi insisto ancora sui fondamentali: leggere, capire, scrivere.
Grazie Livia, Francesco, Salvatore, tutti – anche quelli da Daniela. Va bé! Organizzarsi sì allora. Un posto accogliente. Vino e formaggi? (+ il caffè offerto da Fraba). 20 euro min. a testa per mettere su la cosa? Posso prendere il treno. E esserci o il 1 o il 22 marzo. Ci vogliono, secondo me, un disoccupologo, un immigratologo e emigratologo, uno che parla di salute e ambiente, uno di bimbi e ragazzi. Importante è che sullo sfondo ci siano i dati sulla spesa pubblica campana. Altre o diverse proposte sono graditissime. Se si decide il 22 forse si può fare venire qualcuno da fuori. Battage via web e via. Organizzare luogo e dettagli da qui è un po’ difficile, però. Chi se ne occupa?

Poi… ho scritto il seguente articolo su La Stampa, in risposta a una sollecitazione di Paola Mastrocola. Con la quale spesso mi trovo in disaccordo. Non questa volta o non completamente. Uscirà a breve – mi dicono. Parla dell’analfabetismo funzionale. Che è a livelli intollerabili. E’ questione nazionale. Che fa male a tutti ma colpisce di più chi ha di meno. E’ ancor più questione campana: più di un terzo dei nostri ragazzi non finisce la scuola e la metà di tutta la popolazione della nostra regione non capisce quel che legge. Con buona pace della politica. Che anche di questo non parla.

L’altro ieri, su queste pagine, Paola Mastrocola ha ripetuto che bisogna riprendere a imparare bene a scuola la nostra lingua nazionale. E’ proprio così! E lo è tanto più per chi parte con meno. Infatti la conoscenza dell’italiano è la prima arma per emanciparsi e fare meglio dei propri genitori nella vita o per fare strada nel Paese in cui si è venuti a vivere. E la scuola che non insegna bene e presto l’italiano perpetua, più di ogni altra cosa, l’esclusione dalle opportunità.
Non è un tema nuovo. Lo diceva don Milani sessantanni fa. Il professor Tullio De Mauro ne scrive da decenni. L’Unione europea raccomanda la buona conoscenza della lingua come condizione della cittadinanza e della coesione sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità spiega che è cosa indispensabile per farcela nella vita. Il che significa che saper leggere, capire quel che si legge, scrivere e parlare correttamente non solo ti aiuta a proseguire negli studi, a salvaguardare il tuo posto di lavoro o a trovarne un altro ma anche a difenderti dai soprusi, far valere i tuoi diritti, prevenire e curare malattie, allontanare dipendenze, evitare il carcere, allungare la vita per te e i tuoi figli.
Eppure – dice bene Paola Mastrocola – non si impara più la nostra lingua a scuola. Bisogna iniziare ad urlarlo: è uno scandalo insopportabile. Che va descritto puntigliosamente. Come si fa per le malattie gravi. Le parole non si usano bene e se ne utilizzano sempre di meno. Si legge e si ascolta spesso senza capire: i test invalsi ce lo mostrano con chiarezza. Si scrive per frasi fatte, spesso tratte da stereotipi della tv. Non si conoscono le basi della sintassi. Tanto che le frasi scritte vengono tenute su – si fa per dire! – da parole tuttofare. Così la parola “che” è ormai polivalente: la si trova, indifferentemente, al posto di “a cui”, “di cui”, “in cui” ma anche al posto di “dove” e di “quando”. E’ una questione decisiva. Perché si perde la lingua e si perde la logica, il saper ragionare. Il congiuntivo si è eclissato e muore con esso la capacità di costruire ipotesi. E’ sparito l’uso dei connettivi fondamentali della nostra lingua: “infatti”, “mentre”, “tuttavia”, “sebbene”. E muore l’argomentazione. Non c’è, poi, idea di punteggiatura. E sparisce l’ortografia: le doppie, gli accenti, l’uso della h. O addirittura non si imparano i nostri pochi fonemi: ghe, ghi, che, chi, sce, sci, gli… E pensare che i bambini cinesi, in terza elementare, devono sapere leggere e scrivere almeno 300 ideogrammi, che in Francia si fa il dettato fino al liceo… Mentre il dettato nella nostra scuola primaria è merce rara già dalla seconda classe.
Ma perché? C’è, forse, scritto da qualche parte che la scuola italiana non deve mettere al centro l’apprendimento serio della nostra lingua? Assolutamente no. Anzi. Le indicazioni nazionali – una volta si chiamavano programmi – della nostra scuola di base – materna, primaria e media – insistono proprio sull’Italiano. Sintassi. Grammatica. Lessico. Punteggiatura. In modo dettagliato. E si tratta di norme. Che chi insegna a scuola è tenuto a seguire. Proprio così: pur avendo la libertà di metodo, infatti, si devono garantire alcuni traguardi, che sono irrinunciabili.
Certo, ci sono ragioni antropologiche e storiche che “spiegano” come le regole e i limiti – le grammatiche - siano tristemente spariti da tutta la vita nazionale. Certo, è triste constatare che i tagli alla scuola pubblica colpiscono le scuole primarie del Sud, lì dove c’è meno tempo pieno e più povertà materiale e culturale. Certo, la tv che portava l’italiano ovunque, nel solco della scuola pubblica e gratuita risorgimentale – vi ricordate il maestro Manzi? - è diventata la tv che massacra la nostra lingua.
Ma fa bene Mastrocola a evitare l’analisi e venire alla proposta. Che io condivido: un test prima del biennio delle superiori. Ma perché ciò possa funzionare ci vuole un tempo dedicato a chi è rimasto indietro. E soprattutto ci vuole un altro esame, ben prima. Bisogna ripristinare per tutti – italiani e stranieri – l’esame di quinta elementare. Per salvare l’Italiano è urgente, a dieci anni, una prova vera: dettato, tema, riassunto e test di “uso della lingua”. Perché è a quella età che si consolidano le basi della lingua materna o che si accede con successo a un’altra lingua. Perché la prova spingerà docenti e anche genitori a guardare con altri occhi alle competenze su cui non si transige. E perché è un rito di passaggio, cosa che serve a ogni essere umano che sta crescendo.

8 commenti:

caroline ha detto...

bravo , è proprio la lingua che fa il pensiero.
Da un pò di anni nell'insegnamento delle lingue all'università la lingua e la letteratura sono separate. Non siamo più in un università ma in un istituzione bancaria dove tutto è basato sui crediti.Si tende ad eliminare gli esami scritti. Gli studenti al momento in cui devono scrivere la tesi di Laurea, sempre più piccola, non scrivono da anni.

Pietro Spina ha detto...

veramente io a giurisprudenza riscontro il problema opposto, mia sorella, al primo anno, adesso fa con prove scritte (a quiz!) degli esami che noi portavamo orali, ma non vi dico che schifezza... una volta i quiz che si facevano per accedere agli impieghi pubblici erano considerati banali, nozionistici e stupidi rispetto agli esami universitari, adesso gli universitari si preparano agli esami sui quiz per i concorsi da vigili urbani!! è vero che si arriva alla laurea senza scrivere mai niente e si dovrebbe ovviare a ciò, ma se la soluzione è la domandina a risposta multipla, meglio lasciar perdere. già l'esame in sè non è il modo migliore per valutare la preparazione di una persona, il quiz è solo un'umiliazione dell'intelligenza. la cosa non va sottovalutata: in questo paese si accede per quiz (oltre che per raccomandazioni) anche alle cariche direttive. e in tutti i campi con questi sistemi si reclutano burocrati! se ad un concorso per "operatori penitenziari" (cioè una sorta di assistenti sociali per detenuti) si accede con varie lauree "umanistiche" (per dire, tanto lettere, filosofia, psicologia o.. giurisprudenza, come se fosse la stessa cosa) e i quiz vertono, principalmente, in materia di diritto amministrativo (!!), avremo degli operatori penitenziari che sono stati scelti a preferenza di altri, perchè hanno risposto a domande tipo "l'autotutela della pubblica amministrazione in materia di edilizia" (è un esempio realmente accaduto) e magari quello che non ce la fa a rispondere e viene scartato ha 10 anni di pratica sul campo del recupero della devianza e ha scritto trattati di sociologia sul tema.
ha ragione il Maestro, la scuola non funziona e funzionerà ancora meno se l'università forma dei burocrati che saranno buoni solo a rispondere ai quiz per selezione di burocrati che saranno buoni solo ad eseguire ordini.e quando questi burocrati diventeranno magistrati, prefetti, polizziotti, finanzieri e infine insegnanti, il cerchio si chiude.

livia ha detto...

per me meglio l'uno, il 22 torno da venezia tardo pomeriggio,vorrei proprio esserci!
credo che il grosso sia scegliere un luogo poi il tam tam parte da sè. ok per i 20 euro
L.

daniela ha detto...

l'uno mi pare un po' troppo vicino... io andrei al 22, ma mi adeguo, nel caso.

Solo, perché di lunedì?
Se Marco si sposta, non sarebbe meglio un sabato pomeriggio o una domenca mattina? (ovvero 20-21)

caroline ha detto...

se marco si sposta cerchiamo di esserci quando gli fa commodo, o no?

Pietro Spina ha detto...

spero di esserci anche io, mi farebbe piacere.ciao

livia ha detto...

capisco che non sia detrminante ma io 20 21 non ci sono, torno il 22 pomeriggio
L.

luisanna ha detto...

Ho letto e riletto il tuo post caro Marco, e intervengo perché voglio dirti che questa volta non sono d’accordo con quanto scrivi e ti dico perché.
L’idea di recuperare l’uso della parola, della lingua e delle sue articolazioni attraverso l’insegnamento ripetitivo della grammatica, sintassi, lessico, punteggiatura è quantomeno bizzarro proprio perché i metodi non sono neutri, e tu lo sai bene, c’è una gran bella differenza nell’insegnare l’uso della lingua ed usarla.
Fai riferimento al dettato e dici che non lo si fa più, io non ho elementi per dirlo con certezza e mi fido di quanto tu dici perché sei documentato; so cosa accade nel mio piccolo orto di riferimento, che è la mia scuola, una delle tante scuole della periferia del Paese, la Sardegna. Il dettato si fa ancora fino alla quinta. Si fa anche tanta grammatica, tanti esercizi di sintassi, ma solo quelli, infatti nelle valutazioni internazionali non siamo ben messi, ci posizioniamo in fondo, molto in fondo. Se questi dati sono veri, attendibili, non è sui contenuti (o non solo) che dobbiamo provare a risolvere il problema, ma piuttosto entrare dentro ai modi dell’insegnare/apprendere. Si corre il rischio, a dare ragione alla Mastrocola, di fare un bel fuoco di paglia, che è quello che ha fatto il Ministro Gelmini ( il femminile di ministro in italiano non c’è! Fonte Accademia della Crusca … se vale ancora!) che ci inganna e offusca la prospettiva del nostro sguardo. L’attenzione e lo sviluppo delle competenze linguistiche è certamente una condizione indispensabile di noi maestre e/o professori di diversi ordini e gradi di scuola, ma attenzione vera, di “costruzione dell’identità degli alunni, nel quale si pongono le basi e si sviluppano le competenze indispensabili per continuare ad apprendere a scuola e lungo l’intero arco della vita” (Indicazioni Nazionali 2007) .
Altro che tre o sei mesi di grammatica intensiva pomeridiana! Una proposta grossolana ed offensiva per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che hanno avuto la sfortuna di avere maestre che altro non hanno fatto fare che pagine e pagine di analisi grammaticale, in un modo avulso e staccato dalla vita, quella vera. Interveniamo sui metodi, perché non è vero che imparare in un modo piuttosto che un altro è neutro. Costringiamo le maestre e i professori a studiare, soprattutto questi ultimi, che sono così attaccati alle antologie uguali per tutti che non sono capaci di far parlare ed ascoltare i loro ragazzi; interveniamo sulle modalità di gestione dei gruppi classe; interveniamo in modo massiccio sui contenuti disciplinari di studio e mettiamoci sotto a difendere davvero quelli che hanno di meno favorendo pratiche cooperative di lavoro; aboliamo le classi così come sono concepite e mettiamo insieme a lavorare per un fine, uno scopo i bambini e i ragazzi di età diverse: ci stupiranno di cosa sono capaci.
L’insegnamento della lingua italiana non è, e non può essere “trasmissione orale e scritta di parole” è davvero riduttivo per una scuola che si voglia pensare un luogo del sapere del nuovo millennio, un luogo di educazione dove si coniugano l’affettività, l’interesse e non ultimo il piacere come dice E.Morin nel suo “Educare nell’era planetaria” : L‘insegnamento deve cessare di essere solo una funzione, una specializzazione, una professione, per diventare una missione di trasmissione di strategie per la vita.La trasmissione richiede, evidentemente, competenza, ma richiede anche una tecnica e un‘arte. Richiede ciò che nessun manuale cita, ma che Platone sottolineava già come una condizione indispensabile a qualsiasi insegnamento: l‘eros, che è allo stesso tempo desiderio, piacere, amore.
Qualità che alla Mastrocola di fatto mancano. Ecco perché non posso essere d’accordo con lei e neppure con te.
Ti saluto e ringrazio per i tuoi pensieri che sollecitano i miei
Luisanna Ardu